• Letteratura Capracottese

Monsignor Falconi e il suo discorso


Mons. Giandomenico Falconi (1810-1862) e il re Ferdinando II delle Due Sicilie (1810-1859).

Monsignor Falconi, direttore supremo delle feste e scrittore delle epigrafi, era sontuoso in tutto: nello stile, nelle immagini, nei conviti, nelle abitudini. Alto e vigoroso della persona, egli era nativo di Capracotta; ed essendo stato, per alcuni anni, segretario dell'arcivescovo Clary a Bari, aveva rivendicata la palatinità delle chiese di Acquaviva e Altamura e ne aveva ottenuto titolo di arciprete mitrato e giurisdizione episcopale: beneficio, che gli fruttava circa seimila ducati l'anno. Era fratello del procuratore generale Falconi, e zio dell'attuale deputato e sottosegretario di Stato per la giustizia. Tanta fiducia riponeva in lui Ferdinando II, che volle pernottare ad Acquaviva, ad ogni costo, nel palazzo dell'arciprete, non in quello che fu di casa Mari, e passò poi in possesso di don Sante Alberotanza. Nel palazzo di don Sante alloggiarono Murena, Bianchini ed altri del seguito e vi stettero assai a disagio. Il principe e la principessa della Scaletta furono obbligati a passare la lunga notte in veglia, tanti erano gl'insetti che popolavano la camera loro destinata. Il Re apparve a tutti dimagrito e invecchiato. Al pranzo dei Sovrani provvide la cucina reale; agli altri, molto suntuosamente, monsignor Falconi, che aveva un ottimo cuoco. Il vino fu offerto da don Girolamo Jacobellis, il quale, prima di consegnarlo, lo assaggiò alla presenza di molti, forse per eccesso di prudenza; ma il vino servi al seguito, non alla famiglia reale. Il Re si ritirò quasi subito con la Regina, nella sua camera da letto. Il solaio di questa, essendo poggiato su travi perchè malsicuro, era stato fatto da monsignor Falconi puntellare.

La mattina del 13, Ferdinando II si levò di buon'ora, e dopo di avere atteso agli affari della provincia e del circondario, accolse gli omaggi delle autorità, del clero e dei maggiorenti e diede pubblica udienza. Molte furono le suppliche presentate; Acquaviva rigurgitava di forestieri. V'erano convenute le guardie d'onore del circondario, i sindaci e i decurioni dei comuni vicini. La piazza, che separa l'episcopio dalla chiesa, era brulicante di popolo, e gremiti i balconi, le finestre e le terrazze. Tutti sventolavano fazzoletti e bandiere e applaudivano al Re, che, alle dieci, usci dal palazzo vescovile, insieme con la Regina e coi principi reali e si recò, a piedi, alla vicina chiesa cattedrale. A una povera donna, che lo richiedeva di elemosina, fece largire trenta ducati. Alla porta della chiesa le guardie d'onore e le urbane facevano ala e, sull'ingresso, aspettava monsignor Falconi, circondato dal capitolo. Prima di benedire la famiglia reale con l'acqua santa, monsignore pronunziò un discorso, che, per le strane iperboli contenutevi, merita essere esumato. Con citazioni delle sacre carte, il prelato cominciò dal delineare la figura del vero Re, immagine di Dio in terra, e poiché tutte le virtù, che debbono adornare un Re, egli rinveniva, in grado eminente, in Ferdinando II, la cui gloria «è esaltata dalle prime intelligenze europee», cosi chiudeva la sua conclone:

Sì, o Sire, d'oggi innanzi pregheremo ancor più; e pregheremo Dio che vi conservi lunga serie di anni alla sua Divina gloria, all'amore de' vostri popoli, che vi amano, e vi amano di cuore, ed alle delizie della Vostra Famiglia. Pregheremo che tenga lungi da voi ogni generazione di amarezze: che vi dia giorni sereni e tranquilli, e che compia ogni vostro desiderio, ch'essendo desiderio di padre, e di padre il più pio, il più giusto, il più te nero de' suoi figli, non può non essere accetto e caro a lui, Re dei Re, Sole di giustizia, Padre primo dei popoli tutti della terra. Pregheremo infine che vi colmi di ogni maniera di grazie con cotesta fulgidissima Stella che allato vi splende, esempio anch'Ella di virtù preclarissimo, e col principe ereditario, erede veramente dell'ingegno e della pietà, della giustizia e degli altri pregi di mente e di cuore del padre, e cogli altri Reali principi e principesse.

Dopo il sermone, che il Re ascoltò in piedi sulla soglia, preceduti da monsignor Falconi, gli augusti viaggiatori entrarono nella chiesa, prendendo posto presso l'altar maggiore. Dopo il canto del "Domine salvum fac regem", l'arciprete invitò il Re a prender possesso dello stallo canonicale che, come prima dignità del capitolo, gli spettava nelle chiese palatine. Compiuta la cerimonia del possesso, la famiglia reale si recò ad ascoltare la messa, detta dallo stesso prelato nella cappella della Vergine delle Grazie.


Raffaele De Cesare

Fonte: R. De Cesare, La fine di un Regno, vol. I, Lapi, Città di Castello 1900.

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