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La motosega a nastro di zio Geremia



Mattina d'estate con il paese che si sveglia e, preceduta da uno sferragliare di tutto rispetto, ecco arrivare la motosega a nastro di z' Geremia. A rimorchio del proverbiale camioncino cassonato Volkswagen di color avana - gemello di quello con cui Squarcione si recava il lunedì mattina al mercato usando il cassone come rivendita corredato dalla sua mitica stadera -, montata su un carrello sorretto da quattro ruote metalliche a cuscinetto senza sospensioni: una versione maggiorata delle nostre "carrozze" giovanili.

Più volte mi sono domandato dove fossero i freni, giungendo poi ad una risposta da far rizzare i capelli: semplicemente non c'erano! Unico governo di questa sorta di sobbalzante "chiatta" a rimorchio, la sbarra in ferro color ruggine che la collegava al camioncino. Roba che oggi la Stradale non ti ritirerebbe la patente: le darebbe direttamente fuoco!

Il motore, un monocilindrico statico a gasolio, si accendeva a manovella dopo aver inserito un cartoccio acceso detto "sigaretta", in un apposito alloggiamento per il preriscaldamento della testata. Come ho detto altre volte, era identico a quello che azionava la manovia degli anni '70: questo marroncino scuro, azzurro l'altro.

Una cinghia azionata da un rullo coassiale al volano trasmetteva il moto alla girante collegata al rotore inferiore della sega verticale a nastro, con cui si tagliavano i grossi tronchi della legna da ardere prima di accatastarli in attesa dell'inverno.

Il martellare ritmico del motore si associava al profumo del fumo di scarico vomitato a scatti da un silenziatore a forma di melanzana col cappellotto, nero di fuliggine, fermato da una robusta vite a farfalla: un gigantesco sigaro bicolore metallico.

Il veloce pulsare rallentava, diventando un tossicchiare asmatico quando il tronco era particolarmente grande o resistente, ma z' Geremia, riducendo la spinta sul piano di appoggio, sapientemente prendeva il pennello dentro il secchio penzolante dal rotore superiore, umettando così di grasso il nastro e facilitandone lo scorrimento. Il motore ringraziava, riprendendo a pieni polmoni il suo ritmico battito.

Il secchiello, perennemente appeso, col suo ampio ondeggiare, durante gli spostamenti, era come la bandiera sventolante sull'albero maestro di un veliero.

Un bocchettone rotondo al di sopra della testata, rigorosamente aperto, mostrava il ribollire dell'acqua di raffreddamento del cilindro, una enorme caffettiera da rabboccare di tanto in tanto.

Il fischio del nastro metallico, che duettava con il motore, si percepiva anche a distanza e, in certe giornate, subiva il contrappunto di qualche motosega a catena col tipico violento sparacchiare del piccolo motore a scoppio da qualche altra parte del paese.

Inutile dire che di sistemi di sicurezza nemmeno l'ombra, ma la maestria di z' Geremia sopperiva a tutto. Sul volto misterioso e sereno uno sguardo concentrato si palesava sotto la visiera dell'eterna coppola calcata in avanti per proteggersi dai trucioli che ogni tanto volavano.

Tradizione paesana e tecnologia arcaica fuse in uno spettacolo che marcava lo scorrere delle stagioni in un tempo lontano.

Credo di aver passato ore a contemplare questa specie di orchestra che suonava e si muoveva al ritmo dei tronchi tagliati che cadevano al di là della postazione dell'operatore: i bassi scanditi dal motore, i tenori e contralti nella cinghia e nelle giranti con i soprani nel nastro che scorreva veloce.

E quando la canzone terminava, un tappeto di segatura aromatica e una macchia d'olio scuro erano tutto ciò che restava...


Francesco Di Nardo

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