• Letteratura Capracottese

Tempesta di Natale



«Chi è lei? Cosa fa qui? Non vede che ora è?»

«Sono Babbo Natale e ritiro doni» disse il giovane puntando una pistola contro il cuore del vecchio. L'uomo anziano ridacchiò, ma il sorriso divenne un singhiozzo.

«Non c'è più niente da prendere. Lei è stato sfortunato. Non c'è più niente.»

Il giovane spettinato ruggì come una bestia ferita, e prese a correre per l'appartamento gridando e bestemmiando.

Il vecchio allargò le braccia con una smorfia. «Visto? Più niente. Faresti bene a trovarti un lavoro.» Il giovane disse "vecchio balordo".

Il colpo scaraventò il vecchio contro la tavola mentre il sangue schizzava in alto come un fuoco d'artificio. Il corpo si adagiò lentamente sul tavolo a pancia in aria, prima di andare a sbattere contro la stufa a legna di maiolica, poi cadde a terra in ginocchio col culo in aria come un musulmano in preghiera. Dalla tavola un cavatappi gli cadde sulla schiena, rotolò sul pavimento, e andò a incastrarsi sotto il suo ventre.

Il giovane che aveva detto di essere Babbo Natale strin­se i pugni e gridò di rabbia.

La signora Loi si svegliò di colpo e accese la luce. Si guardò intorno e, con la bocca ancora impastata, mormorò "Arrigo". Poi si alzò sbadigliando e caracollò verso il salotto.

«Arrigo, è tardi. Cosa fai ancora sveglio?»

«Guardo "Ombre rosse".»

«Dài, spegni quella televisione, vieni a letto. Ho sentito uno sparo.»

«Era John Wayne.»

«Ma no, ho sentito uno sparo fuori.»

«Era una marmitta.»

«Che marmitta, vuoi che non conosca il rumore di una marmitta? Dai, vieni a letto. Non hai sonno?»

«No, la Messa mi tiene sveglio.»

«Uffa, quante storie per una Messa. Non sarà la fine del mondo una Messa la notte di Natale. E poi male non ti fa. Da quanto tempo non andavi a Messa?»

Il commissario Loi aspettò che John Wayne avesse compiuto la sua vendetta, poi raggiunse la moglie in camera. La signora Loi si era già riaddormentata. C'è gente che ha un rapporto molto felice col sonno.

Il commissario si accese una sigaretta e andò alla finestra. Stava nevicando che Dio la mandava. Alle quattro di mattina la città era una distesa bianca e azzurra. Nessun segno di vita in strada. Un camioncino parcheggiato da­vanti a casa pareva un elefante bianco. La tempesta di ven­to sbatteva contro i vetri la neve che scendeva a piombo come se i fiocchi fossero sassi.

"Cazzo!", pensò il commissario Loi. Pensava a come avrebbe fatto a raggiungere i suoceri il giorno dopo, per il pranzo di Natale. Le strade sarebbero state impratica­bili. Si ricordava di una nevicata così nel '77. Altre nevi. Altra vita.

Proprio nel momento in cui un campanile batteva le ore in lontananza, qualcuno suonò alla porta di casa Loi. Il commissario, ancora immerso nella contemplazione della nevicata, ebbe un sussulto. Non era sicuro di avere udito bene. Era il campanello del suo appartamento o uno squillo nel silenzio della sua mente? Sua moglie non si era mossa, continuava a dormire con un leggero ronzio delle labbra. Poi ci fu il secondo squillo. Erano quasi le quattro di mattina.

Il commissario Loi rimase senza parole davanti alla figura minuta e sparpagliata del dottor Zanardi, in pigiama e cappotto.

«L'ha sentito?» chiese il dottore con la sua piccola voce chioccia.

«Non ho sentito niente.»

«Uno sparo!» esclamò il dottore allargando le braccia.

«Venga dentro» sospirò il commissario facendosi da parte.

«Prende qualcosa? Un caffè? Un liquore?»

«Hanno sparato!» insisté il dottore sull'orlo delle la­crime. «L'ho sentito bene, c'è qualcuno nell'appartamento dei Righetti.»

«Qualcuno nell'appartamento dei Righetti?» chiese pensieroso il commissario mentre prendeva i bicchieri e le bottiglie. «Si sieda, dottore. Si tolga il cappotto.»

Il dottor Zanardi fece no con la testa, e alzò il bavero del cappotto. Poi si sedette in cima al divano, con le ginocchia strette come una vecchia signorina.

«Hai visto? Te l'avevo detto, era uno sparo.»

La signora Loi era apparsa in salotto silenziosa come un pensiero, avvolta in una camicia da notte di flanella a passerini bianchi e rossi.

«Non cominciare anche te» disse il commissario. «Io non ho sentito niente. Può essere tutto, una marmitta, la piastra di un forno che cade, una castagnola di Natale, John Wayne...»

«Però veniva dall'appartamento di Righetti» azzardò il dottore prendendo con due dita il bicchiere di whisky. «E Righetti non c'è. Se n'è andato.»

«E dov'è andato?» chiese il commissario sorpreso.

«Non lo sapevo. Quando?»

«Ma come?!» fece la signora Loi. «Dove hai la testa? Non ti ricordi?»

