• Letteratura Capracottese

La strage di Santobè


La giornalista Lina Pietravalle (1887-1956).

Premessa

L'autrice del terzo scritto contenuto nelle mie "Quattro novelle per l'Alto Molise" è Lina Pietravalle (11 aprile 1887-19 aprile 1956) - che per l'occasione si firmò Lyna - di cui propongo "La strage di Santobè", originariamente contenuto nella rivista letteraria "Lo Spettatore Italiano" e menzionato nella mia Guida assieme ad altri lavori dell'adorabile giornalista fasanese. La vicenda, presumibilmente ambientata a Bagnoli del Trigno, vede il coinvolgimento di un personaggio, tale Damiano il Capracottese, un rozzo e vedovo boscaiolo recatosi lì per fare i carboni e che fa da miccia a questa spassosa storia di lordura maialesca.

La strage di Santobè

Santobè era un uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio in un momento di pessimo umore. La bruttezza di Santobè era anche arricchita dalla sudiceria. Ma i peli, per fortuna, la rendevano indefinibile ed astrusa perché la sua faccia era un cespuglio, dal naso e dalle orecchie venivano fuori due scopetti e i baffi poi... I baffi erano terrificanti, verderame, a cartoccio sul muso porcino ed armato di due zanne di tricheco, l'una a destra e l'altra a sinistra che lo facevano sembrare un vero orco quando dice: «Ucci, Ucci, che odore di cristianucci!»

Si tolse in moglie una ragazza che si sarebbe chiamata Maria Rachele ma nel gergo dei suoi era Marachela Scorciaserpe, poiché pare che un suo nonno mangiasse serpi come un ciarallo. Era una ragazza per così dire tant'è vero che si era rassegnata a sposare Santobè, spaccalegna, brutto, lunatico, e d'una sua speciale rozzezza e ferocia che faceva, al suo paese, spuntare leggende e favole intorno a lui come le lumache dopo la pioggia.

Non posso dire il nome del paese perché c'è e non c'è. Ci sono le sue case, in numero di settantatre e mezzo, e la chiesa che pare una vecchia bicocca di eremiti, ragnatelata fin sul naso dei santi anneriti e barbogi, le strade che paiono letti di torrenti e il Municipio con su una testa sgretolata di Garibaldi, in berretto da notte, e sotto una lapide che dice:

«La città di ... e i cittadini di ... del Trigno, donarono le sue chiavi...». E via di questo passo.

E certo, il Duce quando ritornò a seminare il grano alla sua isola portava in una bisaccia a tracolla settantatre chiavi e mezzo oltre il chiavone maschio municipale e non avrà mai potuto scordare la città di ... e i cittadini di ... Se c'è, dico, perché se per caso fiutassero il vento infido del mio malo operato, essi che sono così gelosi, puntigliosi e baffuti, io li assicurerò subito che no, non c'è...

Nacquero dall'unione di Marachela e Santobè otto, ben otto Santobettini che dal primo all'ultimo si chiamarono e si chiamano Cosimo.

Santobè si presentava alla cancelleria con l'accetta infilata nella cinta dei braconi e i calzari di pelle di capra e il grifo di cannibale. Le sopracciglia parevano due bacche spinose e sotto v'erano due punti verdolini che schizzavano, mentr'egli parlava, a destra e sinistra uno speciale veleno che non si capiva se fosse un terribile mortifero od acqua sporca.

Il segretario lo sapeva che era nato un Cosimo.

– Zaccheo Santobè che i figli fossero per te peparuoli da vendersi a campolle? Tu li devi distinguere, l'uno dall'altro. Cambia nome, presempio, mettici il mio. Non ti aggarbasse Mattia?...

Santobè si grattava sotto l'ascella e masticava il suo cartoccio di baffi come una cicca. E faceva un certo suono tra il grugnito e lo starnuto che si traduceva così: «gnuf».

– Gnuf, so' figli e la mattità ce l'hanno prima di nascere. Scrivi Cosimo che loro fossero la bottega mia... Io non conosco tornesi e conto a loro... Gnuf.

