• Letteratura Capracottese

Il documento più antico che attesta l'origine di Capracotta


Un passaggio del "Registrum Petri Diaconi".

Pietro Diacono nel suo "Registrum" riporta la notitia restitutionis con l'elenco delle chiese che esistevano a Capracotta nel 1091. Sono i beni che Gualterio, figlio di Borrello, e suo figlio Oddo restituiscono a Montecassino e al monastero di S. Pietro Avellana. Tra essi anche sei chiese nel territorio di «Capra Cocta»:

[...] sex ecclesias, videlicet Sanctum Laurentium, Sanctum Petrum de Serra, et Sanctum Nycolaum, et Sanctum Angelum, et Sanctum Martinum, adque Sanctum Stephanum cum omnibus pertinentiis earum. Addidit quoque XXVI servitia hominum, obligans enim se ipsos, et suos heredes, si aliquando modo removere quesierint, componere boni auri libras XC, et haberent perditionem cum traditore Juda, et cum omnibus sacrilegis, et excommunicatis si aliter fecerit, simili modo de ecclesia Sancti Nicolay, qua est sita in Monte Capraru, cum terris, sylvis, et vineis ex uno latere fonte, qua vocatur Spongia, et quomodo vadit per ipsam Serram de monte Boaipone usque in vertice de monte Capraro, et conjungit se cum terra Sancti Petri, et quomodo descendit per fine de Capra Cocta, perigit in Fossato de magistros Benedicto et in fluvium Berrini, et revertit in Terra Sancti Petri, et ecclesia Sancti Blasii de Guasto Marsicano [...].

Il documento a noi interessa prima di tutto perché mette una data certa sull'origine di Capracotta che è sicuramente anteriore al 1091, quando nel suo territorio vi erano almeno sei chiese. Ma poi la descrizione è particolarmente importante perchè riferisce che, insieme alle terre e le selve, i monaci si vedevano restituiti anche i vigneti lungo il Verrino.

È una notizia che fa riflettere sulle attività economiche del territorio che, accanto alla pastorizia certificata dal nome di Monte Capraro, erano legate anche alla produzione del vino.

Si tenga conto che nella Regola Benedettina l'uso del vino era obbligatorio nella misura di circa un quarto di litro a pasto perché era considerato un alimento necessario. Per evitarlo occorreva addirittura una particolare licenza da parte dell'abate.

Esistono ragionevoli motivi per ritenere che si trattasse di vino bianco, tipico di vigneti di alta quota, come è rimasto nella tradizione dei contadini che ancora oggi coltivano l'uva in quel territorio.

Un particolare: insieme alla sottoscrizione di una garanzia di 90 libre d'oro, i monaci lanciano anche una maledizione: in caso di inosservanza dell'obbligo alla restituzione da parte di Gualterio e di suo figlio Oddo, essi siano condannati alla medesima perdizione eterna disposta per Giuda e per tutti gli scomunicati.


Franco Valente

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