• Letteratura Capracottese

I ricatti del brigante Primiano


Il brigante Fabiano Marcucci (1840-1918).

Alcuni studiosi che adorano più gli smaccati accenti romantici della verità storica, ritengono che Fabiano Marcucci, detto Primiano, fu «brigante per necessità, che alla macchia si era dato per una contrastata vicenda d'amore di manzoniana memoria».

In quell'arco temporale che va dal 1821 al 1871, tra gli incassati e morbidi valloni della Maiella, ben oltre i 2.000 metri di quota, si riunivano infatti molte bande brigantesche d'Abruzzo che, una volta razziati popoli e paesi valligiani, tornavano in altura per disperdersi nei meandri della grande montagna, costringendo pochi anni dopo il comando generale dell'esercito dell'Abruzzo Citeriore a disporre la costruzione di un fortilizio in pietra, il famoso blockhaus, per il ricovero delle truppe che, ormai senza quartiere, davano la caccia agli ultimi irriducibili membri della temuta Banda della Maiella e alle tante realtà brigantesche operanti sul territorio.

Nato a Campo di Giove (AQ) e con un passato da pastore, Primiano Marcucci decide di darsi alla malavita molto presto: a soli 21 anni «si accoda ad una banda brigantesca che agisce tra il Molise e la Puglia. Ben presto, per la sua intraprendenza, ne diventerà il capo indiscusso». La sua carriera criminale termina nel 1864, quando, in procinto di fuggire in America e dopo che sulla sua testa comincia a pendere una taglia di 4.250 £ (circa 22.000 euro), viene arrestato nei dintorni di Roma grazie alla delazione della sua amante. Durante il processo, Marcucci conferma senza rimorso e con apparente spavalderia «di avere ucciso qualche centinaio di persone», e per tale motivo viene condannato prima a morte e poi all'ergastolo. In realtà, vista la buona condotta carceraria, viene scarcerato nel 1911, dopo 45 anni di prigione, facendo ritorno, seppur anziano, a Campo di Giove. Sette anni dopo muore in un ricovero per anziani de L'Aquila.

Grazie alle carte processuali della Corte d'Assise di Sassari in possesso di Lucio Fiadino, ho potuto visionare alcune delle prove che incastrarono Primiano durante i processi del 1864-65, e tra queste spiccano due "pizzini" scritti in lapis e indirizzati a Gaetano Campanelli e Domenico Palumbo, due agiati proprietari di Capracotta e Pescopennataro. Quello che emerge da questi due ricatti scritti è una vera e propria estorsione, e testimoniano quanto fosse territorialmente ampio il potere del brigante Primiano e quanto fosse diffuso e pervasivo il racket ai danni di allevatori e possidenti del Centro-Sud. Furono proprio Campanelli e Palumbo a denunciare Marcucci, consegnando i due pizzini nelle mani del pretore di Capracotta, il cav. Nicola Giovannitti, l'11 agosto 1864. Sul primo ricatto, quello indirizzato a Gaetano Campanelli, c'è scritto:

Don Gaetano Campanelli, per la giornata delli 22 corrende mese mi manderete la somma di docati 1.000, vestiti due conpleti, per premura quattro camige, sei calzette para sei, scarpe para quattro, sicari para otti, sei cappelli di castoro, tre fazzoletti di seta, otto vino barile, due cagicavallo para quattro, mortadelle para dieci, pirisutto due.

Biglietto di ricatto di Primiano Marcucci in danno di Gaetano Campanelli (SASS - Corte d'Assise - B.72bis/A-1).

A quanto pare le richieste del brigante Primiano si riferivano a una banda di almeno sei uomini e, pur risultando affatto esose sul piano pecuniario, appaiono piuttosto modeste in ambito alimentare (non mancano però i beni di lusso come i sigari). Sul secondo ricatto, quello inviato a Domenico Palumbo di Pescopennataro, si legge similmente:

Don Domenico Palumbo, per la giornata delli 20 presende mese mi manderete la somma di docati 1.000, vestiti due, cappotti due, camige sei, calzzette para sei, scarpe para sei, vino barili due, prisutto tre, cagicavalli para sei, sicari paccotti sei.

Questi due ricatti furono tra gli ultimi fatti recapitare dal brigante Primiano, poiché nell'autunno di quell'anno venne catturato dalla polizia italiana e sbattuto in prigione. Le vittime, come vediamo, non esitarono invece a ricorrere alla giustizia ordinaria, denunciando immediatamente la tentata estorsione, forse perché esasperati dalle continue scorribande di questi delinquenti che, travestiti da eroi popolari, facevano man bassa per le campagne altomolisane.


Francesco Mendozzi

Bibliografia di riferimento:

  • A. Alesi e M. Calibani, Majella Parco Nazionale: le più belle escursioni, Ricerche, Folignano 2007;

  • M. Ciarma e G. Tinari, Dal Risorgimento abruzzese alle origini del brigantaggio post-unitario. Gli atti della Gran Corte Criminale di Chieti, Tinari, Bucchianico 1999;

  • F. D'Amore, Gli ultimi disperati. Sulle tracce dei briganti marsicani prima e dopo l'Unità, Amm. Provinciale, L'Aquila 1994;

  • A. De Jaco, Il brigantaggio meridionale. Cronaca inedita dell'Unità d'Italia, Ed. Riuniti, Roma 1976;

  • F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016;

  • F. Molfese, Storia del brigantaggio dopo l'Unità, Feltrinelli, Milano 1983.

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