Una volta il segretario, al quarto Cosimo, col pennino infilato in una mosca caduta nell'inchiostro, gli dava tosto e placido dell'ignorante, del lupo mannaro, del cafone zulù, senza rispetto e senza legge.

Santobè ascoltava guardando in aria i ghirigori della pioggia sul soffitto. Poi allungò un dito, grosso e peloso come una zampa di castrato, e toccò la penna sulla punta del pennino. Propose:

– Signoria, abbada alla moschea teja ca Cosimo l'hai da scrivere pulito sul breviario senza l'alimala per dentro.

Animala! Per poco il segretario non gli tirò dietro il cosidetto breviario e tutto l'archivio municipale con la polvere dei secoli.

– Tu, tu, urlò strozzato di bile, hai, per la Maiella, più di dodici code? una in fila all'altra... – Santobè si voltò indietro sbigottito.

E il segretario, nitrendo nel naso spugnoso di rossore, grattò sulla carta «Cosimo 4».

Lui, Santobè, i Santobettini li chiamava Cosimiù, Cosimidiù, Cosimitrò, Cosimiquà, Cosimicì,... ecc.

Venne fuori anche una Cosima, ereditiera della beltà paterna, nera come un grumo d'inchiostro, con due occhiolini che sparavano a distanza il più proibito dei veleni. I fratelli cattivi e lei stracattiva. L'insidia dei Santobettini, marioli inafferrabili e volpetti, gravava su tutto l'agro paesano. Quando entravano in un frutteto, in una vigna, in un orto, erano una grandine secca. La terra felice del paese che non c'è è un declivio verso il Trigno, d'una beata feracità di alberi di fichi. Li esprimono anche i sassi delle case, come se non potessero respirare che a traverso le foglie rugose del fico ed i suoi rami spampanati d'immemorabile saggezza domestica, gravi dei frutici ombelcati, opulenti e dolci che piangono latte e ridono nelle ferite della polpa come gengive rosa di pargoli. I terrieri che li raccolgono e li seccano in lunghe stuoie di canne sui declivi stessi del fiume, ed il paesetto dall'alto, tutto beato, si spulcia al sole e li guarda ardere ed oscurarsi trafitti dal morso voluttuoso delle vespe e dei calabroni d'oro che sciamano a mille insaziati del loro miele. In fine li radunano ancora una volta e li infilano nei giunchi schietti della ginestra e così biondi, unti e dolci formano le piegate a due e tre fila, ed i ventagli, ed ancora le pupe con le mani al fianco e il fior di finocchio in capo, così ben rassettate e belloccie, che vien voglia di dar loro il gnore marito. Ora al momento che questi laudati fichi giocondi vengono raccolti dalle stuoie i Santobettini intervengono, non si sa né come né quando, e ne infilano tanti per conto proprio che, se avessero un pettine coi denti in su nello stomaco e nelle mani, nemmeno ci si crederebbe. Quindi; con quelle lor zampette pelose e rapide, scavano buche dappertutto e li sotterrano e ci campano tutta l'invernata.

– Che possi avere la mala annata – urlano le comari a Marachela – e che possano morire, i figli tuoi, con le mani cionche! ca per poco non ci scarpissero gli occhi dalla faccia!

Marachela non risponde perché sa che i figli si dividono il pane nero e petroso a pugni e diversamente non potrebbero campare.

In quanto Santobè, che è maniaco del suo onore e sempre alticcio del vino più limaccioso del paese, giura e spergiura che lui sul momento darà l'adunata e succederà uno dei più vasti cosimicidi in cui, si e no, rimarrà uno zampetto del primogenito condottiero per ricordo, e uno scopino di capelli della Cosima nera da radunarci la cenere sul focolare...

