• Letteratura Capracottese

Molisani e molisanità


La commemorazione di Alberto Sordi nel 2003, uno dei momenti più inutili nella storia recente di Capracotta.

Il molisano ama molto il lavoro, qualsiasi lavoro, domestico e pubblico (per esempio ripitturare la facciata del Municipio di Campobasso). Purché gli sia concesso di farlo con l'alacrità di un messicano sfiatato. Dunque nessuno gli ingiunga di affrettarsi. Non abituato a comandare, non sa nemmeno ubbidire.

Tutte le argomentazioni sull'isolamento e la ruvida naturalezza dei molisani, l'amabile indulgenza per gli agi che la regione non offrirebbe suggeriscono ai turisti più saputi l'idea di celebrare questa condizione come garanzia di zelante austerità e encomiabili virtù. Così insistono nel consigliare ai molisani di continuare a praticare l'isolamento e la naturalezza per restare in eterno ruvidi, poveri di beni e di spirito, ma tanto tanto simpatici.

Si sa che i litigiosi governanti delle altre regioni d'Italia passano il tempo in dispute diuturne (diurne e notturne) e in deplorevoli inciuci. Al contrario quelli molisani preferiscono impegnarsi in più graziose funzioni e quando capita di dover prendere qualche decisione (diciamo a caso: la promozione televisiva della regione) in men che non si dica si mettono d'accordo e si precipitano in TV. A quelli si induriscono le natiche, questi sono abituati alle lievi brezze delle performance all'aria aperta. Quelli insaziabili di potere (e ricchezze annesse) vivono schiavi delle cariche pubbliche, questi titolari di scarse risorse con quelle di cui dispongono si dedicano a spaventare le zanzare.

In questi ultimi tempi si tengono nelle varie sedi istituzionali molisane molti tavoli di lavoro motivati da un'unica idea fissa: la salvaguardia delle radici e dell'integrità della regione, minacciate dalla globalizzazione. Ebbene, tutte le pur intelligenti proposte avanzate risentono di una chiara mancanza d'equilibrio derivante da un clamoroso errore ottico. Non si riesce a vedere simultaneamente le cose come sono, entro un unico scenario, e si finisce sempre per considerarle a macchia di leopardo. Oggi un'istanza per la valorizzazione di Campitello Matese, domani un'altra per l'invaso di Occhito. Una, urgentissima, per trovare una soluzione al dissesto infinito della Bifernina, un'altra per distrarre dall'emergenza infinita della Bifernina. Oggi l'alta velocità per la Campobasso-Termoli, domani l'improcrastinabilità della Termoli-San Vittore. Oggi i turcinelli a Ripalimosani, domani i cavatelli a Macchia Valfortore. Senza tregua.

Evidentemente tutti i mali della vita sociale molisana e della sua storia non nascono dal niente. La loro origine sta in una chimica bislacca di corpi semplici eternamente senza sintesi, una incontenibile e letale forza centrifuga che rompe, fraziona, polverizza e disperde ogni tentativo di aggregazione. Ognuno per sé e, quando occorre, tutti contro tutti.

Per la crescita della regione si dovrebbe... si potrebbe... se quei forcaioli dell'opposizione... se il Corso di Campobasso... nei centri storici sarebbe necessario... se dipendesse da noi... se veramente Di Pietro... se Jorio fosse più tosto... se, come nei paesi più evoluti, i buoi invece di essere buoi fossero trattori... Sé sé!

Su una cosa sono d'accordo i molisani (conservatori, progressisti e apolitici). Ed è che tutti sembrano interessati alle sorti della regione, alla sua rinascita, alla sua consegna (o restituzione) alla vita che conta, esibendo i tanti titoli depositati nella sua storia secolare. Tutti sono convinti dell'opportunità di cambiare rotta, di finirla con le sterili sagre strapaesane di cozze, cocozze e taccozze e di avviare una trasformazione profonda e solidale di tutti i comportamenti, politici, economici, sociali, intellettuali e amministrativi con l'obiettivo ideale e morale di diventare al più presto cittadini europei (per esempio, attraverso il cosiddetto Corridoio-V-Termoli-Kiev si potrebbe andare verso una promettente balcanizzazione, e successiva uralizzazione, dribblando, allo stesso tempo, il fastidioso ostacolo dell'italianizzazione).

Notizie vere (e verosimili) dal villaggio: "Capracotta perpetua il ricordo di Alberto Sordi dedicandogli un monumento. In un film l'attore romano l'aveva definita una Cortina per villeggianti non facoltosi"; "Frosolone risponde a Capracotta: anche la cittadina delle coltellerie è stata citata da Alberto Sordi in un film. L'attore romano vi recitava la parte di Fra Cacchio da Frosolone. Un comitato locale sta organizzando una degna celebrazione"; "Campobasso, come già Frosolone e Capracotta con Alberto Sordi, si appresta ad inaugurare un monumento a Vittorio De Sica. In un film in cui interpretava il ruolo di un preside inflessibile il grande attore ciociaro sanzionava una disattenzione di un precario con la famosa battuta: Ti faccio trasferire a Campobasso!". Alla cerimonia d'inaugurazione parteciperà un pronipote di Virgilio Riento.

