• Letteratura Capracottese

Io, il Vesuvio


Panorama di Napoli sotto l'ombra del Vesuvio.

Sono una carogna. Perfido e bizzoso. Un condensato di crudeltà letali. E per secoli e secoli - non ricordo quanti, ho perso il conto - ho seminato lutti, disperazione e inganni. L'inganno! Ecco la virtù cardinale, l'espediente con il quale distillo il mio genio perverso. Per un po' me ne sto in quiete, do a intendere di essere finito, un vecchio arnese che sonnecchia o guarda il mare...

Poi, quando i miei figli credono sia morto, mi desto di colpo, gonfio i polmoni e li accoppo. Con tutta la rabbia, la brutalità e il disprezzo che la loro vista mi suscita. E come godo, quanto mi diletto nel vederli scappare, levare supplici le braccia al cielo, crollare al suolo stecchiti! Un brivido orgiastico mi scuote le viscere, un orgasmo assassino mi inebria la mente, sento gli umori pulsare, quegli stessi umori che accecarono Efesto, quando afferrò mia madre e la possedette alla maniera caprina. Sono immortale! Torme di folle mi fanno oggetto di culto, mi onorano con riti diversi, a seconda di mode e stagioni. Un tempo, ad esempio, salivano a me in processione, irrorando l'aria di profumi, disseminandomi i fianchi di viole, le mammole per l'esattezza, le prime a fiorire. E imploravano i numi, Zeus con quale foga!, elevavano orazioni, allestendo danze e innalzando pire. Le pire! Il loro fumo allietava il mio olfatto, la gioventù migliore, il fiore gentile della stirpe che mi formicola addosso, ne cibava il fuoco. In estasi ne udivo il crepitio, cupido ne annusavo l'afrore, ebbro ne assaporavo i balsami. In un'orgia di urla, gemiti e invocazioni. Il fuoco! Gea ed Efesto ne hanno infuso a fiotti nei labirinti del mio pensiero. E quando la noia mi assale, se la nausea tracima, allora sì mi arrabbio!, e li distruggo, quei pigmei, li sotterro sotto le mie coltri. Niente, neppure gli arnesi che sciocchi sacerdoti moderni mi appiccicano ovunque, modera i miei istinti. Già, gli istinti. Ma siamo sicuri, o meglio, sono essi certi che agisco per capriccio? O la mia collera non è un castigo, una giusta punizione per i delitti di cui si macchiano? Da quassù li seguo, ne osservo il dibattersi, la mescola di odio, rabbia e violenza bestiale - sono pur sempre miei figli, per Bacco! - che ne acceca i pensieri. E non è tutto: devo assumere la coramina, o correre al bagno, dinanzi al perenne desiderio di fregare, alla dionisiaca ebbrezza che provano nel trasgredire. Zeus, Papà, e tu, zio Nettuno, voi siete testimoni, voi, voi soltanto potete comprendere il mio sdegno! Tutto, tutto il santo giorno li vedo salire da dove si esce e scendere da dove si entra. Tutte, tutte le volte che irrompe il controllore si scatena un fuggi fuggi: chi corre a timbrare, chi si butta dal finestrino, chi si finge pazzo, o storpio, o cieco, o invoca l'esenzione in quanto vedova di guerra. Ma passi per questo, in fondo negli inganni mi riconosco. La cosa che mi fa letteralmente impazzire è l'ignoranza. Sentite un po' cosa succede: – Vedova di guerra? –, si insospettisce il controllore, – e di quale, per l'esattezza? – 15/18! – Vi ho preso, è una bugia! – E perché, dove stanno le prove? – Perché quella si è svolta fra nordisti e sudisti! – E io sono di Capracotta, a due passi da Foggia. Statevi bene –, fa la tizia e se la svigna. Maledetti! Ladri di auto, falsificatori di borse, abusivisti incalliti, adoratori di feticci, il mio odio è così grande da avermi provocato l'ulcera, con relativi conati e rigurgiti. Tempo fa il dolore è aumentato. Sentivo come un peso allo stomaco, non so, uno spasmo che si irradiava alla schiena. Colpa di quei foruncoli che mi spuntano ovunque, di questa smania di starmi addosso, insomma di venire a vivere dalle mie parti. Una vecchia storia: pensano così di fregarmi, di intenerirmi con falsi abbracci, ignorando che una volta o l'altra starnutisco e li mando in pasto ai pesci. Ma lasciamo perdere, torniamo al dolore. Sinceramente ho avuto paura. «Ci siamo!», mi sono detto, «m'è venuto l'infarto». Essì perché devo stare attento, se mi arrabbio. Me l'ha detto anche mio padre: – Non fare sforzi, modera le eruttazioni, altrimenti rischi il collasso e poi sono cavoli miei andare con mamma e rifarti nuovo. A dire il vero mi sono un po' offeso. E gliel'ho anche detto: – Guarda papà, i tuoi affari di letto sono un problema che non mi tange. Non è colpa mia se ti è passata