• Letteratura Capracottese

Valeria


Il volto di Valeria nell'illustrazione di Emilio Penci.

Premessa

La seconda novella contenuta nelle mie "Quattro novelle per l'Alto Molise" è "Valeria", firmata dal milanese Emilio Penci (2 maggio 1850-15 maggio 1883) e sono colpevole di non averla proposta nella Guida, per cui Ve la presento ora nella sua unicità: l'ho rinvenuta in una raccolta promozionale dell'editore Bontà & C. del 1882, un anno prima che il professor Penci scomparisse nel fiore della propria giovinezza poetica. L'autore ha immaginato che Olivia, la madre della protagonista, fosse capracottese, tanto che questa storia d'amor violento si svolge proprio tra gli Abruzzi e le Puglie, tra i monti del Sannio e quelli del Matese.

Valeria

– Fatti in là donna del diavolo, non vedi che mi togli il respiro? E poi dove hai messo la polvere?

Queste parole uscivano dalla bocca di un uomo tarchiato e robusto, dai capelli e dal volto assai bruni, dallo sguardo torvo e sinistro, ed eran rivolte ad un pezzo di donna abbastanza bella se le rughe del volto non avessero tradito le sofferenze o almeno le fatiche.

A quel linguaggio la donna pareva assuefatta, non rispose neanche; si alzò dalla scranna sulla quale stava seduta, e andò a rimestare in un vecchio mobiglio che non aveva aspetto né di armadio né di cassettone, ma piuttosto di un piccolo nascondiglio atto ad essere trasportato senza disturbo; quindi porse a chi la interrogava un grosso pacco.

L'uomo sedeva d'allato all'uscio d'entrata di una bassa e fumosa casipola, e pareva si dilettasse dell'aria, che entrando impetuosa, sollevava la polvere del camino spento.

Si era in autunno, su pei monti rocciosi del Molise (l'antico Sannio) e il sole del mezzogiorno, comunque fosse il tramonto, scaldava spaventosamente le pietre dell'abituro.

Quell'uomo e quella donna erano amendue del Sannio, il primo di Campobasso, l'altra di Capracotta, e vivevano da lungo tempo insieme. Fin da fanciullo, Silvano, è tale il nome del nostro personaggio, ebbe le membra sviluppate e tenaci come le arbori delle sue selve natie; ebbe sete di fatiche, quasi di patimenti. Per lui, cui non garbava punto il lavoro della terra, non bastava mietere colla scure le lunghe chiome delle selci, né trascinarsi i fasci di legna giù per le chine, o condursi su per letti di torrenti asciutti e sentieruoli quasi inaccessibili; ogni po' tratto in casa non lo si vedeva più, scompariva; dov'era andato? i suoi genitori rozzi come la massima parte di quegli abitanti d'alture, poveri, non gli badavano molto; e talora egli tornava la sera trafelato, arso dal sole di luglio, senza cibo; tal'altra passava la notte a braccia nude, coll'umido della tramontana che gli batteva le tempia.

Si era osservato che con gioia indicibile aveva un giorno percosso un piccolo cane legato ad un cancello e quindi impotente a difendersi, tanto da lasciarlo mezzo morto; un'altra, spennacchiato un uccello vivo che empiva l'aria di strida, una terza (contava allora quindici anni) non si sa per quale motivo, aveva gettato a terra ridendo di un riso freddo e lungo una ragazzina di nove o dieci anni, forte quasi come lui, e la tenne lì lungo tempo col ginocchio al ventre, una mano alla bocca, l'altra al seno, sicché se non fosse accorsa gente l'avrebbe finita. Interrogato perché avesse agito a quel modo, rispose che essa gli aveva dato un'urtone sopra un burratto e mostrava le lividure della difesa.

Un giorno visto il curato del paese che s'incamminava solo col suo breviario alla mano per un sentiero deserto, lo seguì, e quando fu ben lontano dalla probabilità che alcuno lo vedesse, gli passò davanti, e con una sghignazzata febbrile gli sputò in viso, poi si mise a correre giù pei campi gettando alla vittima de grossi sassi. Il curato si accontentò d'avvertirne la famiglia, la quale lo picchiò ben bene ma senza risultato.

Dopo fu visto frequentare le chiese, solitario; a venti anni faceva già parte d'una banda di briganti che invadevano tratto tratto la provincia di Lecce e s'era tratto dietro per ganza un po' per amore un po' per forza Olivia Danzi, detta la belloccia, che noi vedemmo al principio del racconto: adesso ne contava trenta.

A quella donna che non parlava quasi mai, di sodo corpo ma d'animo fiacco, che si lasciava soggiogare dagli occhi dell'amatore neri e cupi, n'aveva fatte di tutte le sorta, e fortuna ch'era di una pazienza prodigiosa, altrimenti sarebbe morta dieci volte.

Nessuno più pratico, più astuto, più maligno di lui nel perseguitare, nell'assalire, più audace nella rivolta, più vile quando si trattava di nascondersi; aspro nei modi pur sapeva cattivarsi per non so quale prestigio ferino l'animo de' suoi proseliti.

