• Letteratura Capracottese

Macchia Strinata


Elaborazione di F. Mendozzi del sito di Macchia Strinata sulla sommità di Monte S. Nicola.

Per chi si reca a Capracotta passando lungo la  provinciale che da Guado Liscia porta al paese, passata la contrada Macchia, il Monte San Nicola appare come un'erta propagine montana spoglia e brulla, vocata al pascolo, imponente e silente.

Sulla sommità il panorama è grandioso, maestoso, mozzafiato.

Posto sul crinale a confine tra Abruzzo e Molise, domina la valle del Sangro a nord e del Trigno a sud.

A sapere ascoltare si scopre la millenaria storia e le voci di una umanità passata che ci ricordano, ammonendoci, la nostra fugacità nei confronti delle stagioni. Il rinvenimento alle falde del monte, durante lavori agricoli, e il recupero di una tabula con iscrizioni in osco (la notissima Tabula Agnonensis ora al British Museum) nell'anno 1848, attira l'attenzione degli studiosi dell'epoca su questi luoghi.

In una relazione in Bollettino dell'Istituto di Corrispondenza Archeologica del 10 ottobre 1848, uno studioso, F. S. Cremonese, descrive il monte e cita le mura ciclopiche lunghe 1.300 palmi, i resti di un oratorio, i resti di una torre rotonda ed il detrito archeologico in vista sulla sommità. In "Notizie degli scavi" del 1904, il celebre De Nino, alla voce Capracotta, racconta la survey a Monte San Nicola e le emergenze archeologiche rinvenute. Di sepolture scoverchiate e di ossa umane mosse dal vento e bagnate della pioggia ne parla L. Campanelli nel 1931 in un libro su Capracotta.

Sul monte, le mura poligoniche (denominazione presa a prestito dal De Nino) attestano quindi un centro fortificato sannitico ad una sola cinta. Otticamente è collegato con le fortificazioni di Monte Cavallerizzo ad ovest e Rocca dell'Abate ad est, site sullo stesso crinale orogenetico.

Le diverse campagne di scavo della Soprintendenza per i Beni archeologici del Molise a Fonte del Romito, il luogo del rinvenimento della tabula, attestano la presenza inaspettata di un insediamento sannita protrattosi fino al I° secolo d.C. La fortificazione sulla vetta nasce come centro di difesa, controllo e riparo, per la popolazione residente a valle, soprattutto in relazione all'espansione coloniale romana.

Attualmente rimangono minimi tratti affioranti ma il terreno, accumulato alle spalle della struttura rende una soil-crop del manto erboso e rimarca la linea delle mura. Il rilievo mostra 320 m. a semicerchio tra i 1.500 e i 1.450 m. di altitudine racchiudendo un'area di circa tre ettari di terreno. Allo stato attuale non è possibile stabilire se abbia assolto funzione abitativa in epoca sannitica.

Ben attestata invece la presenza di un abitato in epoca medievale il cui nome è Macchia Strinata.

Nel noto Catalogus Baronum normanno, Roberto di Macchia e suo fratello tengono a nome di Guglielmo Borrello di Agnone, figlio di Borrello IV, Macchia feudo di un milite. Fiscalmente corrisponde a 24 fuochi o famiglie che, dato 5 come media del nucleo famigliare, dà una popolazione di circa 120 persone. Siamo nella metà del XII secolo.

Da un diploma regio di Carlo I° d'Angiò, datato 1° gennaio 1270, si ha notizia della infeudazione del paese a Riccardo di Annibaldi, barone romano, insieme a metà di Agnone. Altre notizie tratte dal Sella nel volume "Aprutium-Molisium: le decime del secolo XIII-XIV", sotto la voce della diocesi di Trivento, nell'anno 1328 al n° 4991, «Clericis de Macla tarini VI». Questa è la tassazione «urgente aliqua necessitate» che il Papa impone sugli ecclesiastici, a causa dei redditi dei loro benefici. Il valore espresso in tarini mostra una tassazione pari e/o superiore ad altri paesi limitrofi.

Maggiore di: Castel Barone, Pilo, Pesco Pignataro, Civita Burrello, Bellomonte, Monforte, Castro Iudicis, Calcasacco e Schiavis.

Uguale: Capra Cocta.

Minore di: Castellione, Rodio, S. Angelo de Pesculo, Cantalupo e Anglono.

L'esplosione pandemica dell'infezione causata dal bacillo delle peste nel 1348, i violenti terremoti e le carestie alimentari causate dal cambiamento climatico, sinergicamente connesse, causano una terribile contrazione demografica con il relativo abbandono di molti abitati nella maggior parte d'Europa, fenomeno noto come wustungen. Spariscono intere comunità; una parte di quelle su elencate vengono disertate. Solo nella Valle del Sangro se ne censiscono oltre 50.