Il commissario ci rimase male. Dove aveva la testa? Appoggiò una mano alla maniglia della finestra e osser­vò la neve spazzare l'aria con ferocia. Sì che si ricordava. Solo che invecchiava. Capitava che non si ricordasse più di cose accadute il giorno prima. Bevve una lunga sorsata di whisky.

«Smettila di bere. Devo ricominciare a nascondere le bottiglie di liquore?»

Il commissario guardò la signora Loi come se fosse uno specchio, ma pensava a Righetti. La signora Righetti era stata investita da una moto con side-car il giorno di ferragosto. Era rimasta in coma due giorni prima di morire. Il marito non si era più ripreso. Il pirata della strada l'ave­vano beccato a Funo di Argelato mentre pisciava su una panchina della piazza, a notte fonda, ubriaco come una puzzola. Una moto con side-car. Che stronzata! Da riderci su per una vita. Per una vita. Per quella vita il signor Cleto Righetti aveva venduto l'appartamento e se n'era andato a stare dalla sorella, chissà dove.

«Magari Righetti è venuto a prendere le ultime cose» disse il commissario alzando le spalle. «I rumori che avete sentito non sono altro che Righetti alle prese con le ultime fasi del trasloco.»

«Ci avrebbe detto qualcosa» mormorò il dottor Zanardi. «Quello era uno sparo» disse con sicurezza la signora Loi. «Va bene, va bene» fece Loi spazientito «Magari non è Righetti, Righetti è via, d'accordo, i rumori vengono dai vicini, è la vigilia di Natale, abbiamo mangiato e bevuto, siamo stati a Messa, è già Natale, i ragazzini dei vicini sono agitati, arriva Babbo Natale coi regali, no? non è questo il Natale? Fra i regali ci sono delle pistole, i ragazzi adorano le pistole, le bambine preferiscono le bambole, come si chiama, la Barbie, e le pistole dei maschietti fanno bum, quello che avete sentito voi. Va bene? Avete sentito una pistola giocattolo azionata da Pietro, o da Ignazio. A posto?»

«Sì, ma...» il dottor Zanardi cercò la signora Loi con uno sguardo incerto.

«Arrigo» intervenne la signora Loi sospirando «non c'è nessuno nel palazzo. Siamo solo noi.»

«Ma come sarebbe...» sbuffò Loi. «Siamo sei famiglie nel palazzo. O non so più contare?»

«Al secondo piano ci siamo solo noi, perché i nostri vicini sono andati a Santiago di Compostela in pellegrinaggio, al primo piano c'è solo il dottore, perché i signori Andreani sono a fare le terme a Montegrotto, al piano terra non c'è nessuno, perché l'appartamento di Righetti è vuoto e l'appartamento vicino, quello dei Graziosi, è vuoto anche quello, perché Giacomo e Anna hanno portato i bambini, Pietro e Ignazio, a trovare i nonni a Capracotta. Totale appartamenti occupati: due.»

La signora Loi tacque osservando soddisfatta l'effetto delle sue parole sul marito.

Il commissario assunse l'aria di chi riflette intensamen­te, ma in realtà non sapeva che fare. Quella storia lo stava sfinendo.

«Be'? E cosa vi aspettate che faccia?» sbottò alla fine l'ispettore. «Che chiami la polizia?»

«Arrigo, sei tu la polizia. Tu sai cosa fare.»

"La befana vien di notte con le scarpe tutte rotte", canticchiava il commissario mentre scendeva le scale allacciandosi addosso il giubbotto.

Si sentiva deficiente: trovarsi su per le scale del suo con­dominio, la notte di Natale, in ciabatte, tuta e giubbotto, per controllare le paure di sua moglie e di un medico ap­prensivo in pensione. Mentre fuori una tempesta di neve metteva alle corde la città.

Giunto al primo piano si fermò ad ascoltare. Niente. Neanche uno scricchiolio, neanche uno spiffero. Un deserto.

Pensò se non fosse il caso di tornare indietro. Solo per un fatto di autostima. Poi pensò anche che sua mo­glie lo avrebbe tormentato allo sfinimento se non avesse verificato...

All'improvviso la luce delle scale si spense. Il commissario sbuffo e cercò con la mano l'interruttore del pianerottolo. Fu proprio nel momento in cui fece "clic" sul bottone che udì qualcosa, un rumore soffocato e indistinto, che pareva venire da sotto. Il commissario rimase immobile con le orecchie tese. Forse un'impressione, solo una suggestione. Guardò in su e vide i volti di sua moglie e del dottore che lo osservavano dall'alto delle scale.

«Tutto bene, Arrigo?» gridò la moglie.

«State attenti alla luce» rispose il commissario. «Non sento niente. Secondo me non c'è nessuno.»

Il commissario si mise a giocare nervosamente con le chiavi dell'appartamento dei Righetti, che la previdente signora Loi gli aveva infilato in tasca, perché non si sa mai se uno deve aprire. Non si sa mai. Il commissario alzò gli occhi al cielo e vide il volto in ombra della moglie che osservava, come una spia.