la voglia. – La voglia? –, si è rabbuiato da fare paura. – Vacci un po' tu con quella donna, brutta e selvatica come si è fatta. Purtroppo sono un tipo che non si trattiene. Secondo me quel vecchio sporcaccione è diventato impotente e non vuole si sappia. – E tu vorresti farmi credere che non vai più a donne? Con tutte le ninfe, le vacche sacre e i satiri che inchiappetti? –, gli ho risposto sarcastico. – Che c'entra –, ha scrollato le spalle, – quelle sono avventurette. Con Hea ormai c'è solo affetto. Non ci ho più visto: – E allora prenditi le pillole, fanno miracoli –, ho concluso. Provocandogli un travaso così imponente che l'aerofagia è venuta a mio fratello, quello in Sicilia, con il seguente bollettino: tre paesi distrutti, la città di Catania da rifare nuova e Binnu Provenzano in rianimazione per ciottolo di lava non riferisco dove. E va bene, ingoiamo ancora, fingiamo di niente. Pure il padre con problemi di attrezzo mi doveva capitare. Ma come si fa, dico io, come è possibile voltarsi e non guardare? Una per tutte. Anche stamattina mio fratello il Sole - per inciso, un bravo ragazzo: ogni giorno, senza eccezioni, mi carezza la nuca appena mi sveglio - anche oggi, dicevo, si è alzato di buon umore. Che giornata splendente! una di quelle che i miei figliastri portano a esempio in tutto il mondo. La luce era così obliqua e intensa da illuminare anche i Decumani, certi vicoli dove mio fratello non arriva mai – Ho paura –, mi ha confidato, – l'ultima volta che ci sono stato mi hanno scippato quattro raggi per venderli di contrabbando agli svedesi. Pare sia l'affare del millennio. Questa mattina, dicevo, l'aria era tersa e il profumo di fresie apriva il cuore alla speranza. Di che speranza si tratti lo ignoro, quei briganti sperano sempre, vattelappesca in che cosa. Un espediente, a parer mio, una pera alla buona per sollevarsi il morale. A un tratto ho avuto un colpo, ho visto un ragazzetto, tutto riccioli e occhi, inginocchiato a un tabernacolo nel muro. In quella zona ce ne sono molti, di questi altarini, dedicati spesso a un loro compare, uno scavezzacollo che si vantano li protegga: dai guai e dalle mie, diciamo così, esternazioni. La cosa devo ammettere mi ha indispettito. Non lo sopporto quel pataccaro, lui e le sue trovate da circo, e li ho anche avvertiti: – Uno di questi giorni pianto il casino! –. Mi sono perciò schiarito la gola, tanto per farmi notare, in attesa che il ragazzino si voltasse. Buca con acqua. Quel delinquente se n'è fottuto, ha proseguito con le sue giaculatorie come nulla fosse. Anzi, accortosi della mia presenza con la coda dell'occhio, a bella posta ha alzato la voce: – Aiutaci, solo tu puoi farci la grazia! –, si è messo a urlare, conoscendo bene il mio carattere. Come già spiegato, tra i miei difetti c'è la gelosia. Prima li maledico, faccio pensieri cattivi, medito di sterminarli, ma poi, non so perché, ci resto male. Se appena appena mi sento trascurato, se vedo che privilegiano quel tizio, vengo preso da un cupo rancore. – Possibile? –, mi sono detto, – possibile, credano ancora alle sue panzane? alla manfrina della granita di more che si scioglie? Avevo il fiato corto e l'alito pesante - colpa della scarsa motilità intestinale, suppongo - ma la curiosità, un cieco istinto di guardare hanno prevalso. Ho premuto sul diaframma e mi sono chinato alla sua altezza. Numi di Olimpo, non ci crederete!, non c'era nessuna effigie del rivale in quella nicchia. Niente. Solo un tamarro, egualmente ricciuto, che giocava a palla come una foca. "Capello originale di Maradona", c'era scritto sulla foto, e un filo lungo e sottile, scurissimo come gli occhi del ragazzino, ne orlava il bordo. – Ma basta! finiamola con gli dei pagani! –, sono sbottato, – Anche la foca, adesso? Tale era la rabbia che ho sentito gli umori salirmi in gola. «Una botta, terribile come mai, e la facciamo finita, una volta per tutte», ho pensato. E sarei esploso, avrei scatenato un putiferio se lui non si fosse girato, lentamente, arricciando il naso per il fetore, e proferito: – Traditore! lui sì che ci tiene a noi, anche da lontano. Tu, invece, tu che stai vicino, che dovresti conoscere i guai, le sofferenze che proviamo, tu ci hai venduti per la carriera! – Iooo? –, ho risposto appena. – E levati, che puzzi! – Ma... a che ti riferisci? – chiesto, e ho furtivamente ingoiato una mentina. – Come! –, ha incalzato, con un risolino, – fai