Intanto la Marachela faceva le marachele con due "l". La poveretta, si sa, le aveva fatte anche prima. Pigra, sciatta, affamata, incapace di accudire alle bisogne più elementari, con un cervello piccolo come una nocciola e duro come un osso. Perciò la casa era una spelonca di miseria e di sudiceria, senza fuoco, senza pane, senza un fil di luce per la sera. Nell'oscurità i Santobettini, dividendosi e sgretolando sordi le refurtive del giorno, rissavano, guaivano, si scardavano i pidocchi nell'unico giaciglio, promettendosi allo spuntar dell'alba le più macabre vendette. La Cosima poi aveva una lingua biforcuta e dei piedi di legno stagionato che pareva avessero gli occhi tanto coglievano al sinistro. Santobè urlando come un orco, si scaraventava come un enorme scarafone peloso tra di loro e faceva lo spuzzatino diceva lui. Così per dire. Perché quei matricolati sgusciavano come anguille...

«Urri! urri!...». Era il loro grido di avvisaglia. E parevano nibbi. Poi sparivano, inghiottiti come talpe della terra. Sparivano dico. Chi sa dove. Allora Santobè indemoniato faceva lo spuzzatino col saccone che ne ha prese più lui che i Greci quando vanno in guerra. La Marachela stava zitta come se non si fosse trattato di roba sua. Del resto i figli erano anche i suoi protettori e accudivano alle sue tresche colla stessa semplicità con cui portavano via l'uovo sotto la gallina altrui e sotterravano i più polputi fichi del paese. La madre li premiava dando loro il suo eterno beneplacito e qualche soldo raccattato dalle sue industrie extra coniugali, che essi spendevano subito alla cantina, eredi attivi e presenti delle virtù paterne.

Ora andò che un boscaiuolo più zannuto di suo marito si invaghì forte di questa femmina lacera trista e raminga pei boschi in attesa di Santobè, per levargli qualche denaro della giornata almeno per il pane degli otto Cosimini, prima che la sbornia serale gli facesse menar le mani come randelli. Essa era ancora giovane e la sua bocca prognatica, cavallina, mostrava sempre aperta delle gengive pallide e dei denti più bianchi della mandorla nuda. Guardava di taglio morsicandosi le labbra screpolate e masticando parole molli, stupide, piene di saliva. Ed allora diventava scaltra senza saperlo e d'una lussuria fredda e gommosa come la resina. E si faceva accoppare, senza che sapesse come e chi era colui che sotto un albero o dietro una catasta di legno, la possedeva. Poveretta, lei che conosceva della sua nequizia, della sua miseria? Niente! Un letto di foglie secche che gemevano e lei che si apriva come il mallo verde ed amaro d'una castagna di bosco, smemorata e lassa...

Ora dunque il boscaiolo che era oriundo di Capracotta si invaghì forte di lei. Era venuto per fare i carboni alla ripa selvosa del Trigno. Non aveva donna, ché gli era morta, e non figli. E sterile e solo viveva del fiato della foresta e del fumo greve del carbone, né sapeva come spendere i suoi quattrini. Era burbero e possente come un castrato. Ma con Marachela non aveva il coraggio di inferire, perché essa non diceva mai no ai suoi comandi e non aveva lingua per rispondere alle ingiurie di cui la complimentava, per farle capire quanto gli piacesse la sua bocca di cavalla macilenta, il suo fiato mozzo, i suoi capelli scinti e freddi, rossi come il sangue ammalato. Un giorno la prese per l'orecchia e le disse:

– Ohi Marachela, che ci fai con quel rinnegato ubbriacone di tuo marito? Invece di impastargli i figli con la misticanza, perché non vieni appresso a me che ci avrai pane e batoste a piacere? Perché, vedi Marachela, io ti raddrizzassi le cervella...

Ma Marachela si grattò in capo con la mano lentigginosa e guardò di taglio in terra come se vedesse spuntare un fungo vicino alla sua scarpa sfiancata.

– Che ci rimiri, somara mè? – le disse lui – Perché non rispondi?

E lei allora borbottò in gola:

– Ca, i figli ia, patrone mè.

Siccome era assai grulla, non riuscì a dire altro e senza voltarsi indietro, trascinando le foglie secche con i piedi, se ne andò.