Arrigo Loi pensò che avrebbe fatto meglio a infilare le scarpe invece di scendere in ciabatte, e magari a prendere la pistola, che anche se non serve è di compagnia.

"Basta, vediamo di chiudere questa stupida storia. Stupido io a dare retta a quei due esaltati" pensò con una pun­ta di rabbia Arrigo Loi scendendo gli ultimi gradini.

Quando si trovò di fronte alla porta di Righetti rimase un attimo col fiato sospeso per cogliere un rumore all'in­terno, uno sbattere di porte, di vetri, una scopa che cade. Niente. Provò a spingere la porta. Chiuso. Tutto regolare. Suonò il campanello e rimase in attesa. Se Righetti avesse aperto gli avrebbe dato il buon Natale, come va? Credevo che fossi già partito. Ma la porta rimase chiusa.

Udì un rumore sordo e continuo, "tud, tud, tud", a metà delle scale. Loi si voltò più incuriosito che spaventa­to. Erano i fiocchi di neve che sbattevano minacciosi con­tro i vetri della finestra. Fiocchi come noci.

Il commissario si decise ad aprire la porta con le chiavi. Se ci fosse stato dentro Righetti gli avrebbe detto buon Natale, e tutto il resto.

Righetti dentro c'era, ma era accucciato sul suo sangue, in cucina, accanto al muro, e non poteva né sentire né dire buon Natale.

Loi rimase immobile sulla soglia. Il sangue di Righetti aveva tracciato delle piste rosse sul muro della parete lungo la quale era scivolato il corpo del pover'uomo, poi si era raccolto in un lago scivoloso che aveva coperto buona parte del pavimento. L'appartamento era vuoto, né un mobile, né un elettrodomestico, né un'asse da stiro, niente. Tranne un tavolino e una sedia, proprio immersi nel sangue di Cleto, e sopra il tavolo un bicchiere vuoto, dozzinale. E la stufa di maiolica.

Sua moglie e il dottore avevano ragione: qualcuno aveva sparato. Nell'aria c'era ancora odore di cordite. Chi aveva sparato? E dov'era adesso?

Il commissario Loi tornò indietro fino al pianerottolo e alle scale. C'erano delle impronte di fanghiglia in direzio­ne dell'appartamento di Righetti. Tracce di scarpe diverse. Tracce in entrata e in uscita. Prima entra Righetti, poi entra l'assassino. Le loro impronte. Poi però qualcuno era tornato indietro. Impronte confuse.

Ad un tratto Loi sentì un movimento alle sue spalle. Scattò all'indietro col cuore in gola, pronto a difendersi.

«Cazzo» sospirò abbandonando le braccia lungo i fianchi. «Vai a prendere il telefonino, dài. Fai presto. Dài.»

Ma la signora Loi restava a fissarlo pietrificata, come avesse scorto un becco fra i suoi occhi.

«Righetti è morto» fece Loi. «Dobbiamo chiamare i ragazzi. Vammi a prendere il telefonino. E anche la pistola.»

La signora Loi avrebbe voluto chiedere e sapere e fare altre domande, ma capì che non era il caso e risalì le scale in fretta, come inseguita da una serpe.

Arrigo Loi si chinò di nuovo a osservare le impronte. Tornò nella cucina di Righetti e cercò di vedere le scarpe del cadavere. Scarponcini vecchio modello, con suola di para a righe parallele. Anni sessanta.

Le altre impronte appartenevano a scarpe con la suola apparentemente liscia. Niente scanalature nella fanghiglia. Erano quelle di chi è entrato e uscito. Chi gira sulla neve con suole lisce?

Loi risalì alcuni gradini delle scale per guardare dalla finestra. La tempesta di neve non accennava a diminuire di intensità. Aveva cominciato a nevicare fin dal mattino, lentamente, a fiocchi morbidi. Nel pomeriggio pareva voler smettere. Poi, verso sera, aveva ricominciato, con forza sempre crescente, fino a trasformarsi in quella specie di tornado.

La signora Loi arrivò con gli occhi sbarrati, tenendo la pistola per la canna con due dita, come fosse un ratto morto. Aprì la bocca ma la voce venne meno. Loi afferrò la pistola in silenzio e se la infilò nella tasca del giubbotto, poi allungò la mano nella quale la signora depose timidamente il telefonino. Loi fece il numero della centrale quasi con rabbia.

Scandellari? Ascoltami... sì, buon Natale anche a te... no, sono a casa, non in vacanza, sì... ascoltami, perdìo! C'è un morto qui, assassinato. Sì, a casa mia... Manda una squadra e la scientifica, e un'ambulanza... Come sarebbe? Non abbiamo un'auto, un camioncino, un cingolato, un carro armato, un elicottero, un qualche cazzo di qualcosa si muova sulla neve? Ma dove siamo? Due fiocchi di neve paralizzano una città intera? Cosa mi racconti? Insomma, Scandellari, fai come vuoi ma manda qui qualcuno, anche perché l'assassino è ancora nei paraggi, secondo me. Sappimi dire. Lo so che è Natale, ma gli assassini hanno un'idea diversa delle feste da quella che abbiamo noi.»

La signora Loi sembrava la statua della disperazione: immobile, bocca socchiusa, occhi neri spalancati in campo grigio pallido.