È una cesura storica, paragonabile al II conflitto mondiale. Ci vorranno alcuni secoli per tornare alla consistenza demica del secolo anteriore. L'Abruzzo angioino, nel 1268, conta 720 terre; nel 1505, nella numerazione dei fuochi vicereale, 267.

Ma il nostro paese sopravvive, anche se i tempi sono durissimi come documentato dai diplomi inerenti Agnone sul finire del XIV secolo.

Autunno 1376: la regina Giovanna I d'Angiò concede esoneri fiscali agli abitanti di Agnone «causa epidemie mortali ed scorrerie di diverse compagnie di ventura». Ottobre 1395: Giacomo Marzano ammiraglio del regno a seguito di una supplica concede la dispensa dal pagamento della colletta di S. Maria ad Agnone «ridotta alla massima povertà e desolazione»; il re Ladislao di Durazzo concede l'indulto all'Università di Agnone la vigilia del Natale del 1395.

Nel 1438 Macchia viene citata nella descrizione dei confini in un atto di vendita che il condottiero Jacopo Caldora, signore della Contea di Trivento, maritali domini, perfeziona con un cittadino di Agnone ed ha come oggetto il feudo di Castel Barone.

Il nuovo re di Napoli, Alfonso il Magnanimo, convoca nel 1443 il Parlamento Baronale e istituisce con il beneplacito nobiliare una riforma fiscale innovativa. La fiscalità sveva e poi angioina, basate su onerose e molteplici collette, viene abrogata. Un censimento a scadenza triennale (numerazione) impone un'unica imposizione per fuoco (o famiglia) pari ad 1 ducato per anno in cambio di una distribuzione di un tomolo di sale a nucleo familiare. 230.000 fuochi corrispondono alla popolazione tassata nel 1443.

Un libro manoscritto, inerente questa numerazione, è conservato a Genova presso la Biblioteca Civica Berio ed è intitolato Liber Focorum Regni Neapoli.

Il nostro paese, feudo di Antonello de Ebulo, è tassato per 65 fuochi, che, lasciando il fattore arbitrario 5 come consistenza del nucleo familiare, dà una popolazione di 325 persone con 3 once di tassazione. Confrontando i  fuochi di Macchia con i paesi limitrofi viene in evidenza come uno dei più ricchi e popolosi: 8 fuochi in più di Capracotta; 23 in più di Castel del Giudice; 30 in più di Belmonte del Sannio; 17 in più di Rosello; 50 in più di Pilo; 3 più di Borrello; 3 più di Quadri; 22 in più di Villa Santa Maria; 1 in più di Caccavone, l'odierna Poggio Sannita; 13 fuochi in meno di Pesco Pignataro; 48 in meno di Castiglione Messer Marino.

Agnone, terra demaniale e sede episcopale, è la più popolata con 434 fuochi, vero centro di riferimento, non solo economico, del territorio circostante.

Nel 1447 il re aragonese riordina la pastorizia transumante tra l'Abruzzo ed i verdi pascoli della Capitanata pugliese.

La vecchia istituzione angioina viene arricchita e integrata da innovazioni provenienti dalla transumanza in voga in Aragona chiamata mesta, la regione iberica di provenienza della dinastia. Nella complessa normativa viene delimitata la rete tratturale; i pastori vengono sottratti al potere dei feudatari e posti sotto la giurisdizione statale regia con l'istituzione della Dogana delle pecore. L'affitto dei pascoli nel Tavoliere sarà l'imposta più remunerativa per il fisco napoletano, anche in epoca vicereale, fino alla fine del '700.

Il tratturo Ateleta-Biferno, che si collega sia al tratturo magno LAquila-Foggia sia al Celano-Foggia, posto a nord di Macchia, è direttrice viaria di primaria importanza, foriera non solo di commerci ma probabilmente, in ambito culturale, della titolazione dell'ecclesia castri dedicata a San Nicola, venerato nel santuario pugliese di Bari.

La ripresa socio-economica e demografica continua durante tutto il secolo seguente. Lo sviluppo agricolo e l'aumento della popolazione, strettamente legate, trasformano il territorio. Si creano nuovi paesi e si ripopolano alcuni precedentemente abbandonati, con migrazioni alloctone slave ed albanesi nella fascia costiera abruzzese. Si mettono a coltura vigneti, oliveti e, lungo le fasce costiere, i "giardini" con gli agrumeti. Vaste aree boschive vengono cesizzate, si impiantano  nuove cultivar come il gelso che è foriero della sericoltura, la nostra seta è ritenuta una delle migliori nella Firenze medicea. Nelle pianure alluvionali si coltiva il riso. Il commercio fa da volano. Commercianti veneziani, ragusei, bergamaschi, con le loro mercanzie, invadono le nostre fiere; si esporta grano, cavalli, pelli, soprattutto lana. L'aristocrazia del Regno investe nell'allevamento degli ovini. L'industria armentizia legata alla transumanza assicura alta reddittività.