Intanto il primo Cosimo, che aveva quattordici anni, era garzone da un porcaro fuori paese e siccome sapeva ben satollare di frodo i maialetti ebbe per premio e pagamento un porcellotto cinese, vispo e grasso, con il codino come una virgola in su e un mascherotto nero sul grugno rosolino. La felicità di Santobè fu tale che diventò strabico; Marachela poi che, poveretta, non rideva mai ci provò e digrignò i denti come se la cogliesse la terzana a freddo. I Cosimini fecero una tal giostra alla sera nel giaciglio, disputandosi la custodia del porco in assenza del primogenito, che Santobè si calò giù dal suo saccone e poiché c'era la luna che curiosava dal finestrino senza vetri, li divise in due mazzi, lasciando la Cosimina sola perché era femmina. Li legò con la capezza. Non vi so dire la razzia dei Cosimini invasori per nutrire «l'arciprete della casa» come diceva Santobè, sempre di poca creanza ed alticcio di vino: ghiande, mele, patate a profusione. E lo portavano a bere ai truogoli altrui, caldi e soffici di crusca, con tanta avvedutezza che il porcellotto aveva imparato ottimamente a vivere di frodo anche lui. Faceva il mariuolo come se fosse stato a scuola e quando le comari lo vedevano arrivare con quelle sue gambette spiccie spiccie ed il mascherotto nero di bandito, gli urlavano di lontano:

– Che possi uscire sfiatato come una gnugnola!

E lo chiamavano «Pessimo cristiano», «brigante di bosco» e gli bestemmiavano ancora il padre e la madre e tutti i morti di famiglia, di salciccia in salciccia. Altro che sfiatato, Madonna della Maiorana! Gonfiava a vista d'occhio, perché la farina del diavolo andava tutta in crusca per lui e della più grassa ed eccellente del paese. Bah, bella vita per il porcello dei Cosimini e per i Cosimini del porcello. Il Cosimo 1 era ritornato a garzone dal porcaro onesto. Un giorno venne per isbaglio a trovare i suoi e li trovò più potenti d'una dinastia di Belzebù. Avevano il miglior porco del vicinato! Quando lo vide più cinese che mai, rimpolpettato fin sugli occhi dal lardo prospero fornitogli dai mezzi dell'immoralità, rimase più grullo di Marachela, sua madre. Che era al bosco di Fonte Ragna con la Cosimina spia perché non si appropinquasse il Santobè padre. Egli meditò un losco e fosco progetto, così su due piedi e due mani, tutti e quattro prensili come il suo cervello fatto ad uncino quando pensava. Di rubarsi cioè il porco lui e farla ai fratelli, al padre, alla madre... In quel momento proprio essa arrivava col grembo pieno di sterpi e le foglie secche della colpa nei capelli rossi di sangue ammalato.

A suo modo Cosimiù amava la madre perché si ingegnava di dar loro qualche pane e metteva qualche punto ai loro cenci. E mentre era indifferente alla loro vita randagia di ladruncoli ossessi prendeva per sé, senza lagnarsi, tutti gli odi e gli sputi e le sevizie del marito e dei paesani che non potendo batter sacco battevano sacchetta. Ed allora vedendola, cambiò idea e pensò di far partecipe del pingue ladroneccio anche lei.

Con due o tre gnuf alla Santobè si misero d'accordo coi piedi nel letame, vicino alla porta della stalletta dinanzi alla quale il porcello grufolava, accosciato, più straripante di grassezza che mai. «Tata Santobè» doveva andare a far legna lontano, dai massari della contrada Cipolla che era nell'agro di Pietrabbondante e non sarebbe tornato che tra due o tre giorni. Lui, Cosimiù, di notte legava il muso al porco e via. Lei doveva aiutarlo a sorvegliarlo. Poi l'avrebbe portato e rivenduto al padrone porcaro e i denari metà per ciascuno.

– Ti ci farai le scarpe, oi mà, – aggiunse per sapore di conclusione e – ci compri la farina di mazzafurro per fare le pizze ai figliti quest'inverno...

Ma intanto a Santobè un boscaiuolo senza paura dei suoi baffi a cartoccio e della sua accetta infilata nei braconi, gli fa:

– Oi compare, che mogliereta se la fa con Damiano il Capracottese...

