• Letteratura Capracottese

Leggendario grand-papà


La squadra di Enrico a lavoro.

Quando mio cugino torna a Roma dopo essersi ripreso dalle "fatiche" della sua professione ed essersi fatto coccolare da amici e parenti devo passare a chiudere la casa che lo ospita, che fu dei miei nonni materni Enrico e Maria.

Non mi sono ancora abituata a quel silenzio in cui oramai è immersa quella dimora, un tempo sempre piena di gente e, dopo aver rassettato, mi induce a riallacciare un contatto con quel passato che, quando riaffiora, mi emoziona profondamente. E allora apro credenze, armadi, cassetti rovistando alla spasmodica ricerca di qualcosa che mi porti ad assaporare sensazioni mai sopite: torno a leggere i diari di nonno, la simpatica corrispondenza che egli intratteneva con uno straordinario esponente della nobiltà capracottese dalle insolite idee politiche per il suo ceto sociale, sfoglio gli album delle foto di famiglia cercando di cogliere particolari che precedentemente mi erano sfuggiti.

L'ultima spedizione mi ha riservato una inaspettata sorpresa, da un fascio di foto spuntava una foderina di plastica nella quale era custodito un malridotto documento dal lembo superiore a tratti mancante, all'interno recava una foto sbiadita che mi ha fatto pensare al fratello minore di mio nonno: zio Adolfo, che viveva a Roma e faceva il sarto, stesso ovale, stessi baffi, ma mi sbagliavo poiché i dati anagrafici, perfettamente leggibili, mi hanno rivelato l'identità del titolare: il mio bisnonno che, in famiglia, abbiamo sempre chiamato col francesismo grand-papà. Da quel documento, datato 11 marzo 1927, apprendo che era nato a Capracotta il 24 dicembre 1858, tre anni prima dell'Unità d'Italia, che nonostante all'epoca avesse ben 69 anni, in corrispondenza della professione è riportato "muratore" e, cosa stupefacente, sotto la foto c'è la sua firma!

Nell'esaminare minuziosamente ogni particolare: "Regno d'Italia", "Il Podestà del Comune di Capracotta", sono stata trascinata dai miei ricordi di bambina, quando la famiglia si riuniva al gran completo in occasione delle feste e nonno, coadiuvato da zio Ninetto, profondo conoscitore della storia di famiglia, narravano a me e ai miei cugini le "gesta" di grand-papà. Il periodo in cui visse, all'indomani dell'Unità d'Italia nell'ex Regno borbonico, era denso di disagi per le classi più povere: la struttura economico-sociale era rimasta arretrata, mancavano capitali, strade, ferrovie, acquedotti, l'analfabetismo era molto diffuso, l'introduzione della leva obbligatoria, insieme a provvedimenti fiscali impositivi, aumentò tale disagio determinando un'avversione nei confronti del nuovo governo unitario che si acuì il fenomeno del brigantaggio dando luogo a feroci rivolte del popolo, fomentate anche dai borbonici e dal clero e si affermò il fenomeno dell'emigrazione. La popolazione incominciò ad abbandonare l'Italia alla volta di nuovi continenti - Campobasso fu una delle province che diede il maggior numero di emigranti - e lo Stato non poté che assistere impotente a questo flusso migratorio che caratterizzò la seconda metà dell'800.

Grand-papà, di umili origini, ebbe un'infanzia piuttosto breve, fu fortunato perché riuscì ad imparare a leggere e a scrivere ma, essendo il primogenito, ben presto fu destinato ad accompagnare con la callarèlla suo padre al lavoro e da questi fu avviato al duro mestiere del muratore. Nonno descriveva suo padre come uomo austero, prima con se stesso e poi con gli altri, guai ad abusare della sua pazienza perché immediatamente si rivestiva della sua intransigenza - caratteristica oggi riscontrabile in alcuni dei suoi discendenti! - ma al tempo stesso persona amabile che adorava stare in compagnia e per questo molto ricercato ma soprattutto animato da gran passione per tutto ciò che faceva.

