• Letteratura Capracottese

Estratto dello Stato Civile


La scrittrice Matilde Serao (1856-1927).

Premessa

Il primo brano è l'"Estratto dello Stato Civile", composto da Matilde Serao (14 marzo 1856-25 luglio 1927) nel 1879, agli inizi della sua folgorante carriera giornalistica. Credo che qualsiasi presentazione della Serao sia superflua, visto che rientra nel programma ministeriale dei licei (perlomeno in quello dei miei tempi). Sulla scorta delle mie ricerche posso però affermare che questo rappresenta il primo esempio di letteratura moderna su Capracotta, il primo testo italiano, cioè, che menziona la nostra cittadina da un punto di vista pienamente narrativo e che, nei fatti, si preannuncia come una storia di pettegolezzi.

Estratto dello Stato Civile

I gusti sono differenti. Vi è chi, leggendo il giornale, si diletta nei brillanti paradossi dell'articolo di fondo, seguendone mentalmente le evoluzioni: molti frequentano l'appendice, pianterreno lugubre e sanguinoso, dove si commettono, sera per sera, i più atroci delitti: alcuni scelgono la cronaca interna dove leggono importantissimi fatti avvenuti nell'Uruguay, a Capracotta o a Roccacannuccia; altri prediligono i telegrammi particolari, tanto particolari che talvolta i fili del telegrafo non ne hanno saputo nulla: non mancano, infine, gli amatori della quarta pagina. Ma vi è una rubrichetta modesta, non molto lunga, a caratteri piccini, ficcata come per misericordia in un angolo qualunque del giornale, spesso scorretta, spesso dissestata; ebbene, questa qui è letta da tutti, giovanotti, vecchi, fanciulle, spose, madri, insomma tutti. Persino gli uomini serii, quelli che vorrebbero far credere di non patire alcuna debolezza comune agli altri mortali, persino quelli vi danno un sbirciatina di nascosto, scorrendola in un battibaleno o fingendo di leggere gli Stefani. E mentre tutto il resto del giornale può forse riuscire indifferente, quell'angolo lì, nella sua umiltà e brevità, fa sempre una impressione: lascia un sorriso sulle labbra o una oscurità negli occhi. È l'estratto dello Stato Civile.

Sì, voi lo leggete assiduamente, o pallide zitellone dalle labbra sottili, provando un amaro piacere a dilatare la ferita nascosta del vostro cuore; ci è della gente che crede ancora alla vecchia istituzione del matrimonio e che intanto dimentica voi, che vi credereste tanto volentieri: voi volete sapere il nome e l'età di questa gente. Quando è molta, ci è il compenso che è di bassa qualità e potete fare un moto di sprezzo; quando è poca, avete la consolazione di dar la stura ai vostri commenti: qui è una coppia che potrebbe esser felice, diciotto e ventidue anni: sono troppo giovani per aver testa! Altrove la sposa si chiama Leonilda, nome capriccioso, sarà certo una civetta: compiangiamo il marito, poveretto! Questo qui è medico, professione che non corre più con le capsule Guyot ed il ferro dializzato Bravais: la moglie soffrirà gli stenti. – Guarda, guarda, la tale è giunta finalmente a gabbarne uno; sa il cielo con quali mezzi! E come, ha fatto scrivere solo trent'anni! Ma se ha avuto sempre cinque anni più di me, che ne ho... ventotto! E chi sarà lo sposo? Povero imbecille, avrà la vita tribolata, è degno di compassione.

Dopo un'oretta di insinuazioni più o meno benigne, di restrizioni mentali, di sottintesi poco caritatevoli e di riflessioni più o meno filosofiche, voi, vecchie zitelle, vi confortate nel pensiero che tutti i coniugati sono e saranno sempre infelici e che per nulla al mondo voi vorreste rinunziare alla vostra pace.

Invece la bionda fidanzata del bruno giovanotto, dopo che ha accompagnato sino alla porta il suo amore, raccomandandogli di venir presto la sera seguente, rientra e prende distrattamente il giornale tra le mani, leggendovi le nascite ed i matrimoni. Essa pensa: fra breve, quattro, sei mesi forse, il nome suo vi sarà insieme con quello di lui; gli amici li leggeranno sorridenti, gli estranei non ne sapranno nulla, ma vi sarà un tesoro d'affetto sotto quei nomi. Pensa ed arrossisce e si guarda d'attorno; chi sa qualcuno non le legga sulla fronte il pensiero; forse in un'epoca un po' più lontana, se Dio vuole... una cifra di più nei nati, una cifra che per lei, madre, rappresenterà una testolina grande come un pugno, in una cuffiettina ricamata; una testolina che abbia già i capelli neri del papà e gli occhi azzurri della mammina. Allora, trasportata in questo sogno che è per diventare una realtà, la fanciulla si lascia cader il foglio di mano... e si scorda di leggere il nome dei morti.

Ci sono i vecchi per leggerla, quella malinconica lista, ma non crediate che se ne dispiacciano. Vi è anzi una punta di egoistica soddisfazione per essi, nel vedere che i giovani robusti se ne vanno a dormire per sempre sotto la terra nera e che essi rimangono in piedi ancora, godendo i bei raggi del sole e respirando la vita. Se trovano un caso di lunga vita, tanto meglio: è una speranza per essi di raggiungere l'età del fortunato; se capita loro sotto gli occhi il nome di un amico d'infanzia, di un coetaneo, si compiacciono a narrarne la storia, o ricordarne i detti, gli atti, le virtù, i difetti: una parolina di compianto e tira via - i vecchi hanno già troppo pianto per aver più lagrime. Sibbene la madre del coscritto lontano, trema ed impallidisce, leggendo come ogni giorno un soldato muoia all'ospedale militare e compatisce le altre madri; sibbene l'ammalato si sente colpire quasi da una mano invisibile, quando vede la sua malattia abbattere un uomo alla sua età. Ed in ultimo ci è la turba dei curiosi, che cercano le notizie col fuscellino e sono fortunati se possono, in una riunione, uscire in queste parole: Ricordate la tale, quella bruttina? Ha preso marito. Ovvero: Ricordate il tale, quel galantuomo coi fiocchi? Se n'è andato di là...