«Torna su» le ordinò Loi «e chiuditi dentro. Non ho bisogno di te. Torna su e preparami del caffè. E aspettami. »

La signora Loi non fiatò e rifece le scale che sembrava la notte dei morti viventi.

Il commissario tornò nella cucina di Righetti. C'era qualcosa che non andava. Rimase a lungo a osservare la scena.

C'era il corpo di Righetti. C'era la stufa di maiolica. C'era il tavolo con sopra un bicchiere vuoto. Vuoto? Loi si avvicinò finché poté, per non calpestare il sangue che aveva circondato il tavolo. Strinse gli occhi, si piegò sul­le gambe. Nel bicchiere restavano ancora alcune gocce di qualcosa. Sembrava vino o birra. Esitò un attimo, poi si decise. Allungò il braccio e, dopo alcuni tentativi, riu­scì a prendere il bicchiere con tre dita. Lo annusò: vino bianco. Probabilmente Cleto aveva bevuto del vino bianco.

Il Pignoletto era la sua passione. Un ultimo addio all'appartamento in cui era stato felice prima di andarsene per sempre. Un'ultima lacrima prima di morire. Loi rimise il bicchiere al suo posto sul tavolo. La scientifica ci avrebbe trovato le sue impronte, ma pazienza. Il commissario continuava a osservare ogni dettaglio della stanza. Attratto da un riflesso sotto la pancia di Righetti, Loi si chinò fino ad appoggiare quasi la fronte a terra. Il cavatappi. Si intravedevano l'anello e uno dei bracci del cavatappi che spuntavano da sotto il ventre di Cleto. Il commissario si rialzò sbuffando. Mancava solo un elemento: la bottiglia.

Loi uscì dall'appartamento e rimase di nuovo in ascolto. Solo, a tratti, il vento.

Cominciava a prendere forma nella sua testa la sequenza degli avvenimenti, quanto meno un'ipotesi attendibile. Righetti era venuto per l'ultima volta nel suo appartamento per chiuderlo definitivamente e andarsene via per sem­pre. Prima, però, aveva voluto sedersi a bere un bicchie­re alla salute della moglie morta, secondo un rituale caro alla vecchia coppia di coniugi. Un bicchiere di Pignoletto e poi a nanna. Mentre beveva e piangeva, si è trovato di fronte uno armato di pistola, convinto evidentemente che nell'appartamento ci fosse qualcosa da portar via. Visto che invece l'appartamento era vuoto come una bolla di sa­pone, preso da un raptus di rabbia aveva sparato al povero Cleto e se ne era andato portandosi via la bottiglia. Se n'era andato. Ma dove? Dove va uno con quella tempesta?

Loi scese i tre scalini che separavano l'appartamento di Righetti dalla porta principale e quando provò ad af­facciarsi all'esterno fu investito da un turbine di neve e ghiacciò che lo accecò. Si coprì con le braccia alla meglio per cercare di vedere la strada. Era tutto buio, neanche un lampione, non una luce dalle case. Tutto immobile. Nessuno. A lato del marciapiede stazionavano sagome bian­che, qualche auto, il camioncino che sembrava un elefante bianco, i cassonetti dell'immondizia, la carcassa di una bi­cicletta attaccata a un palo. La tempesta aveva cancellato ogni impronta nello spazio di pochi secondi, ammesso che qualcuno potesse aver provato ad andare in giro.

Loi osservò di nuovo i veicoli parcheggiati di fronte a casa. Nessuno, nei dintorni, possedeva un camioncino.

Il commissario Loi chiuse la porta e cominciò a scrollarsi di dosso l'acqua e i fiocchi di neve che gli si erano incollati in faccia come ragni bianchi. Gocciolava dai capelli e dai pantaloni della tuta. Si asciugò col fazzoletto come poteva.

L'assassino è ancora nei paraggi, pensava Loi, ma dove? Vediamo: dopo avere ucciso Righetti, l'assassino corre in strada per scappare, ma si accorge che il camioncino su cui avrebbe dovuto caricare la refurtiva, non era in gra­do di percorrere un metro sotto quella tempesta, oppure, più probabilmente, non si era messo nemmeno in moto. Doveva aspettare che la tempesta finisse, se voleva recu­perare il camioncino, quindi bisognava trovare un luogo dove restare in attesa. Certamente non dentro al posto di guida, sarebbe morto assiderato. E nemmeno nell'ap­partamento di Righetti, con il rischio di lasciare tracce e indizi ovunque.

Il commissario Loi prese la pistola e avanzò lentamente fino alla porta della cantina.

Ma il lucchetto che assicurava la porta era intatto. Certo, non ci vuole niente a forzare un lucchetto, ma, una volta che si è entrati, non lo si può richiudere. E questo era chiuso. Non poteva essere in cantina.

Il commissario abbassò l'arma e tirò il fiato. All'improvviso capì.

Salì rapidamente le scale e entrò in casa con la furia di un marine.

«Hai le chiavi anche dei Graziosi?» chiese ansimando alla signora Loi che, in poltrona, lo osservava con occhi sbarrati. Il dottor Zanardi si era addormentato davanti alla TV.