Sempre glielo dicevano che era cornuto, ma lui rispondeva filosofo:

– Ognuno abbadasse alle sue e chi più conta canta.

Ma quella volta però rimase allucinato e ci pensò:

– Quando te ne vai – rincarò lo spione – essa apre la porta la notte e se ne va a spasso coll'amico. Un giorno o l'altro vedi che se ne scappasse la jocca e a te rimangono i pulicini che di tuo ci hanno solo il Cosimo.

Santobè tirò a fior di pelle come un polipo i suoi occhiolini verdi fuor del pelame feroce e fece per tutta risposta:

– Gnuf.

Poi rise e cavò fuori i suoi denti di tricheco lunghi così. Lo spione fuggì sfiancato di terrore tanto Santobè s'era fatto brutto e spaventevole. Rimasero gli altri, i colpevoli inermi ed esposti ai tenebrosi suoi disegni. Ed a grandi passi, come tutte le cose brutte, si avvicinò la strage. Sangue della Maiella, che avvenne in quel suolo così cortese di fichi zuccherini, nella città di ... che aveva dato con tanta buona grazia le chiavi settantatre e mezzo e viveva in pace a porte aperte, spulciando al sole la felicità e la pace! Santo Stefano Ultimino! Che flagello... Perché lui, Santobè, con la faccia che era un mucchio di peli irti e terribili ed il fucile del delitto a tracolla, carico di pallinacci, non se ne andò, no, a Pietrabbondante, ma stette lì nella siepe a quattro passi dalla sua casupola ad aspettare gli adulteri. Che notte! La famigerata coltre nera del brigante. Un cielo cieco come un pozzo ed acqua gelida, rabbiosa, schiaffeggiata dalle furie del vento. Iu, iu, iu! veniva giù a torrenti obliqui sulla terra dei fichi che beveva a gola piena, assetata di violenza come Santobè del sangue cotto dei suoi traditori. Cosimiù quando vide l'aria nera come un bitume e sentì il diavoletto dell'acqua venne alla porta della madre, strascinando il porco sonnacchioso che si dibatteva col muso legato.

– Oi mà, iapra, e piglia subito la capezza ca...

Pim, pum, pa, parapapà! Tutti morti. Santobè via col sangue della vendetta consumata negli occhi e la paura chilometrica nelle gambe, a salti, per le greppie del fiume. Marachela, Cosimiù, strozzati di spavento, mezzi fuori e mezzi dentro la porta semiaperta, strasalvi, si sa... E il porco... ahi misero! Col suo mascherotto da brigante colpito da sessanta pallinacci, alla gola, che esalava i postremi aneliti delle sue immature salciccie immolate...

Alla città di ... i cittadini di ... ci piantarono su una croce con questa scritta: «Strage di Santobè». Quando i porci passan di lì, non si sa perché, girano in tondo e si voltano indietro. Gnuf, gnuf...


Lyna Pietravalle

Note critiche

"La strage di Santobè" apparve per la prima volta il 15 luglio 1924 sul n. 6 de "Lo Spettatore Italiano", una rivista fondata da Giuseppe Bottai (1895-1959) e Arnaldo Fratelli (1888-1965) come inserto letterario dell'autorevole "Critica Fascista". In realtà il periodico ebbe vita breve poiché la sua pubblicazione - il 1° e il 15 di ogni mese a partire dal 1° maggio 1924 - risentì del delitto Matteotti, l'avvenimento che più di tutti impresse al fascismo la svolta totalitaria che ben conosciamo. La Pietravalle ripropose il racconto il 9-10 agosto 1925 sulla terza pagina del Mattino nella rassegna di novelle che ella curava fin dall'8 aprile 1923 e dove erano apparsi già due reportage capracottesi: "Nel Sannio mistico: la festa dei muli e del legno a Capracotta" e "Un'oasi sannitica: Capracotta".

