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Cosa tiene in mano la donna in costume di Capracotta?


Donna di Capracotta.

Qualche giorno fa ho pubblicato un bell'acquerello del costume di Capracotta d'inizio XIX secolo che si conserva in Inghilterra nel Fitzwilliam Musem in Trumpington Street a Cambridge.

Ritorno sull'immagine della donna non tanto per il costume che è sicuramente interessante, quanto piuttosto per cercare di capire cosa abbia in mano. Che si tratti di una piccola gabbia con un uccello si capisce facilmente. Cosa stia facendo è un po' più complicato, ma con una serie di ragionamenti possiamo anche arrivare a immaginarlo.

Credo si tratti della preparazione di una gabbia per il trasporto di uno o più piccioni viaggiatori.

Lasciate perdere «isciacquìo, calpestìo, dolci romori» di Gabriele D'Annunzio, che scriveva in pantofole...

Intorno al 1789 il conte svizzero Ulisse de Salis Marschlins fece un viaggio da Napoli a Sulmona, passando per la Marsica, per tornare a Napoli dopo aver attraversato Isernia e Venafro.

Tra le altre cose descrisse l'inumana condizione dei pastori che seguivano le greggi dall'Abruzzo al Tavoliere delle Puglie, rimanendone sconvolto.

Tutti gli uomini di questa regione si dedicano alla speculazione ed alla cura del gregge, senza distinzione, si può dire, di qualunque ceto e di qualunque ordine: il ricco ed il povero, il prete ed il laico, il monaco e le monache, non vi parlano d'altro se non del loro gregge; ed i regolamenti in vigore da tempi remotissimi, vengono tuttora religiosamente rispettati. Una così detta morra di pecore, viene formata da 350 capi, posti sotto la cura di un pastore, di un bùttaro che manifattura il formaggio, e di un capolattaio che vien chiamato buttaracchio [...] Gli abitanti di questi borghi vivono in uno stato direi quasi selvaggio, non avendo nessuna comunicazione con i vicini, ed avendo ciascuno un modo di vestire speciale, da parecchi secoli, ed assolutamente differente l'un villaggio dall'altro [...] Per la cura degli armenti di ovini, tutti gli uomini di questa zona vivono sei mesi dell’anno in Puglia, separati dalle mogli, le quali in loro assenza hanno cura del poco grano e dei vegetali necessarii alla propria esistenza.

Sappiamo poco o nulla di come avvenissero le comunicazioni tra i pastori e le proprie mogli rimaste a Capracotta. Forse solo ai massari, che avevano qualche privilegio in più dei pastori, era consentito sfruttare un sistema antichissimo per inviare messaggi su lunghe distanze: quello dei piccioni viaggiatori.

Messaggi scritti su piccoli rotoli legati a una zampa e trasportati anche da luoghi distanti centinaia di chilometri.

Si trattava di colombi allevati in una colombaia di Capracotta. Messi in una piccola gabbia portatile, sarebbero stati trasportati in Puglia da dove, una volta liberati, sarebbero tornati al luogo di provenienza.

Possiamo ragionevolmente immaginare che la scena dell'acquerello si riferisse al momento della partenza verso il Tavoliere. Nel mese di settembre.

La donna potrebbe essere la moglie di un massaro.


Franco Valente

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