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Amore e gelosia (XVIII)



XVIII

Finalmente, come Dio volle, il pranzo terminò, le donne si ritirarono nel salotto a ciarlare di tutte le cose che il loro mondo misterioso sembra creare appositamente per tenerle sempre su di giri, e don Salvatore rimase sotto al patio, solo col padre di Elisa e la presenza discreta del parroco della vicina chiesa, che era stato invitato anche lui al pranzo direttamente dal giudice.

A rompere il ghiaccio fu proprio il prelato:

– Signor Di Giacomo, mi hanno informato che siete bibliotecario alla biblioteca nazionale di Napoli, vivete quindi tra i libri: ottima cosa! Poi però qualcuno mi ha detto che siete anche un poeta, come dire, un po' audace, che avete scritto canzoni d'amore e versi... troppo spinti! Versi... sporcaccioni! Non dimenticate, figlio mio, che noi siamo figli di Dio, e a lui risponderemo di tutto ciò che facciamo, pensiamo o diciamo quaggiù.

– Che cosa è questa storia dei versi sporcaccioni? – intervenne il giudice scuro in volto, – Spiegatemi signor Di Giacomo: mia figlia è una ragazza timorata di Dio, non le consentirò mai di frequentare ambienti e persone malfamate!

Il povero Salvatore Di Giacomo rimase di sasso: mai gli era passato per la mente che sarebbe stato sottoposto ad un tale terzo grado dal suocero e da quel serpente di un prete! Sbirciando con più attenzione, si accorse che il religioso teneva in mano un fascio di carte: Gesù mio! Dovevano essere le sue poesie licenziose, quelle che avevano definito «l'inferno di Napoli!». Se il giudice le avesse lette, lo avrebbe cacciato di casa accompagnandolo a calci fino alla stazione. Che doveva fare, che doveva dire?

Fortunatamente entrò la suocera (suocera? a questo punto ne dubitava) e portò il caffè, con un enorme vassoio d'argento, tazze, macchinetta napoletana, zuccheriera, piattini e cucchiaini.

La salvezza poteva essere solo lei:

– Cara suocera, posso chiederle di accompagnarmi alla toilette? Non conosco la strada, la casa è tanto grande!

Un'alzata di ingegno, decisamente una idea geniale.

La suocera, che nutriva simpatia per il poeta, capì che qualcosa non andava e:

– Ma certo, don Salvatore, seguitemi, andiamo in casa, vi rinfrescherete e poi prenderete il caffè.

Appena giunti dentro casa don Salvatore quasi la investì:

– Carissima suocera, quella serpe del prete ne sta pensando una delle sue! Tiene in mano le mie poesie, come dire, sconcie, e le vuole mostrare al giudice! Qui va a finire male!

La donna capì subito che il fatto era grave: il marito era un bigotto, l’avrebbe presa nel peggiore dei modi.

– Don Salvatore, andate dentro, chiudetevi nella toilette per cinque minuti: ci penso io!

Tirandosi su la sottana per camminare più lestamente, la donna ritornò nel patio, appena in tempo! Con aria trionfante il parroco stava tirando fuori le carte:

– Giudice, date un'occhiata a queste...

– Don Alessandro, che state facendo? Pigliate quelle vostre brutte cartacce e seguitemi! V'aggia parla' nu momento!

Dite quel che volete, ma da che mondo è mondo, una donna incazzata in casa vince sempre! Il prete capì subito che stava rischiando l'ostracismo permanente in casa Avigliano. Raccolse le sue carte, se le mise in tasca e seguì la donna.

– Un momento! Che succede? Don Alessandro, dove andate? E le carte?

– Niente giudice, volevo farvi leggere un sermone che ho scritto, ma non ne vale la pena. La signora vostra moglie mi deve parlare, vengo subito subito...

E si mise dietro la gonnella della mamma di Elisa.


Francesco Caso



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