La signora Loi indicò il tavolino del telefono accanto alla porta. Arrigo Loi cercò fra i mazzi di chiavi che aveva lasciato in custodia chi era partito per le vacanze e prese quello con il cartellino "Graziosi". Afferrò di passaggio le manette dall'attaccapanni e, uscendo, si voltò verso la moglie.

«Fra cinque minuti telefona ai Graziosi. Cinque minuti. Poi chiama Scandellari, digli di muoversi.»

La signora Loi si limitò ad aprire la bocca.

La porta dell'appartamento dei Graziosi non mostrava segni di effrazione. Come quello di Righetti, del resto. Uno scassinatore molto abile, pensò Loi, uno che ci sa fare con le serrature, o magari uno paziente, che aveva preso le impronte delle serrature nell'arco di qualche mese.

Il commissario appoggiò l'orecchio alla porta dei Graziosi, ma non udì il più piccolo rumore. Controllò la pistola ancora una volta. Poi provò a inserire la prima chiave nella serratura, molto lentamente, per non fare rumore. Non era la chiave giusta. Ad un tratto sentì squillare il telefono, dentro. La signora Loi. Freneticamente inserì la seconda chiave e girò. Il telefono continuava a squillare e la porta si aprì quasi in silenzio.

L'uomo era seduto al tavolo della cucina e osservava il telefono. Era nervoso, agitava le dita. Quando vide Loi con la pistola puntata su di lui scattò in piedi e fece per get­targlisi contro.

«Polizia!» gridò Loi. «Non ti muovere! Non ti muovere!»

«Ei, calma» fece l'uomo tendendo le mani in avanti, come per parare i colpi della pistola. «Non ti agitare.»

«Stenditi a terra! A terra!» continuava a urlare Loi. «Faccia a terra, braccia larghe. Muoviti! Muoviti!»

L'uomo eseguì senza fretta e Loi gli fu sopra immediatamente e gli piantò la pistola nella nuca, mentre gli legava le mani con la corda della tuta. L'uomo portava alle mani guanti di lattice.

Solo adesso Loi poteva guardare con calma l'uomo che stava seduto di fronte a lui, le braccia legate dietro la schiena, davanti alla tavola della cucina. Sopra la tavola c'erano dei crackers, del formaggio rosso, olandese, un cestino di noci, una bottiglia di vino quasi vuota e un bicchiere.

«Ti stavi preparando il pranzo di Natale?» chiese Loi accendendosi uno dei sigari di Giacomo Graziosi. padrone assente dell'appartamento.

L'uomo alzò le spalle con una smorfia. Poteva avere una quarantina danni, mal vissuti, capelli gelatinosi e impervi, barba di tre-quattro giorni.

«Cosa aspettiamo?» chiese alla fine l'uomo agitandosi sulla sedia.

«Il resto della polizia. Io sono l'avanguardia» fece il commissario Loi posando la pistola sul tavolo, ma a portata di mano.

«Avanti, commissario, tutta questa scena per niente» disse l'uomo col gel abbozzando un sorriso. «È la notte di Natale, alla fine dei conti.»

«Appunto. Cosa ti viene in mente di andare per case, la notte di Natale, a svaligiare appartamenti e a uccidere le brave persone?»

«Di cosa parli, commissario? Io sono un piccolo delinquente, un ladruncolo della domenica, ogni tanto mi faccio un appartamento, una macchina, uno scippo, cose da ridere. Perché mi parli di omicidio?»

«Il povero Cleto non ride tanto, in questo momento.»

«Commissario, parli arabo. Chi è il povero Cleto?»

«Quello dell'appartamento qui accanto, che hai steso prima di venire a rifocillarti un poco qui, in attesa che passi la tempesta.»

«Stronzate!» grugnì l'uomo. «Dovresti cercare l'assassino invece di perdere tempo con me.»

Il commissario Loi sorrise, e si appoggiò allo schienale per osservare il fumo del sigaro salire verso il soffitto a lente volute.

«Come hai detto che ti chiami?»

«Mi chiamano tutti Carmen» rispose l'uomo dopo averci pensato su.

«È un nome da donna, Carmen. Sei un poco recchione?»

«Mi chiamava così il mio padrino. Gli piaceva uno che ai suoi tempi tirava di boxe, e si chiamava Carmen Basilio, un americano, gran picchiatore. Dice che gli somigliavo.»

«Non gli somigli. Basilio era pelato.»

«Si vede che picchiavo come lui.»

«Poi sei salito di grado, e dal tirare pugni sei passato alle pallottole. Non una gran carriera.»

Carmen scosse la testa.

«Non ho mai visto un commissario come te, in tuta, ciabatte e Beretta 92 e che spara stronzate a raffica.»

«Vuoi che ti dica com'è andata?» fece Loi tirando una lunga sorsata dal sigaro. «Carmen ha saputo, chissà come, chissà da chi, ma non importa, Carmen ha saputo che alcuni appartamenti di questo condominio era­no vuoti per le feste natalizie. Carmen pensa: "Uh, che bazza!", e si mette a fare piani. Fatti per bene, ve', mica alla cazzo. Piani coi fiocchi, come quelli dei film. Impronte delle serrature, traffico di persone, come e quando, e insomma, una cosa ben fatta. Tranne per alcuni insignificanti dettagli. Carmen non sa che al terzo piano abita un commissario di polizia, che, malauguratamente, non è andato in vacanza e, soprattutto, ha una moglie gran spaccapalle ma con un orecchio finissimo, che sente scorreggiare i moscerini al luna park di Cento. Beviamo qualcosa, va'.»