E qui nonno Enrico evidenziava l'importanza di quanto affermava: «In ogni cosa che si fa nel corso della propria vita bisogna impegnarsi, metterci amore...» e con orgoglio ci narrava che grand-papà, nel suo lavoro, era diventato talmente abile che un giorno fu avvicinato da un imprenditore che gli propose di seguirlo in Nord Africa per eseguire dei lavori edili che gli erano stati commissionati dal Governo francese, all'epoca potenza coloniale. Considerando lo strapazzo cui era sottoposto per raggiungere i luoghi di lavoro più disparati, le attese per ottenere incarichi, ma soprattutto i compensi, favorirono la decisione di accettare l'offerta, fortemente osteggiata però dalla famiglia e dal padre per primo con la motivazione che non sapeva a cosa sarebbe andato incontro. Dopo un intenso travaglio interiore, ma ispirato dall'intenzione di risollevare le sorti della famiglia, organizzò la partenza verso quella che rappresentava la sua terra promessa: lo immagino avvolto nel suo mantello e con un fagottello di poche cose che si lascia alle spalle Capracotta, la sua famiglia, i suoi amici, con l'animo in subbuglio, sentimenti di angoscia alternati a sogni ed ambizioni che lo portarono ad affrontare un viaggio lungo e terribile e ad approdare in Nord Africa: in Algeria, ed a stabilirsi nel capoluogo della Cabilia, a Bougie, l'attuale Bejaia.

Solo Dio sa quante difficoltà dovette affrontare per integrarsi a cominciare dalle lingue: dovette imparare l'arabo ed il francese. L'Algeria infatti, da Stato colonizzato, era stata francesizzata, a cominciare dalla lingua - tant'è che grand-papà, da màstre 'Ntunine si trasfomò in maître Antoine –; sopravviveva fra la popolazione locale, i berberi, la lingua araba. E che dire del cibo? Ricordo che nonno ci descriveva il cous-cous, tipico pasto berbero, che veniva consumato con una specie di pane che fungeva da posata in un unico piatto ad uso di più commensali: chissà quante volte grand-papà avrà rimpianto i sapori di Capracotta, quelle buone sàgne e mìccule, la 'mpanicce oppure fòglie e patàne di mamma Filuccia. Anche l'habitat ebbe la sua parte: immaginiamo un capracottese che si stabilisce in una città sulle coste del Nord Africa!

All'inizio dunque fu molto dura, ma l'entusiasmo che metteva in tutto ciò che realizzava non gli faceva quasi considerare la pesantezza del suo lavoro perché aveva fretta di tornare in Italia e riusciva a rimettere parte dei suoi guadagni alla famiglia.

Quando meno se lo aspettava ci fu un piacevole imprevisto nella sua vita privata, venne distratto dall'amore, frequentando la comunità italiana aveva conosciuto la figlia di un marinaio proveniente da Cetara in provincia di Salerno: va precisato che l'immigrazione italiana, subito dopo i lavoratori dell'edilizia, era costituita da gente di mare. Il 4 giugno 1884 sposò la diciassettenne Concetta, ebbero quattro figli, tre maschi e una femmina, mio nonno era il più piccolo. Il progetto di tornare in Italia di grand-papà fu messo da parte perché oramai, oltre ad essersi integrato, aveva una famiglia, ma soprattutto poteva contare sul suo lavoro che gli dava grandi soddisfazioni: ora non era un semplice operaio, era diventato: «Imprenditore di lavori pubblici che presenta tutte le condizioni di moralità e solvibilità...» come recita un certificato de la Mairie de Dellys del 9 maggio 1893 custodito, con l'estratto dell'atto di matrimonio di grand-papà, come reliquie da mia zia Rosetta.

Il desti