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«Chiudo la mia giornata come credo di averla vissuta»

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    Letteratura Capracottese
  • 2 minuti fa
  • Tempo di lettura: 6 min

Don Primo Mazzolari
Don Primo Mazzolari (1890-1959).

Semplici parole del testamento spirituale di don Primo Mazzolari, parroco di Bozzolo, in provincia di Cremona. Mi hanno profondamento toccato perché alzano il velo sul segreto nascosto nel cuore di questo grande testimone della fede. Congedandosi da questo mondo in piena comunione con la Chiesa, conferma di averla amata e servita con fedeltà e disinteresse completo. E conclude così: «Verso la grande casa dell'Eterno mi avvio confortato dal perdono di tutti, che torno ad invocare ai piedi di quell’altare che ho salito con povertà sconfinata, sperando che nell'ultima Messa il Sacerdote Eterno, dopo avermi fatto posto sulla croce mi serri fra le sue braccia dicendo anche a me "entra anche tu nella pace del tua Signore"».

Don Primo ha tracciato solchi profondi nelle persone che lo hanno avvicinato, seminando con larghezza sconfinata semi fecondi con mirabile dignità e forza d'animo, fedele sempre alla sua missione vocazione sacerdotale.

Mi pare di poter dire ancora una volta prima di morire, baciare le mani che mi hanno duramente e salutarmente colpito. Ogni vicenda lieta o triste della mia esistenza trova nella Misericordia Divina la sua giustificazione anche temporale.

La speranza è la faccia di Dio che si scopre secondo il volto delle nostre disperazioni. Tutte le speranze anche le più tenui, le più fragili, perfino i sogni e le illusioni, appartengono alla speranza. La speranza vede la spiga quando gli occhi di carne vedono solo il seme che marcisce. Se volessimo ricercare la radice della sua fede, della sua speranza e del suo ministero, che unificava e animava nel profondo e poneva alla base di tutta la sua esistenza, è l'amore, così come il Cristo Crocifisso e Risorto lo ha rivelato.

La vita di don Primo Mazzolari fu costantemente dominata dal pensiero della morte. La morte è un mistero che sgomenta, ne è spaventato sempre, «è un mistero che non può non essere buono», si guarda con fiducia e serenità, la misericordia il cuore di Dio. La morte è una presenza quotidiana, morire non è facile né per Cristo né per i suoi discepoli, la morte è edificante. Sono parole che infondono fiducia e speranza, perché fondate sulla Parola di Dio.

Anche per me la morte non è stata estranea alla mia vita, è stata un punto di riferimento che ha accompagnato i miei anni. Senza unità e umiltà si rischia di vivere una vita di significati deboli e sfilacciati, senza senso e senza sintesi la vita e la morte appaiono incomprensibili. Farsi amica la morte, scegliere e desiderare una buona morte, vivere la morte degli altri con reale fraternità, aiutandoli a morire come fratelli e sorelle: sono segni di fede e speranza. La morte significa perdita e dono, risurrezione e vita proclamate come grazia.

Un buon esercizio per tenerla vicino conduce a studiare con attenzione noi stessi nei momenti di precarietà, di incertezza e di smarrimento, con un disagio accentuato nel rapporto con gli altri. Si acquista una verità indispensabile che ci riconduce, nella fede, alla nostra più vera misura. Chi sa esprimere le proprie esperienze distintamente può offrire sé stesso agli altri come fonte di chiarificazione, aiuta gli altri a liberarsi dalle catene della paura e permette di sperimentare la fiducia e la speranza, incanalare le energie disordinate entro condotti creativi.

Vista come elemento naturale, verso il quale camminiamo senza angoscia e paura, la morte riceve dalle indicazioni bibliche e dalle antiche tradizioni religiose una sapienza e un patrimonio umano accumulato nello scorrere dei secoli. La vita eterna stessa passa attraverso la morte. Per un sacerdote la morte è la morte di Cristo in croce. Partecipare alla sua morte aiuta a morire. Quotidie morior (Ogni giorno io muoio) non è solo programma di mistici e religiosi, ma è la consapevolezza che qualcosa si spegne, tramonta naturalmente come il tramonto di una giornata, dopo l'alba, il meriggio, la sera, la  notte. L'uscita dalla vita e dal graduale distacco dalle cose fa parte della legge del tempo, è semplice e naturale. L'avvicendamento dei compiti e degli uffici è una delle espressioni più interessanti della vita, che si rinnova sempre, come il sereno tramonto del sole. Libera dal "complesso degli eletti", e dal narcisismo imperante che guarda appassionatamente alla propria immagine.