Il commissario Loi si alzò e andò a prendere un bic­chiere. Sedendosi prese la bottiglia semivuota e ne osservò l'etichetta.

«Un Pignoletto. Buono.»

«Per me un vino vale l'altro. L'ho trovato in frigo. Ma non c'era niente da mangiare. Solo queste formine di olan­dese, robaccia. Grissini e olandese. Che gente! Niente di niente da mangiare.»

«Vedi, Carmen, il Pignoletto è un vino fantastico delle nostre colline. Non dovresti trattarlo così. Batte in pieno il Prosecco. Purtroppo, o per fortuna, lo conosciamo solo noi, qui in zona. Se vai, che so, a Milano, e chiedi del Pignoletto, ti guardano come se gli chiedessi di comprare la Madonnina.»

«Sai, commissario, non me ne frega un cazzo delle tue storie sul Pignoletto. Perché non mi lasci andare e te ne torni a festeggiare il Natale con la tua signora dall'orecchio fino?»

«Fai male, Carmen, a dire così, perché il Pignoletto è importante. Lo sai che ne parlava già Plinio il Vecchio? Lo chiamava Pinolaetus.»

«Ognuno dice la sua.»

«Pensa, forse è l'ultima occasione che ti si presenta per bere del Pignoletto.»

«Mettila come vuoi, commissario, ma io non ho fatto niente, e soprattutto non ho ucciso nessuno. Mi arresti per cosa? Violazione di domicilio? Sarò fuori prima ancora che tu riesca a scrivere il verbale. E tutto quello che hai in mano. Che prove hai? E poi, quello lì, con cosa l'avrei uc­ciso? Una pistola? Un coltello? Vedi armi qua attorno?»

«Una cosa alla volta, Carmen, abbi pazienza. Cosa dicevamo? Ah, ecco. Sì. Allora. Carmen arriva verso sera, la sera della vigilia di Natale, e piazza il camioncino, quello che serve per caricare la refurtiva, qua davanti a casa, e aspetta che faccia completamente buio e che la gente sparisca dalle strade. Poi quatto quatto come il gatto, entra e sta per dedicarsi all'appartamento di Cleto, quando si accorge che dentro c'è qualcuno: il povero Righetti, che accende per l'ultima volta la stufa di maiolica e se ne sta seduto a piangere sulla sua vita disperata davanti a una bottiglia di Pignoletto. Allora Carmen decide di farsi l'appartamento dei Graziosi, questo appartamento. Perché Carmen è stato qui prima di andare da Cleto, e si è portato via il televisore LG, il videoregistratore, la pendola che stava lì sulla parete dietro di te, il computer dell'Anna, là sul tavolino, e scommetto che ha sfrucugliato anche nei cassetti della camera da letto. Tutta roba che adesso sta nel camioncino di Carmen. Ha preso quello che c'era da prendere e si è messo ad aspettare che il signore dell'appartamento vicino se ne andasse. Carmen era convinto che fosse in vacanza e pensava che fosse rientrato per caso, per un'urgenza, poi ripartiva. E Carmen aspettava. E si innervosiva. E aspettava. E più aspettava più si innervosiva.

Allora ha preso qualcosa per darsi la carica, un po' di coca, che ne so, una pasticca, si è fatto una pera, dove­va pure tenersi su, no? Alla fine ha perso la pazienza e ha deciso di provare lo stesso. La pazienza è quello che vi manca, a voi delinquenti. Non siete pazienti, volete avere tutto e subito, la vita facile, il mondo in mano, eh, ragazzi, si fa fatica a vivere. Insomma, Carmen è entrato, ha visto Cleto, Cleto gli dice che non c'era più niente lì da prendere, Carmen si arrabbia un sacco, proprio, si incazza, così, per la rabbia e il dispetto, non trova niente di meglio da fare che sparargli. Ma si può essere più cretini? E si porta via l'unica cosa che poteva prendere, la bottiglia di Pignoletto di Cleto. Ma... Sorpresa!

Quando arriva in strada Carmen scopre che il suo camioncino è sepolto nella neve, e che non può muoversi. O forse addirittura che non va nemmeno in moto. Gelato come il Polo Nord. Allora Carmen torna dentro e si mette ad aspettare qui, nell'appartamento dei Graziosi che aveva svaligiato in precedenza. Finché arrivano i nostri e Carmen va in gattabuia per un migliaio di anni. Titoli di coda.»

«Solo stronzate!» gracchiò Carmen. «Che prove hai di questa storia da televisione? Dove sarebbe la pistola? Una storia che non sta dritta neanche con le stampelle.»