Per l'osservatore, che immensa fonte di studio è il modesto estratto dello Stato Civile! In esso cozzano, si urtano, si confondono, si danno la mano tutte le passioni umane, tutte le classi; tutti gli stati sociali vi sono svelati. Vi è il piccolo nato, che non ha padre e che comincia già a sentire il peso della sua posizione illegale, presso alla progenie nobilissima di principi; vi è il futuro cretino che porta il numero precedente a quello che sarà un futuro uomo di genio. È là che spira la fiducia profonda del popolo nella famiglia, la fede nel lavoro delle proprie braccia, il niuno timore dell'avvenire: nel popolo si sposano giovani, allegri, miserabili, senza dubbi e senza esitanze. È là che fa capolino la vanità innata, profonda, incurabile, la quale nel più bello o nel più brutto momento della vita, qual è il matrimonio, fa ricordare di scrivere il nome con tutti i titoli, prenomi e qualità - e si ammira il salto mortale che fa una fanciulla sulla età dello sposo, pur di avere vettura, dieci abiti all'anno da Parigi e il palco in prima dispari al S. Carlo. Si sorride vedendo il matrimonio del celibe, sinora impenitente, che si decide alla catena per trovare chi gli curi i reumatismi - e si vorrebbe sorridere, ma non si può, alle unioni calcolate, proposte, ventilate, stabilite per mezzo di confessori, avvocati, notai e vecchi amici di casa. La questione sociale monta su nel nome dell'operaio morto pel suo dannoso mestiere, e tutta la dolorosa ed artistica bohème vi appare in quel poeta che va a morire sopra un lettuccio dell'ospedale; la miseria, madrigna crudele degli uomini, è rappresentata dai suicidi crescenti. Quell'epopea scura della vita vi spaventa; quel riassunto breve, efficace e terribile, quella intiera esistenza che si annienta in un nome ed in una cifra, vi mette paura...

Ah! no, se è vita, non può essere tutto fango, non può essere tutto nero; vi deve essere la nota ridente, la parte pura, l'ideale realizzato. Vi è tutta una giornata splendida e lucente: la nascita del fanciullino, alba rosea e tremolante di raggi, balbettìo di paradiso, qualche cosa di azzurro che diventa anima; il forte meriggio delle passioni nel calore soffocante del tropico, nell'amore completo e felice, nelle alte ebbrezze del dovere e della famiglia; ed in ultimo la morte aspettata, cioè il tramonto lento, sereno, pacato, per passare in una notte stellata.


Matilde Serao

Note critiche

Matilde Serao nacque in Grecia, a Patrasso, da madre greca e padre napoletano. Mentre quest'ultimo partecipava alle imprese garibaldine, la Serao trascorse l'infanzia in Campania dove, dopo un primo periodo di studi, riuscì a conseguire il diploma e a ottenere un posto di lavoro ai telegrafi. Fu in questi anni che intraprese la carriera di giornalista, scrivendo in un primo tempo per "Il Piccolo" ed in seguito per la "Gazzetta Letteraria Piemontese" e il "Corriere del Mattino". Ma il primo successo letterario arrivò proprio con la raccolta di bozzetti "Dal vero", pubblicata nel 1879 per gli editori Leone Augusto Perussia ed Emilio Quadrio di Milano.

Quell'opera segna in qualche modo l'adesione di Matilde Serao al verismo, seppure i suoi biografi lo definiscano un «verismo mediano», visto che ella «conosce i modi per attrarre il lettore e usa con abilità e spregiudicatezza i meccanismi della produzione di consumo». La critica ufficiale sostiene infatti che la Serao riuscì nelle novelle e negli articoli più che nei romanzi, specialmente per quanto riguarda la struttura dei sentimenti, delle passioni e dei difetti umani, nonché della caratterizzazione dei personaggi e degli ambienti, i quali, all'interno dei suoi scritti più vasti, perdono di efficacia.

L'"Estratto dello Stato Civile", ventiduesimo bozzetto della raccolta "Dal vero", si presenta come un argutissimo rimprovero alla platea dei lettori medi italiani, dediti più al pettegolezzo che non all'approfondimento: un malcostume che oggi sopravvive tanto negli squallidi programmi televisivi quanto nelle prime pagine di quotidiani (un tempo) autorevoli.

Ciò che interessa a noi è che nell'"Estratto dello Stato Civile" il toponimo di Capracotta (e di Roccacannuccia) viene usato come locuzione indicante un luogo remoto, atto a rappresentare il comune italiano medio - non per forza in senso dispregiativo -, e soprattutto intendendolo come località semisconosciuta e irrintracciabile sulle mappe. Il nome di Capracotta, che non ha un legame concreto con la cittadina altomolisana, viene utilizzato dalla scrittrice partenopea per la sua fonetica buffa a mo' di scherno, ad indicare causticamente - ma con grande leggerezza - una comunità che nutre una grande considerazione di sé ma che, nella «cronaca interna», conta realisticamente poco.


Francesco Mendozzi

Fonte: F. Mendozzi, Tre operette per l'Alto Sannio, Youcanprint, Lecce 2019.

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