È prudenza e sano equilibrio di uscire dal campo della vita con l'atteggiamento del "viaggiatore cerimonioso" del poeta Giorgio Caproni. «Congedo alla sapienza e congedo all’amore. Congedo anche alla religione. Ormai sono giunto a destinazione [...] Scendo. Buon proseguimento». Il tempo che passa, lo spegnersi progressive delle forze, il decadere delle cose vanno accettate come dono di Dio e offerta di sé. Si comprende che intemperanze, omissioni, difetti, errori traducono fragilità e responsabilità di accettazione per essere più umani, più relazionali, più aperti alla misericordia e al perdono di Dio. Per questo bisogna ripetere nel rapporto con gli altri: «Scusate il disturbo, grazie per la compagnia». Misericordia e gratitudine accompagnano i nostri passi nella vita, dovunque sempre con tutti.

Il poeta latino Orazio nell'Ode II "Non omnis moriar" (Non tutto morirò) aggiungeva un incipit che è come una sentenza memorabile æquam memento rebus in arduis serbare mentem (conserva l'animo sereno nelle imprese ardue). Il termine æquam, collocato all’inizio, fa da battistrada a tutta la riflessione e dà luce e polso a tutto il pensiero. L'animo sereno e il distacco dalle cose del mondo hanno qualificato e accompagnato il suo "viaggio nella vita". Era un poeta che non aveva conosciuto il cristianesimo.

Francesco d'Assisi, a 800 anni dalla sua morte, richiama il significato della morte chiamandola sorella. Non va subita o rimossa, ma accettata come dono di Dio e offerta di sé. Assaporare la serena gioia di uscire dalla vita come semplice e naturale, come felice tramonto di sole, è sentire sorella la morte, prendere la giusta misura della vita stessa, delle scelte, dei valori. Il graduale distacco dalle cose fa parte della legge del tempo, l'avvicendarsi dei compiti e degli uffici è una delle espressioni più interessanti della vita, che si conclude nel ritorno alla "Casa del Padre". Gratitudine e riconoscenza per i doni ricevuti e trasmessi, è la sensazione profonda e la fede nel Cristo Risorto, che si fa nostro compagno anche oltre la morte.

La speranza è la più umana di tutte le emozioni, è virtù teologale, è scommettere sul futuro, credere in Dio nostro futuro. Si fatica nella fede, si stenta nella carità, proprio per aver perso la speranza. La speranza trascina fede e carità, non viceversa. Non è assenza di contraddizioni e delusioni. «È scommessa sulle sconfitte in nome di Colui che, essendo Principio di vita, per la vita ci ha creati e Risorgendo ci ha donato la vita. Niente ha potuto distruggere questa voce del cuore che ci dice di "fidarci" di Lui» (Pascal). Mi fido, confido, mi affido, ho fiducia: sono sininimi complementari della fede.

Sono atteggiamenti spirituali ed emozionali che aprono alla vita, ad un futuro promettente, con una carica di senso e di motivazioni per l'essere e l'agire della persona. Il futuro "non è ancora", non designa un "non essere", ma un "non ancora", la promessa della speranza, lo stupore dell'essere, la vita. Assume il reale e lo apre alle prospettive di senso e di fine, non cambia materialmente le situazioni, cambia le persone. È una carica di motivazione e di passione per prendersi cura di sé, sanare le ferite curabili, coltivare il senso del possibile, investire in fiducia.

Questi pensieri, ispirati alla speranza e suggeriti anche da don Primo Mazzolari, non sono opinioni né sentimenti affidati all’intelligenza, ma una traccia che può reggere a qualsiasi malumore o tabù sul significato della morte. Chiunque si sforza di ordinare la propria vocazione su questa realtà può guardare in faccia "l'ora della caligine" come "l'ora della morte".

«Se mi toccano la mia religione, se attentano alla mia fede e al patrimonio morale del mio popolo nessuno mi potrà far tacere» (Mazzolari). Parole che sottolineano le mie riflessioni sulla morte e tracciano motivazioni per scegliere l'amore come metodo e il Vangelo come codice di vita.

Chiudo con una semplice quartina, intitolata "Precetto", del poeta lombardo Giovanni  Bertacchi (tratta dai suoi componimenti), che invita a lasciare un ricordo positivo e profumato, come il fieno, nel passaggio della vita.


Il carro oltrepassò d'erbe ripieno

e ancor ne odora la silvestre via.

Sappi fare anche tu come quel fieno:

lascia buone memorie, anima mia.


Il messaggio è chiaro e invitante alla riflessione: la persona passa, lascia il profumo del fieno, le buone azioni, la memoria, la testimonianza morale di vita, la rettitudine del pensiero.


Osman Antonio Di Lorenzo 


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