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Un'avventura speciale


Panorama da Capracotta (foto: A. Mendozzi).

Da quando le allucinazioni sono diventate quotidiane non so più dove cazzo mi trovo. È tremendo. Sono già tre mesi che mi sveglio nel mio letto un giorno sì e uno no. È una cosa straziante: vado a letto la sera e la mattina non arriva mai. Mi trovo di colpo seduto davanti al computer, o sul cesso o ancora sdraiato sul divano. Mentre sono lì che sogno, nella vita normale conduco un'esistenza parallela, in compagnia di mia moglie e i miei figli, di cui quasi non serbo memoria. Quando riprendo i sensi e mi ritrovo a fare le cose di tutti i giorni mi prende sempre lo sconforto, ho la netta sensazione che qualcuno mi ingiurii. Ora capisco come si dovevano sentire tutti i perseguitati di questa terra, gli impotenti, quelli che dovevano subire il pubblico ludibrio senza poter protestare. La mia condizione è la stessa: come, contro chi, reagire? Quali soluzioni adottare quando neanche la fuga può essermi di alcun aiuto? E poi francamente è proprio la fuga il mio problema. Sono arrivato al punto di condurre due esistenze parallele, quasi conscio di entrambe, l'una delle quali mi attira come l'Eden e intanto leggo l'angoscia nel volto dei miei figli. Quanto tempo resto lì a fissare il vuoto, cosa dico quando vago come un sonnambulo, cosa mi perdo dei loro abbracci, dei loro occhi, delle loro liti fraterne non lo so. So solo che quando ritorno di qua, confuso, loro mi guardano sempre con la stessa aria interrogativa, come per dire: “Ci sei? Come stai?” e magari conducono le loro vite dirigendole sempre più lontano dalla mia. Avranno un pensiero in meno, non chiederanno più le mie opinioni, mi racconteranno della loro vita solo per tenermi un po' di compagnia, e la pietà prenderà presto il posto dell'amore, come la stima dell'adolescente ha preso il posto dell'ammirazione del bambino. Sono e sarò tutt'altro che il loro eroe, mio dolentissimo malgrado.

Di là le cose vanno sempre meglio, dei miei due figli uno fa il guerriero e l'altro invece è diventato un albero. Come sono belli, il primo indossa delle placche d'argento sulle spalle e sul petto, un perizoma e due bracciali di cuoio. Se ne va in giro con un bastone e senza vestiti, è riverito e rispettato da tutti e porta i capelli rasati ai lati, come un samurai. Parla poco, mangia molto e cura l'educazione bellica di ragazzi dai 7 ai 14 anni. Il secondo invece ha scelto di diventare un albero ed anche lui ha trovato un buon posto, è l'albero Maestro di una radura bellissima, proprio in mezzo ad un bosco di conifere in Abruzzo. Governa: è una specie di sovrintendente generale della radura, si occupa dell'equilibrio del posto, fa da giudice nelle dispute fra animali, soprattutto fra insetti, ma il suo compito principale consiste nel curare il viavai degli spiriti della Natura. Anche la sua scelta mi è sembrata di estremo buon gusto, ha preferito essere un sambuco rosso, talmente bello, utile e discreto... Le sue sono grosse responsabilità, ma so che se la cava benissimo: è vergine ascendente vergine, come lui, pochi sono precisi e coscenziosi. Devo dire proprio che ho vissuto un'esperienza emozionante con entrambi i miei campioni e la racconto con orgoglio.

