• Letteratura Capracottese

Le ferite del cuore


Panorama di Capracotta dallo Iaccio Vorraina (foto: A. Mendozzi).

Vi arrivo per la prima volta alla fine degli anni Cinquanta, fresco di maturità classica, in corriera, l'unico mezzo di trasporto pubblico. L'arrivo della corriera in paese è motivo di festa. Accorrono in tanti. Abbracci, baci, lacrime di gioia. Visi nuovi, visi antichi. Stati d'animo di chi arriva, chi parte, chi resta.

Stupendo trittico di Umberto Boccioni.

Sono ospite di due zii e di tanti cugini. I saluti e le solite notizie sulle vicende familiari. Qualche giorno di ambientamento, poi le prime conoscenze e le prime amicizie.

Tanti ragazzi e ragazze, tutti desiderosi di vivere una bella estate.

Un gran bel gruppo, dove, col trascorrere dei giorni e con la complicità delle tante gite tra i boschi di Monte Capraro, Monte Campo e Prato Gentile, sbocciano i primi amori.

Un mattino è in programma una scarpinata su Monte Capraro e, nell'attesa di partire, si unisce a noi una ragazza stupenda.

Occhi dolci, sorriso candido, lineamenti delicati, capelli fluenti e dorati, movenze aggraziate.

Una ninfa del Botticelli, una ninfa dei boschi che emana sensazioni meravigliose. Gli amici che la conoscono, la dicono felicemente promessa. Inavvicinabile, intoccabile. I convenevoli, una stretta di mano, un cenno del capo.

Su per la salita nessun contatto, soltanto qualche occhiata furtiva.

Finalmente in cima, una piccola radura per rifocillarsi e riposare.

Seduti sull'erba, casualmente ci ritroviamo fianco a fianco, silenziosi e stanchi.

Intorno a noi amaranti, borrigene, campanule, ginestrine, giunchiglie, primule, valeriane, viole, nontiscordardimè sono in fiore e non negandosi ad api e farfalle ci inondano dei loro mille profumi.

Un soave venticello ci accarezza.

Un'atmosfera magica.

Tutto ad un tratto un refolo impertinente mi scompiglia i capelli e mette in evidenza un piccolo neo sulla mia fronte. Lei si volta verso me, lo nota e mi si avvicina per osservarlo. Non credo ai miei occhi. Mi dico: sto sognando.

Il cuore, incontenibile, batte freneticamente.

Piccole gocce di sudore mi imperlano la fronte.

Le mani tremanti.

Non oso, non posso osare. Il timore di un possibile diniego mi paralizza.

Ma una forza irresistibile mi spinge verso lei. Gli occhi negli occhi, una breve dolcissima esitazione e... labbra sulle labbra.

Un brivido meraviglioso ci pervade. Una musica celestiale si leva nell'aria.

Campanelli, arpe, violini, ci accompagnano in un mondo lontano.

Poi il brusco ritorno alla realtà, con il mormorio degli amici, già pronti alla discesa. Confusi ed imbarazzati, raccogliamo le nostre cose e inziamo a scendere.

La ninfa, abbandonato il suo regno tra i boschi, mi segue per mano.

Il rientro in paese, il tempo di un rapido ristoro a casa, ed ancora insieme.

Insieme, insieme, insieme.

Per giorni, giorni, giorni.

Lunghe passeggiate, silenzi interminabili, carezze indicibili.

Balli serali al suono di un vecchio grammofono e con dischi di vinile.

Mattonelle sempre più piccole.

Non pensiamo. Non pensiamo a cosa dovrà accadere.

Ci rifiutiamo di farlo, pur sapendo che gli usi, i costumi, le famiglie, imporranno il loro volere.

Il volere dei tempi.

L'estate, intanto, volge alla fine e, con le prime piogge, le prime partenze.

Parte prima lei.

Mani nelle mani, occhi negli occhi, come sempre.

Il cielo nuvoloso ed un vento fastidioso sembrano partecipi della nostra sofferenza.

Un silenzio mesto e surreale.

Poi, incuranti di tutto e di tutti, un ultimo dolce bacio ed un lieve sussurro:

– Mi mancherai sempre.

Una breve risposta:

– Anche tu.

Non l'ho più rivista. Tutte le volte che son tornato in paese, ho sperato d'incontrarla. Invano.

Forse avrei dovuto cercarla, lei ninfa, tra i boschi e la radura di Monte Capraro.

La mia partenza in corriera è particolarmente triste. Il distacco dal paese, dagli amici, dai parenti.

E poi il doloroso epilogo. La bella estate, la meravigliosa, indimenticabile estate, ha preteso le sue vittime: due cuori feriti, due ferite profonde e dolorose. Ferite che soltanto il tempo potrà lenire, ma che nessun cardiologo, neppure il più bravo, riuscirà mai a guarire.


Antonio Pasquale Potena

Fonte: A. P. Potena, Le ferite del cuore, in «Cuore e Salute», XXXIII:1-2, Roma, gennaio-febbraio 2015.

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