Specialità molisane: semplicità, forza di sopportazione, e soprattutto sofferenza lunga e silenziosa sotto serene apparenze. Quella che il poeta inglese Keats chiamava: "La capacità di saper resistere al negativo". Quella che dopo un'operazione chirurgica riuscita così così ("Bisogna rioperare") fa dire al malato che, comunque, il dottore ha fatto del suo meglio.

Il molisano ha una cattiva salute di ferro.

Il molisano sopporta le privazioni perché porta dentro di sé le norme di quella saggezza che colloca l'individuo al di sopra delle avversità. Un particolare stoicismo istintivo e elementare, una sorta di senechismo innato e dunque inconsapevole che non lo avvilisce neppure nelle sventure. Neppure quando, con la cicatrice ancora aperta, si rende conto che in certi chalet post terremoto non si sta affatto bene come a casa propria.

Se qualcuno ci pensasse potrebbe mettere in relazione la complessità del carattere dei molisani con la conformità del territorio. Per esempio, l'asprezza e la severità di certi coltivatori diretti deriva senza alcun dubbio dalla connessione intima con il paesaggio collinare, petroso e argilloso, franoso e franato, di orizzonte limitato, senza climi estremi, ma anche senza dolci tepori.

È particolarmente gratificante sentire un forestiero che, appena entrato in contatto con la cultura vera della regione (che peraltro è sotto gli occhi del mondo intero, se solo si degnasse di voltare la faccia), descrive i molisani con lo stesso rigore scientifico con cui un esploratore descriverebbe gli indigeni della foce dell'Orinoco. Miti, ospitali (cioè, traducendo nei fatti, prodighi di scamorze e taralli), spontanei e perfino (ma questa forse è soltanto una obliqua captatio) che il portico della piazza di Jelsi ricorda tanto il colonnato di San Pietro.

Il problema non è tanto come gli altri vedono il Molise, il problema è che gli stessi molisani non conoscono, non sono sicuri o non sanno distinguere le proprie caratteristiche demo-etno-antropologiche. Un cultore del dubbio direbbe: "Non sapere chi siamo, né dove andiamo". Prendete i portavoce per antonomasia: gli intervistatori locali inviati agli appuntamenti culturali. Tutti indistintamente, arresi e avidi di risposte, si chinano di fronte agli artisti arrivati ad Altilia o al Savoia per fargli la fatidica domanda: “Come trova i molisani? Che ci può dire del Molise?”. E la risposta, puntuale come la scadenza del mutuo, è sempre un facsimile di quella fornita benevolmente tempo fa dalla ballerina Luciana Savignano e parafrasata recentemente anche da Massimo Ranieri (interpellato ad Altilia a "Voci di una notte di mezza estate"): "Non ero mai stata/o in questi posti remoti dove ho avuto la bella sorpresa di trovare una natura incontaminata e un'ottima accoglienza". E ben gli sta (all'intervistatore di turno), ché, nella stessa situazione, una nota giornalista campobassana pagò un conto anche più imbarazzante. Quando in un convegno alla sala Ersam chiese a un collega di Roma: "Come trova i giornalisti molisani?" e quello, tra il sornione e l'implacabile, rispose: "Bene, bene, molto vivaci, vi manca solo un po' di professionalità".

E va bene. La ricerca del molisan character è un mito pericoloso (e minaccioso). I segni particolari della moli sanità: una leggenda. Nessuno infatti potrebbe confondere, data l'estensione della regione, un abitante dell'alto (sic!) o, meglio ancora, dell'altissimo (sic!) Molise (già diversi tra loro) con uno della zona industriale di Termoli, o un venafrano con uno del basso (sic!) o del bassissimo (sic!) Fortore, che è quasi più pugliese. Del resto, in mancanza di una identità linguistica comune e sull'esempio dell'illuminante plurilinguismo di Campobasso (dove i borghesi di Vazzieri non capiscono il dialetto e i santantunari veraci non parlano l'italiano) quasi tutti i 136 paesi molisani si sono attrezzati reclutando linguisti di buona volontà per redigere grammatiche, dizionari e modi di dire contrastivi con l'italiano. Così ora, a far bella mostra di sé nei reparti specializzati, ci sono: il santeliano-italiano, il tufarolo-italiano, il luparese-italiano e via compulsando sino all'annunciato roccapipirozzese-italiano. Il risultato è mirabolante e non mancherà di spaccare la linguistica in due epoche: un calcolo ancora ufficioso fa sospettare infatti che almeno il 5% delle 2.400 lingue di uso scritto, censite nel mondo, è patrimonio della regione Molise.

Il molisano è molisano, molisano, molisano. Come diceva quello? Nessuno è perfetto!


Gianni Spallone

Fonte: https://giannispallone.wordpress.com/.