Mi sono imbarcato sul primo dirigibile diretto a Capracotta un martedì verso le 7:30 del mattino. La sorpresa di sapere dell'esistenza di una linea di dirigibili per i monti dell'Abruzzo non fu molta. Per uno che tutti i giorni vede gente che cavalca formiche o che ara con gli scarabei, un dirigibile arancione non è una grossa curiosità. Era un bestio piuttosto grosso in confronto alla sua appendice portapersone. Ho pagato il biglietto che costava 3 ore e quaranta, non ci si deve stupire di questa forma di pagamento, perché lì dove vado i soldi non ci sono. Siccome ero abituato a fare i conti in quella strana valuta, con tutte le sue corrispondenze, ho capito che il viaggio sarebbe durato più o meno tre ore. Il bestio arancione filava che era una meraviglia, sospinto da due turboeliche alimentate ad idrogeno. Avevo già imparato che in quel mondo si produrce Idrogeno semplicemente introducendo una lega speciale nell'acqua, per cui ce n'è sempre in abbondanza, ma non sapevo nulla sull'Elio. Piuttosto, mi sembrava di ricordare che fosse esaurito, e da qui a credere che il pallone fosse stato riempito d'Idrogeno, il passo è stato breve. Nutrivo dei forti dubbi sulla sicurezza dell'aviomezzo sul quale stavo volando, l'idrogeno è combustibile ed il fatto di tenerne diverse decine di metri cubi sulla testa non mi rassicurava certo. Infastidito da quel rovellino che non accennava a lasciare in pace le meningi, ho chiamato cortesemente uno stiuart, schiacciando l'apposito bottoncino. Dopo qualche secondo mi si fa incontro un giovanotto vestito con una tuta color argento satinato e un cappello mercuriale in plastica, che, se non fosse stato per le ali, avrei giurato fosse un casco dei pompieri francesi, tanto era lucido e bello. Al sentire le mie preoccupazioni lo siuart si è fatto una grassa e contagiosa risata, tanto che i quattro passeggeri che mi contornavano, hanno cominciato a ridere anch'essi. Anch'io ridevo tranquillo, non mi sentivo affatto a disagio, ero piuttosto come quello che chiede al pinguino come fa a volare. Finito di ridere, il sensuale giovanotto mi ha spiegato con calma e cortesia che il pallone era stato riempito di elio. Alle mie domande sulla provenienza del gas in questione, mi ha risposto illustrandomi un processo di riduzione subatomica che permetteva di trasformare l'Idrogeno in Elio e così tutti gli altri atomi.

– Ma questa è alchimia! – Ho esclamato interrompendolo.

– Teoria della fisica unificata. – Mi ha risposto calmo.

All'atto di rassicurarmi, un sonno furfante mi ha rubato i panorami, fino a che il bel Mercurio di prima non è venuto a svegliarmi comunicandomi che eravamo già atterrati a Capracotta e il mezzo stava per ripartire. Gli ho restituito un "Grazie" un po' sardonico, e che cazzo, non potevano svegliarmi prima? Ho afferrato il mio semplice bagaglio e sono letteralmente saltato giù, fra le immancabili risa del personale di bordo. Ero allenato a non stupirmi più di niente, tanto che il primo pensiero, al vedermi solo, sulla radura di Campofiorito, è andato proprio alla giovialità dell'equipaggio, conscio com'ero della mia goffaggine, ma in fondo ero arrivato sano e in orario. Dopo essermi orientato mi sono messo lestamente in cammino verso la radura abitata da mio figlio, che distava dal campo d'atterraggio alcuni chilometri e si trovava al limite del bosco di faggi che orna Capracotta, proprio al centro di una macchia di aghifogli, superstiti di un vecchio rimboschimento, fatto forse in era fascista. Il motivo per il quale mi sono recato colà è presto detto: la radura era stata testimone di un omicidio e in qualche modo c'era era andato di mezzo anche mio figlio il Sambuco. Come ho saputo dopo, pare che un gruppo di scellerati avesse deciso di riunirsi nottetempo in quel luogo, per celebrare una specie di rito d'iniziazione, che prevedeva, fra l'altro, che il candidato si sottoponesse ad una specie di ordalia. Siccome la società segreta a cui i suddetti scellerati appartenevano, era di stampo vagamente malavitoso, il candidato era tenuto a provare il proprio coraggio sopportando una ventina di assalti portati da giovani armati di lance e pugnali. L'ordalia si tenne durante la notte, il candidato era armato di un semplice bastone e i suoi assalitori indossavano degli occhiali da sole che li rendevano quasi del tutto ciechi. Nel difendersi doveva stare attento a non superare il limite della radura, in special modo gli era consentito di cercare riparo solo entro i limiti della radura stessa.

Un primo ragguaglio sull'accaduto me l'aveva dato mio figlio maggiore, il Guerriero, quando mi avvertì che sarebbe andato a trovare suo fratello perché era successa una cosa gravissima. Siccome è un capricorno ascendente vergine, dovetti accontentarmi di quelle sue scarne frasi ed arguire, da solo, che fortunatamente non si era trattato di un incendio. Appena saputa la notizia, montai immediatamente una barracchella in p.zza Duomo e mi misi a leggere i tarocchi a pagamento. Mi bastò lavorare una serata per racimolare una decina d'ore in valuta. Come ho accennato il mondo che frequento è esente dall'uso del denaro, e di questo parlerò in seguito, qualora mi trovi dell'umore adatto. Adesso mi sento abbastanza lucido, sto bene e ho voglia di scrivere perché da stamattina non ho avuto che una sola uscita, così ho potuto leggere negli occhi di Ida, che ora giace addormentata davanti a un grasso giornalista sgabellato, una luce di tenera speranza che mi ha dato molta energia. Quindi sono gaio e tale voglio continuare a raccontare questa bellissima avventura.


Luigi Vittori

 

Fonte: L. Vittori, Un altro mondo, Ferentino 2004.

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