"La strage di Santobè" si prefigura da subito come une storiaccia sporca all'inverosimile poiché si apre con la descrizione di quest'uomo, Zaccheo Santobè, che ha fattezze animalesche, «fatto a immagine e somiglianza di Dio in un momento di pessimo umore» e la cui moglie, ferina anche lei, si chiama Maria Rachele Scorciaserpe, comunemente detta Marachela. Dalla loro unione sono nati otto figli, tutti chiamati Cosimo e distinti da un numero progressivo. La famiglia Santobè, insomma, è una sorta di porcilaia umana, con lo spaccalegna Santobè «sempre alticcio del vino più limaccioso del paese», con Marachela che offre il proprio corpo per «qualche soldo raccattato dalle sue industrie extra coniugali» e coi Santobettini (la prole) pronti giorno e notte a rubacchiare, per questo stramaledetti dall'intera cittadinanza. Le scappatelle di Marachela, di cui il marito viene più volte avvertito, vengono ognora coperte dai figli che «accudivano alle sue tresche colla stessa semplicità con cui portavano via l'uovo sotto la gallina altrui».

Quando entra in gioco la figura del boscaiolo Damiano, «oriundo di Capracotta», la storia entra davvero nel vivo. Damiano si invaghisce di Marachela mentre questa sta aspettando il marito nel luogo in cui solitamente «si faceva accoppare»; senza mezzi termini egli si propone come l'unico uomo in grado di soddisfare virilmente la donnaccia, tanto da chiederle: «Perché non vieni appresso a me che ci avrai pane e batoste a piacere?».

Nel frattempo il figlio maggiore di Santobè, Cosimo 1, riesce a guadagnarsi col proprio lavoro lontano da Bagnoli un maialino ben pasciuto che, una volta inviato a casa, diventa il tesoro più prezioso dell'intera famiglia. Tornato a casa, il ragazzo vede che il porcello è ingrassato a dismisura e un'idea nasce nella sua testa: «rubarsi cioè il porco lui e farla ai fratelli, al padre, alla madre», anche se poi, mosso a compassione, fa partecipe Marachela del suo progetto.

Il furto si rende possibile perché Zaccheo è andato a lavorare a Pietrabbondante. Proprio lì viene avvisato una volta ancora che «mogliereta se la fa con Damiano il Capracottese» ma stavolta egli non riesce a sopportare l'ennesima maldicenza e «Santobè s'era fatto brutto e spaventevole». Col fucile a tracolla torna trafelato a Bagnoli, deciso a compiere una vera e propria strage familiare, e lì trova moglie e figlio intenti a trafugare il maiale. Tanta è la foga omicida che al momento decisivo egli ammazza soltanto la bestia, con ogni probabilità l'essere più innocente di questa divertente lurida storia.

In ambito lessicale il racconto della Pietravalle trabocca di dialettalismi: segnalo quelli più significativi come «tolse» (= pigliò, in capr. tullètte), «peparuoli» (= peperoni, in capr. puparuóle), «saccone» (= materasso, in capr. saccóne), «accoppare» (= violentare, in capr. accuppà) o «jocca» (= chioccia, in capr. iòcca). Oltre ai vocaboli dialettali credo sia altresì interessante l'uso sfrontato di metafore a sfondo sessuale, come quando l'autrice scrive, con slancio futurista, che Marachela «si apriva come il mallo verde ed amaro d'una castagna di bosco».

Infine, dal punto di vista geografico, la Pietravalle si astiene dal menzionare il nome del paese, limitandosi a dire che esso «c'è e non c'è»: certamente si tratta d'un piccolo centro che sta su «un declivio verso il Trigno, d'una beata feracità di alberi di fichi». Inoltre, prima del furto del maialino, Marachela e la figlia si trovano «al bosco di Fonte Ragna» mentre Santobè è andato «dai massari della contrada Cipolla che era nell'agro di Pietrabbondante». Da tutte queste informazioni è possibile desumere - con un'altissima probabilità - che la storia sia ambientata a Bagnoli del Trigno, meraviglioso comune ai confini dell'Alto Molise ricco di alberi di fico, bagnato dall'omonimo fiume e limitrofo a Pietrabbondante.


Francesco Mendozzi

Fonte: F. Mendozzi, Quattro novelle per l'Alto Molise, Youcanprint, Lecce 2018.

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