anche finta, adesso? o hai persa la memoria? – Qualche giramento di testa, gulp, la vecchiaia… –. Maledette mentine! Quando ti vanno di traverso ti rovinano il condotto. – Te la faccio venire io la tua bella memoria. Ti dice niente il calendario padano? – No, non mi sovviene, ti andrebbe una liquirizia? – Puhh! –, è stata la sua ultima affermazione. Dopo di che ha girato i tacchi e mi ha piantato. Là, in quel cesso buio - al solito quel caino di mio fratello se l'era svignata - scuro, dicevo, e anche puzzolente; come i loro piedi, e le ascelle, e il sedere, che non lavano mai, esposto al pubblico dileggio, preso a schiaffi, caccole e rifiuti tossici in faccia. – E salutaci quella zoccola! –, mi hanno oltraggiato mentre scappavo e allora, non so perché, ho pensato a mia madre. È notte. Disteso sul sofà e con la boule premuta sulla testa, sono al buio e penso. Penso al mio destino, a questa vita di cacca che mio nonno il Fato ha voluto consumassi insieme a 'sti bruti. Certo, adesso che sono calmo, a condotto freddo, devo convenire che qualche ragione ce l'hanno. Ma che posso farci, non è colpa mia se papà mi diceva sempre «devi fare la carriera!». E io, da quel fesso che sono, gli credevo pure. Metteteci quei fetenti di amici, certi maligni che soffiano sul fuoco, e il guaio è fatto. – Sei un fallito –, mi stuzzicavano, – nessuno ti calcola. È più bravo l'altro –. «Non è vero, la vostra è tutta invidia», a momenti svenivo, «l'hanno anche tolto dal calendario, quell’impostore». Il calendario! Ecco la causa dei miei guai. Viene a trovarmi un tipo un po' alticcio, gran simpaticone però, non c'è che dire. – Ti andrebbe un posto nel nostro calendario? –, chiede col suo vocione. – Chi, quello di Playboy? –, gli faccio, come a dire: a chi vuoi sfottere? . – No, quello Padano! –, risponde lui, serio e impettito. Com'è come non è, colpa anche del vino che scorre a fiumi, facciamo amicizia. – Qualche brontolio, un po' di scena per mettergli paura –, pretende in cambio, – e ti inseriamo fra i nostri –. Malgrado l'alcol provo a resistere. – Voglio le garanzie, qua nessuno è fesso –. E lui, quasi aspettasse il momento, mostra i filmati. Strade, ponti, città intere, tappezzate con scritte inneggianti a me e quel bestione di mio fratello. Roba da non dormirci, l'occasione della vita. – Acchio! –, mi esce spontaneo, – qui il fatto è serio –, e, tra un rutto e l'altro, andiamo dal notaio. Da allora, a intervalli regolari, tiro qualche calcio, a volte mi storco pigramente, oppure mi scolo un litro di quello suo. Così, tanto per fare scena, come da contratto. E devo dire che le soddisfazioni non mancano. A ogni colpo, anche solo strumentale, l'uomo del vino m'invia telegrammi di incitamento, tipo: "Ad maiora!" oppure "Alla prossima!", un bel tonico per il mio egotismo. Dovrei essere felice, fare salti di gioia, gridare «ce l'ho fatta, sono conosciuto all'estero, altro che quel provinciale!» e invece... …invece da stamattina, da quando ho avuto l'alterco col monello, penso e rivedo i suoi occhi lucenti. Sono due dardi che acuiscono l'ulcera. – Assassino –, stanno lì a ripetere, – ci hai abbandonati! Assassino? Nonò, scusate, aspettate un momento. Orfano, semmai, al più senza affetti, al limite nostalgico del tempo antico. Quando eravamo tutti uniti, io, mamma, papà e zio Nettuno. Ricordo che l'acqua e il fuoco erano una cosa sola e giocavo a palle di fango con mio cugino il Po. Poi venne la crisi, zio Nettuno fu licenziato ed emigrò al Nord in cerca di lavoro. E io restai quaggiù, solo, intristito, senza compagno di giochi. Questa, fu solo questa la causa dei dissapori con i miei figliastri. Sì, è una serata speciale, è l'occasione giusta per i mea culpa: ho sfogato su di loro le mie nevrosi, la mia ansia, la rabbia impotente che mi porto dentro da quando non gioco più con il cugino. E non è giusto, adesso capisco: la mia è stata cattiveria, cinismo allo stato puro. Sapete allora che faccio? prendo una vacanza e vado a trovare Popi. – Fammi un piacere –, magari gli dico, – datti anche tu una scrollatina. Una cosuccia da niente, poche migliaia di alluvionati. E se mi chiede il motivo, se mi domanda: «scusa, per quale ragione, proprio ora che sei ricco e famoso?», so già cosa rispondergli: – Per lenire i bruciori.


Carlo Capone

Fonte: http://carlocapone.altervista.org/, 1° settembre 2014.

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