«Ma cosa credi» gridò il commissario Loi balzando in piedi e piantandogli un dito sotto il naso «cosa credi, che io sia nato la notte dello squassadino? Solo perché ti muovi con guanti di lattice e non lasci impronte, pensi di farla franca? Solo perché hai nascosto la pistola da qualche parte credi che mi stancherò di cercarla fino al giorno del giudizio? Hai perso, Carmen, non ti fare illusioni. La pistola la troverò, e le tracce del tuo passaggio le troverò, perché si lascia sempre una traccia, un'orma, un'impronta, un segno. Sempre.»

Il commissario Loi prese fiato e tornò a sedersi. Carmen lo fissò. Non sapeva se il commissario bluffava, o se faceva sul serio.

«E poi io non mi drogo» disse dopo un breve silenzio.

«Ma guardati! Non ti droghi! Hai gli occhi che ti escono dalle orbite, lucidi come i pavimenti di mia moglie, ti tre­ma il labbro e i muscoli della faccia saltellano di qua e di là come pulci. Se ti faccio fare il test adesso... Ma che cazzo sto a parlare con te, un delinquente da operetta, una carogna che assassina i vecchietti per portargli via la bottiglia di vino.»

«Stiamo qui ancora per molto?» disse Carmen sbuffando.

«Finché non arrivano i ragazzi. Hai degli impegni?»

«E se i ragazzi non arrivano?»

«Allora ti attacco al termosifone e vado a farmi il pranzo di Natale in famiglia.»

Il commissario Loi andò alla finestra e scostò la tendina. «Nevica» commentò.

«I tuoi ragazzi non arriveranno mai, neanche in elicottero» ridacchiò Carmen.

«Cosa c'è da ridere? Vuol dire solo che tu resterai lì fino al disgelo. È così da ridere?»

Il commissario sospirò. Aveva voglia di una sigaretta. Poteva chiamare sua moglie e chiederle di portargli il pac­chetto, ma avrebbe dovuto dare molte spiegazioni. E lui non aveva voglia di raccontare. Neanche alla signora Loi. Niente di personale.

«Devo andare in bagno» disse l'uomo con i capelli gelatinosi.

«Dopo.»

«Dopo quando?»

«Quando arrivano i ragazzi. Non vorrai mica che ti tiri fuori io l'uccello, no? Se vuoi puoi fartela addosso, sai cosa me ne frega.»

Il commissario aprì la porta della camera da letto. Aveva ragione, Carmen aveva già rovistato dappertutto. Cassetti aperti, materassi rovesciati, il solito.

«Magari potresti dirmi dove hai nascosto la pistola»  disse a voce alta Loi. «Così risparmiamo tempo. Tanto lo sai che la troviamo.»

Ma quale pistola, quale pistola? Io sono solo un topo d'appartamento, te l'ho detto...

«Me l'hai detto. Solo che io, sai com'è, diffido, diffido, in particolare di chi non sa cos'è il Pignoletto... »

Il commissario passò dietro la sedia di Carmen e si chi­nò ad afferrargli una caviglia per guardargli le scarpe.

«Cosa ti viene in mente?» protestò Carmen.

«...e diffido anche di chi va in giro sotto la neve con scarpe a suola liscia. Sei proprio un balordo. Tanto lo so che la pistola è qui in giro. Facciamo un gioco? Io ti dico un luogo e tu rispondi acqua, fuoco, fuochino, sai quel gioco da bambini.»

Carmen perse la pazienza.

«Ma vaffanculo, testa di cazzo. Fatteli da solo i tuoi giochi.»

«Hai combinato un pasticcio e poi hai avuto paura. Per ogni evenienza hai nascosto l'arma. Uomo pruden­te. Non potendo buttarla in un canale o seppellirla, l'hai nascosta...»

Il commissario Loi cominciò a girare per l'apparta­mento come un indemoniato, aprendo e chiudendo porte, sportelli e cassetti.

«...nella credenza. No. Nella tavola. No. Nel cassetto del televisore. No. Nello sciacquone...»

Un rumore di camion proveniente dalla strada fece tre­mare i vetri dell'appartamento. Il commissario abbandonò le sue ricerche e si avvicinò di nuovo alla finestra.

«Buone notizie per te. Fra poco potrai andare in bagno» disse allegramente il commissario rivolto a Carmen. «Esco un attimo. Non ti muovere.»

In strada stavano avanzando due spazzaneve. Il com­missario Loi, sulla soglia, faceva dei segnali con il braccio, mentre cercava di ripararsi invano dalla furia della tempesta.

Gli spazzaneve si fermarono proprio davanti alla porta, in mezzo alla strada. Dall'abitacolo saltarono a terra Scan­dellari e altri quattro poliziotti.

«È tutto quello che sono riuscito a trovare, signor com­missario» ansimò Scandellari indicando gli spazzaneve.

Il commissario Loi sorrise e gli batté una mano sulla spalla. Era di nuovo bagnato come la fontana di Trevi, ma che importanza aveva?

Mentre i ragazzi lo trascinavano via, Carmen ringhiava e strappava come un cane rabbioso.

«Farai una figura di merda, commissario, rideranno tut­ti, non la troverai mai la pistola, non c'è nessuna pistola, nessuna, schifoso!»

Il commissario, seduto di fronte alla tavola, osservava in silenzio la bottiglia di Pignoletto, come incantato. Strinse gli occhi e spinse la faccia più avanti, quasi a contatto con l'etichetta.

