top of page

La transumanza, i pastori, la Madonna


Pastori capracottesi nel 1910 (foto: A. Trombetta).

Haec nota et nobilis,

quod et pecuaria appellatur,

et multum homines locupletes

ob eam rem aut conductos

aut emptos habent saltus;

altera villatica,

quod humilis videtur.

[Varrone, "De rustica", 37 a.C.]


Alcuni studiosi fanno risalire le origini della transumanza (da trans e humus, attraverso la terra) alla civiltà sannita e lo storico latino Varrone conferma che essa era ampiamente praticata in epoca romana repubblicana. Dopo un periodo di contrazione durante l'Alto Medioevo, la transumanza risorse ad opera dei Normanni e degli Svevi. La dominazione angioina non ne interruppe la tradizione ma la floridezza cessò a causa della concessione in proprietà dei pascoli demaniali e per l'imposizione di tasse troppo gravose.

Lo sviluppo definitivo della transumanza e la sua istituzionalizzazione avvennero per mano di Alfonso d'Aragona (1393-1458), il quale, avendo intuito quali grandi potenzialità economiche si celassero in questa pratica plurisecolare, decise di istituire nel 1447 la Regia Dogana della Mena delle Pecore, con sede prima a Lucera, quindi a Foggia. La Dogana fu concepita per riscuotere e preservare la ricchezza dello Stato aragonese tanto da rappresentare sin da subito la prima fonte di ricchezza per la Corona.

Essendo spagnolo, Alfonso d'Aragona imitò l'organizzazione dell'Honrado Concejo de la Mesta, un'associazione iberica in cui gli allevatori spostavano ogni anno in Castiglia le pecore dell'Andalusia e dell'Estremadura, e viceversa. Il sovrano costrinse quindi tutti gli armentari abruzzesi che possedevano più di 20 pecore ad usare la superficie pascolativa pugliese pagando un modesto canone di 2 ducati per ogni centinaio di pecore.

Il sovrano sapeva bene che una delle difficoltà che tratteneva i montanari dallo scendere d'inverno al piano era rappresentata dall'insicurezza del tragitto, soggetto alle violenze dei briganti e alle angherie dei vari feudatari. Per proteggere ed incrementare l'industria armentaria, Alfonso nominò un funzionario catalano, Francisco Montluber, a capo unico della Dogana, dotato di ampissimi poteri: i perni su cui ruotò la macchina doganale furono infatti il foro privilegiato per i portatori d'interesse e il monopolio di tutte le aree pascolative.

Col primo cardine tutti gli individui coinvolti nella transumanza (oggi diremmo stakeholders), fossero semplici pastori o ricchi proprietari (detti "locati"), vennero sottratti alla giustizia ordinaria, sia civile che penale, ed assoggettati ad un apposito tribunale istituito presso la Dogana.

L'anno doganale cominciava il 15 agosto - giorno dell'Assunzione di Maria, che è il titolo della nostra Chiesa Madre - ma la partenza delle greggi non avveniva prima del 15 settembre, una settimana dopo la festa della Madonna di Loreto, la più importante ricorrenza religiosa di Capracotta. Era comunque fatto divieto di varcare il fiume Fortore prima della metà di ottobre, prima cioè che il doganiere giungesse a Serracapriola per la numerazione dei capi e l'assegnazione dei relativi pascoli.

Gli Aragonesi, interessati a convogliare in Puglia il maggior numero possibile di armenti, affittarono, a un giusto canone, dai privati ulteriori sterminate estensioni di pascolo a tempo indeterminato, permettendo alla Dogana di raggiungere i 5 milioni di capi d'allevamento registrati.

La vasta superficie pascolativa pugliese era stata divisa in 43 "locazioni", (oridinarie ed aggiunte) suddivise in ben 400 "poste". I locati, riuniti secondo la loro "patria", occupavano sempre la medesima locazione. In attesa che venisse fatta la numerazione delle pecore da parte dei proprietari e la conseguente assegnazione del pascolo, le greggi sostavano nei "riposi", ampie estensioni di pascolo demaniale. L'operazione di registrazione degli affittuari e del carico delle bestie nel libro doganale - il cosiddetto Squarciafoglio -, fondamentale ai fini del pagamento della "fida", doveva chiudersi entro il 25 novembre. Da quella data in poi le mandrie invadevano il Tavoliere per tutta la durata dell'inverno e vi rimanevano fino al 25 marzo, giorno dell'Annunciazione.

A questa data avveniva la "scommessione", con le greggi che potevano cioè circolare liberamente sui pascoli del Demanio e dirigersi verso Foggia, dove ai primi di maggio vi era una grandissima fiera, nella quale i locati vendevano lana, formaggio, agnelli e castrati, realizzando il guadagno d'un anno di lavoro e pagando al fisco la seconda rata della fida.

A questo punto l'avventura in Puglia dei pastori transumanti era terminata e gli animali riprendevano la via dei monti, giungendo a casa entro la fine di maggio. Gli ultimi pastori rientravano a Capracotta al massimo il 13 giugno, giorno di sant'Antonio di Padova, tanto che esisteva il detto:


A sand'Andògne chi n'è 'rmenùte

o è muorte o z'è perdute!