A fine secolo la temperatura media scende generando la "piccola età glaciale". Inverni rigidi e più lunghi ed estati piovose comportano distruzioni di raccolti con conseguenti carestie. Forti gelate primaverili bruciano le piante da frutto. Per i centri d'altura inizia una lenta decadenza. Inizia un trend negativo, a metà secolo arriva una drammatica crisi demografica, la peste del 1656.

Il bacillo della peste viene dal mare, nel mese di marzo, come quella del 1348, proveniente dalla Sardegna. Questa volta è la capitale ad essere colpita per prima. Ed è subito un'ecatombe. Napoli è la terza città europea come popolazione dopo Londra e Parigi. È sede della corte vicereale, abitata dall'alta nobiltà del mezzogiorno e da una moltitudine di gente indigente, sede di commerci e di mercanti. È esente dalle imposte dirette e non paga il focatico. Il tentativo da parte del viceré, nove anni prima, di imporre una gabella sulla frutta e verdura, scaturisce in una rivolta popolare capitanata da Tommaso Aniello pescivendolo che per alcuni giorni soggioga le guarnigioni spagnole terrorizzando la corte e la nobiltà. Vera rivoluzione popolare, la prima e l'unica della nostra penisola. Non possediamo le numerazioni, le rilevazioni fiscali, perché ne è esente. Da recenti studi si stima che l'indice di mortalità fosse del 50%. Dai 200.000 ai 600.000 individui deceduti. Il focolaio infettivo dura fino all'8 dicembre, giorno dell'Immacolata Concezione. Lo spopolamento della capitale acuisce ancor di più l'abbandono delle aree regionali periferiche nel periodo post-peste. I vuoti a Napoli si colmano con le migrazioni interne. Flussi che contribuiscono a ripopolare la città partenopea a danno di una periferia già spopolata dal morbo. Nel Contado del Molise la peste arriva tra maggio e giugno: si calcola che il 50% dei paesi viene infettato.

Il dato più prossimo per Macchia possiamo desumerlo dal paese di Capracotta, il più vicino anche per le caratteristiche socio-economiche e demografiche. Nella numerazione fiscale del 1648, otto anni prima dell'infezione, Capracotta ha 254 fuochi (esenti i nobili e gli ecclesiastici), nella successiva del 1669, tredici anni dopo, 183. Sembra che la perdita sia di 71 fuochi. Un documento conservato nell'archivio parrocchiale ci da una realtà storica molto diversa. Il libro dei battezzati e dei morti di quel tempo ci dà notizie certe di prima mano. Il contagio inizia in piena estate il 4 agosto e continua fino al 13 settembre; 41 giorni di severo contagio con 1.126 decessi. Calcolando i fuochi del 1648 per il fattore 5 come indice familiare, la popolazione risulta di 1.270 anime, che contrasta con i numeri reali dei decessi del 1656, 1.126. La differenza è di 144 anime, pochissime per giustificare i 183 fuochi del decennio successivo. Se si stima una mortalità generale nel viceregno intorno al 43% e l'applichiamo al numero dei decessi del 1656, diviso i fuochi, ci dà un indice familiare del 6,3. Se consideriamo che il nucleo famigliare post-peste, ovvero nei fuochi ancora accesi, ha un fattore molto più basso, 2,6, nel 1669 il paese conta 183 fuochi, 475 anime. Per altri due anni diversi focolai nel Regno si riaccendono. La vicina Rosello è contagiata da gennaio del 1657 a febbraio del 1658 e solo a giugno dello stesso anno è considerata libera dal morbo.

Aurelia d'Eboli, feudataria di Macchia, nominata delle Spinete, paga ducati 3, grani 1, cavalli 16, come adoha, tassa proporzionale al valore pecuniario del feudo. Notizia tratta dal libro redatto il 1 gennaio del 1669 per la Regia Camera della Sommaria, organo amministrativo di controllo, competente a giudicare in materia fiscale come la nostra Corte dei Conti. Macchia non compare nell'elenco dei fuochi dei paesi, né tra quelli disabitati del Contado del Molise. Forse già in fase di avanzato stato di spopolamento e declassamento a feudo rustico, il nostro paese viene disertato e abbandonato. Un notaio di Castel di Sangro annota in un atto: «onde mancarono abitanti e coloni, ché non così facilmente si trovavano le case e gli stabili a darle in affitto o venderle e per conseguenza andarono a terra o in distruzione».

La popolazione residua si trasferisce, probabilmente, nei centri vicini di Agnone e Capracotta condannando ad una lenta ed inesorabile distruzione l'abitato. Solo il ricordo della titolazione ecclesiastica resta a testimoniare la pietas degli abitanti e la presenza dell'abitato.


Giosa Menna

Fonte: https://giosamenna.wordpress.com/, 12 gennaio 2015.

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