top of page

I mesi dell'anno nel dialetto capracottese



Negli ultimi tempi si parla molto dello schwa, un simbolo che nell'alfabeto fonetico internazionale è rappresentato così: -ə. Nel dicembre scorso persino l'Accademia della Crusca è dovuta scendere in campo per ribadire a tutti, puristi e non della lingua italiana, che il suo utilizzo è «inaccettabile».

Lo schwa è quella vocale indistinta che si produce con la bocca semiaperta, lasciando fluire l'aria senza imporle alcuna barriera se non quella delle corde vocali. È un suono molto comune nelle lingue del mondo e il suo nome deriva da una parola ebraica che indicava una vocale debole o non realizzata. Il simbolo -ə fu inventato nel 1821 dal tedesco Johan Andreas Schmeller, che lo usò nella sua grammatica per tentare di riprodurre il suono prodotto nel dialetto bavarese. Nei dialetti italiani meridionali (esclusi il siciliano, il calabrese e il salentino) lo schwa chiude tantissime parole, per non dire tutte.

A mio avviso, visto che si tratta di un grafema dell'alfabeto fonetico, sarebbe più corretto non segnarlo quando si scrive, così come non vengono segnati gli innumerevoli altri simboli fonetici IPA. Storicamente, infatti, quando ci si trovava di fronte a parole dialettali, le si segnava in corsivo con le -e non accentate che rappresentavano le vocali mute. Da alcuni anni, invece, sull'onda di una sedicente maggiore inclusività grammaticale, si tende a segnare con lo schwa sia le desinenze che indicano il genere (bello, bella, belli, belle = bellə, o bell*) sia la vocale terminale dei dialetti meridionali.

Ora veniamo ai mesi dell'anno, nello specifico a quelli presenti sull'ultimo calendario in vendita presso la Pro Loco Capracotta, calendario nel quale si è scelto di utilizzare lo schwa: scelta opinabile ma tutto sommato legittima. I mesi di aprile e settembre, invece, hanno destato qualche perplessità presso molti compaesani.

Nel succitato calendario il mese di aprile è segnato come abrilə, ma in realtà andrebbe tradotto senza la -a iniziale, per cui diventerebbe brìle. Settembre, invece, è stato tradotto con səttiémbra. Qui l'errore, veniale, potrebbe essere legato alla festa della Madonna di Loreto, che ha causato l'involontaria crasi dell'ozzettiémbra (òtte + settiémbre), una simpatica contrazione lessicale che vorrebbe racchiudere in una sola parola tutta la gioia del popolo in vista del giubileo capracottese. Ma il mese di settembre, preso singolarmente, non fa altro che seguire le medesime regole grammaticali dei successivi mesi di ottobre, novembre e dicembre. Nulla da eccepire sul singolare fəbbralə, che non ripete il rotacismo del precedente gennaio.

Facciamo un plauso a tutti i componenti della Pro Loco Capracotta per l'impegno (gratuito e volontario) che profondono nell'attività di promozione della nostra cittadina, anche in occasione del calendario 2022, il quale presenta un tema originale e una veste grafica accattivante. È quindi importante ribadire che i mesi dell'anno nel dialetto capracottese sono i seguenti:

  1. Iennàre, o jennàre;

  2. Febbràle;

  3. Màrze;

  4. Brìle;

  5. Màie, o màje;

  6. Giùgne;

  7. Lùglie;

  8. Aùscte;

  9. Settiémbre;

  10. Uttóbre;

  11. Nuviémbre;

  12. Deciémbre.

Insomma, il dialetto cambia al cambiare dei tempi ma questo non significa che sia lecito stravolgerlo arbitrariamente solo perché non lo si conosce a fondo. Il dialetto capracottese è un tesoro del popolo capracottese, e di questo popolo - solo di questo - resti appannaggio.


Francesco Mendozzi

 

Bibliografia di riferimento:

  • O. Conti, Locuzioni e modi di dire del popolo capracottese, Frattarolo, Lucera 1909;

  • O. Conti, Letteratura popolare capracottese, Pierro, Napoli 1911;

  • M. Cortelazzo e C. Marcato, I dialetti italiani. Dizionario etimologico, Utet, Torino 1998;

  • G. Cremonese, Vocabolario del dialetto agnonese, Bastone, Agnone 1893;

  • B. Croce, Note sulla letteratura italiana nella seconda metà del secolo XIX, in «La Critica», I:1, Napoli 1903;

  • O. A. Di Lorenzo e F. Dell'Armi, Piccolo dizionario del dialetto di Capracotta. La dolce favella del «scì», Rotostampa, Nusco 2011;

  • A. Ledgeway, The Syntactic Distribution of «raddoppiamento fonosintattico» in Cosentino: a Phase-Theoretic Account, in A. Nicolae e A. Dragomirescu (a cura di), Romance Languages and Linguistic Theory, Benjamins, Philadelphia 2021;

  • M. R. Manzini e L. M. Savoia, A Unification of Morphology and Syntax: Investigations into Romance and Albanian Dialects, Routledge, Abingdon 2007;

  • G. Marcato Politi, La sociolinguistica in Italia, Pacini, Pisa 1974;

  • F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. II, Youcanprint, Tricase 2017;

  • E. Seifert, Tenere «Haben» im Romanischen mit vier Karten, Olschki, Firenze 1935.

Comments


bottom of page