«Ei, Carmen» disse il commissario a bassa voce. «Ho un'altra notizia per te. Sei perduto.»

Arrigo Loi alzò il capo fieramente a sfidare la rabbia di Carmen.

«Cazzo dici, commissario? Tu sei quello perduto. Non hai niente in mano. E io domani sarò libero come un frin­guello. Niente arma, niente prova. Non è così? Beviti il tuo Pignoletto Ravoni alla mia salute, e buon Natale, povero fesso!»

«E qui casca l'asino, come si dice. Vedi? Se tu cono­scessi i produttori di Pignoletto delle nostre zone, sapre­sti che non esiste nessun Ravoni. Però esiste un Pavoni, che sta dalle parti di Monte Budello, e fa un ottimo Pignoletto. Hai scambiato una P per una R. C'è una gamba di troppo. P, non R.

Carmen cercava di divincolarsi dalla stretta degli agenti. «Non sai più nemmeno leggere, commissario di merda? Non vedi l'etichetta?»

Il commissario Loi si alzò tenendo la bottiglia per il collo. La piazzò sotto gli occhi di Carmen.

«Guarda bene. La bambina della lettera R, non è fatta con l'inchiostro come tutto il resto dell'etichetta. Non ci crederai, ma è sangue. Una stupida miserabile gocciolina di sangue che è schizzata dal corpo di Cleto sulla bottiglia, ed è finita proprio sotto la lettera P di Pavoni tanto da farla sembrare una R. Hai capito adesso, povero coglione! È il sangue di Righetti, è il sangue che ti inchioderà in cella per tutta la vita. Non ci serve più la tua pistola, né le impronte che puoi avere lasciato in giro.»

Carmen grugnì e tentò di caricare a testa bassa, riuscen­do solo a trascinare con sé nella caduta Scandellari e una matricola dalla faccia spaurita.

Il commissario Loi si chinò su di lui come se nulla fosse.

«E anche se hai cancellato le impronte di Cleto dalla bottiglia, quella goccia del suo sangue non la puoi più cancellare. Mai più. Hai capito?»

Il commissario Loi raddrizzò la schiena e si stirò i muscoli.

«Che ore sono, Scandellari?» chiese sbadigliando.

«Le sette, commissario.»

«Buon Natale, allora. Nevica ancora?»

«Pare di sì» fece Scandellari dopo aver socchiuso per un attimo la tendina della finestra.

«Portatelo via e mettete i sigilli e tutto quanto. Ci ve­diamo domani, magari. O, Scandellari: attento alla botti­glia, eh? Ancora una cosa. Dai un'occhiata al camioncino qui davanti, quello che sembra un elefante. Vedete se c'è una pistola. Se c'è, portatela via, è una prova.»

Arrigo Loi prese dal portacenere quel che restava del sigaro di Giacomo Graziosi e lo riaccese. Cominciò a gi­rare per l'appartamento, pigramente. Si fermò davanti al frigorifero. Carmen aveva ragione: vuoto. C'è qualcosa di più triste di un frigo vuoto?

La voce di Scandellari dalla soglia della porta mise fine alle riflessioni del commissario sui frigoriferi.

«Niente, commissario. Solo refurtiva. Niente pistola.»

Loi ebbe voglia di qualcosa di molto caldo, che gli fa­cesse passare il freddo lungo la schiena. L'avrebbero tro­vata, la pistola. Doveva essere nei dintorni, per forza. Ci voleva solo un po' di pazienza.

Il commissario Loi uscì sospirando dall'appartamento dei Graziosi. Stava per salire il primo gradino delle sca­le quando gli venne in mente il lucchetto della cantina. Tornò indietro, pensando che un lucchetto da dentro non si può chiudere, ma da fuori sì. Rovistò tra i mazzi di chiavi e trovò la chiavetta della cantina. Aprì la porta e la pistola era lì, sulla mensola in alto, nascosta dai detersivi e dalle vernici. La osservò per alcuni secondi senza toccarla. Poi richiuse la porta. L'avrebbero recuperata domani i ragazzi. Non aveva nemmeno voglia di tenerla per la canna e portarsela in casa. Domani.

Quando rientrò, Arrigo Loi aveva le ossa rotte e mal di gola. Davanti alla televisione sua moglie e il dottor Zanardi stavano bevendo qualcosa di caldo. Lo guardarono in silenzio. Il commissario chiese una tazza di quello che stavano bevendo.

«Karkadé» disse la signora Loi.

Il commissario la guardò sconsolato. Da non credere! Karkadé. Ma dove le andava a trovare tutte quelle stronzate?

Il commissario si abbandonò sulla poltrona accanto al termosifone.

«Allora?» chiese stralunando gli occhi per la curiosità il dottor Zanardi.

«Allora?» rincarò la signora Loi versando il karkadé in una tazza a fiori.

«Allora niente» disse il commissario Loi abbandonando il capo contro lo schienale. «Un delinquente ha ucciso Righetti. Per una bottiglia di Pignoletto. C'è della gente strana in giro».


Sandro Toni

Fonte: S. Toni, Il gusto del delitto, Leonardo, Milano-Parma 2008.

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