I signori d'Aragona, nel riassetto che diedero alla pastorizia, provvidero a realizzare e manutenere una fitta rete di vie di comunicazione, rigorosamente sorvegliate, che vanno sotto il nome di "tratturi" (dal latino tractorium, cammino tracciato). Si tratta di strade erbose, larghe oltre 100 metri, collegate tra loro per mezzo dei più piccoli "tratturelli" e "bracci". L'intero reticolo tratturale contava circa 1.400 km. di percorso e includeva quattro tratturi regi principali: i pastori di Capracotta prendevano perlopiù il Celano-Foggia, che da S. Pietro Avellana, attraverso i territori di Vastogirardi, Carovilli, Pescolanciano, Salcito, Castelbottaccio, portava al Biferno. Si pensi che nell'anno 1700 Capracotta dichiarava ben 113.000 capi d'allevamento, buona parte dei quali erano proprietà della Confraternita di S. Maria di Loreto.

In autunno e in primavera i funzionari, detti "cavallari", controllavano i 6 passi d'ingresso al Tavoliere: a loro bisognava difatti esibire la "passata", il permesso rilasciato dal doganiere all'atto della ripartizione della posta e del pagamento della prima e seconda rata della fida.

Alla metà del Cinquecento, sotto il Vicereame Spagnolo, furono riordinate le norme che aveva dato Alfonso d'Aragona: la superficie pascolativa del Tavoliere venne ridotta a favore di quella destinata alle semine e il canone d'affitto aumentò del 50%. Soprattutto si sostituì il sistema di distribuzione dei pascoli, basato sulla numerazione dei capi, con uno basato sulla "professazione". I locati non erano più tenuti a pagare la fida in base al numero dei capi posseduti ma potevano dichiarare una cifra che il doganiere, senza verificarne la veridicità, si limitava a registrare. Con la professazione si favorì una speculazione dei pastori ricchi a danno dei più poveri, poiché i primi registravano più animali di quelli che avevano realmente, così da ottenere maggior pascolo.

L'atavica guerra tra i cittadini pugliesi, che volevano coltivare le terre del Tavoliere, e i locati abruzzesi, a cui il Tavoliere serviva in quanto area di pascolo, si placò nel 1806 quando i Francesi di Giuseppe Napoleone, in nome dell'eversione della feudalità, abolirono la Regia Dogana della Mena delle Pecore e istituirono l'Amministrazione del Tavoliere di Puglia. Le terre a coltura e a pascolo vennero così assegnate in perpetuo ai coloni e ai locati (ora detti "censuari") dietro il pagamento d'un canone fisso.

Dopo l'unificazione d'Italia il pascolo pugliese arretrò in favore del seminato, un evento che trovava giustificazione nel repentino aumento demografico della Nazione. Negli anni '50 del XX secolo la transumanza smise letteralmente di esistere per diventare oggi un romanticissimo patrimonio immateriale dell'umanità.

I pastori di Capracotta, che avevano sempre vissuto un'esistenza modesta, rimasero disoccupati o emigrarono, non prima di aver dato vita a un modello comportamentale e a una scala valoriale che oggi possiamo solo rimpiangere. E la cosa di cui maggiormente mi vanto è proprio quella di essere il nipote diretto d'un pastore di tratturo.


Settembre, andiamo. È tempo di migrare.

Ora in terra d'Abruzzi i miei pastori

lascian gli stazzi e vanno verso il mare:

scendono all'Adriatico selvaggio

che verde è come i pascoli dei monti.

[G. d'Annunzio, "I pastori", 1903]


Francesco Mendozzi

 

Bibliografia di riferimento:

  • S. Bucci, Dalla cultura della transumanza alla società post-industriale. Progresso e mutamenti nella Regione Molise, Vita e Pensiero, Milano 1988;

  • L. Casilli, Aspetti socio-economici della transumanza nel secolo XVIII, in E. Narciso, Illuminismo meridionale e comunità locali, Guida, Napoli 1989;

  • L. Conti, Capracotta. Il mondo pastorale antico, S. Giorgio, Agnone 1986;

  • G. d'Annunzio, Alcyone, Treves, Milano 1903;

  • P. Di Cicco, Il Molise e la transumanza. Documenti conservati nell'Archivio di Stato di Foggia (secoli XVI-XX), Iannone, Isernia 1997;

  • R. Lalli, Identità della transumanza: storia, tradizioni, leggende, costumi, religione e società del Molise, Ed. del Contado, Campobasso 2014;

  • A. Marcone, Il rapporto tra agricoltura e pastorizia nel mondo romano nella storiografia recente, in «Mélanges de l'École Française de Rome», CXXVIII:2, Roma 2016;

  • F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016;

  • D. Musto, La Regia Dogana della Mena delle Pecore di Puglia, Ufficio Centrale degli Archivi di Stato, Roma 1964;

  • N. Paone, La transumanza nel Molise tra cronaca e storia, Iannone, Isernia 1987.

Comentarios


bottom of page