Pochi mesi dopo la sua entrata brigantesca egli era stato preso dai nostri soldati; comprese con chi aveva a che fare, convinto che colle furie non sarebbe uscito più da quelle strette, finse il pentimento, la tranquillità; ma il livido del suo volto, la luce calma dell'occhio celavano la certezza della fuga, la turbolenza della vendetta, l'acrimonia della bravura offesa. Infatti in breve spazio di tempo, di concerto co' suoi, uccise un bel giorno il carceriere, forzò la porta della prigione, rubandole il fucile gettò a terra la guardia che custodiva l'uscita, senza lasciarle tempo di riaversi dallo stupore e dalla percossa, e quando si diede l'allarme egli respirava a larghi polmoni l'aria della libertà, correva per le campagne native avido di spazio, col cuore palpitante di timore e di contentezza. Riunitosi quindi tosto a suoi nelle vicinanze d'Aquila trasse in inganno un distaccamento di fanteria e riuscì ad uccidere due soldati e a ferirne tre o quattro.

Ma dove quell'uomo mostrava esempio sorprendente della stranezza umana era nell'affetto paterno; quell'uomo aveva una figlia, bella, gagliarda ma di una gagliardia nobile e affettuosa. Egli che non perdonava non solo agli estrani ma neppure alla compagna de' suoi giorni, si sentiva quasi una femminetta davanti la pace serena di quel volto giovanile; le grazie, le usuberanze di quella vita fresca trascinata nel turbinio della sua, selvaggia, piena di pericoli e di delitti calmava le rabbie de' suoi istinti e l'acre delle sconfitte. Tornava a casa dalla rapina e quando la ragazza gli fissava in volto i suoi occhi neri, profondi, penetranti, egli non aveva coraggio di sopportare quello sguardo, sentiva nell'animo come una specie d'inquietudine nuova, qualcosa che non comprendeva, ma sembrava il principio del rimorso; senonché l'abitudine vinceva quegl'istanti di debolezza; il falso criterio, la cupidigia del danaro, l'ozio di continui impeti violentavano que' blandi sospiri del cuore.

Oh la vita ha così profondi misteri! e certe anime sanno esse soltanto di quali punture son fatte bersaglio.

Valeria, tale il nome della figlia, viveva come buona parte delle ragazze che hanno un pessimo padre, cercando di consolare la donna che l'avea data alla luce e di raddolcire per quanto fosse possibile, le tendenze di quello. La natura giuoca talora con così strani eventi, ravvicina indoli così disparate, feconda o atterra condizioni per sé stesse tanto improduttive che non pare possibile possano reggersi per lungo tempo.

Eppure Valeria che non sapeva nulla del mondo, Valeria che non aveva visto altro che i greppi de' suoi burroni, e il sole discendere da un cielo di fuoco, Valeria che non aveva udito altro che lo scrosciare dell'acque giù per le valli, accompagnato appena da qualche suono di corno, indovinava tutti gl'istinti paterni, prevedeva le sue trame, tentava precluderne loro la via; sentiva la distanza che la separava da quell'uomo e la sua inquietudine non posava mai che quando lo sentiva russare nella camera vicina.

Vi fu un momento in cui si credette perduta; anche la più forte volontà ha le sue debolezze, anche la virtù più salda è continuamente minacciata dalle seduzioni.

Alcune sue compagne d'un tempo traevano una vita gaja, e comunque essa vivesse in un angolo remoto assai della vita cittadina, giungeva a lei qualche parola indistinta che le favellava di piaceri non tocchi; la indolenza della madre avrebbe dato esca a quei primi desideri se il quadro continuo delle turpitudini paterne non l'avesse da sé trattenuta. Oh quand'era piccina essa non si era accorta di nulla! le sue gioie infantili non erano menomamente turbate da nessun timore, i suoi schiamazzi argentini morivano sereni sull'alture come il grido di un vispo uccello, né mai voce alcuna le avrebbe detto che la sua vita si sarebbe mutata.

Quando le sue membra si svilupparono, quando poté mettere una veste a più vivi colori, quando le sue trecce nere si fecero più folte, e i suoi occhi attirarono gli occhi degli altri, fu allora che seppe tutto, che avrebbe spezzato gli anelli d'oro che con inaudita generosità gli erano stati donati da un maturo spasimante, e co' quali stava tanto bene!

Un giorno la madre, stanca delle molte lotte, delle molte persecuzioni, volle indur Valeria a fuggir con lei, lasciando il drudo in balìa delle perverse tendenze che lo governavano; ma Valeria sebbene presa alle strette e desiderosa di più puro orizzonte, ebbe tanta forza di rifiutarsi; sperava sempre!

– Senti, – le diceva la povera donna, – oramai non c'è più speranza; ho sopportato tutto, lo sai meglio di me...

– Oh! è vero, povera mamma, – fece Valeria guardandola tristamente.

– Ho sopportato la sete, la fame, il freddo, le percosse...

– Pur troppo!

– Ma adesso non ne posso più; a che cosa valgono le mie preghiere? a renderlo peggiore; voglio tornare a casa mia, e tu verrai insieme; sono una povera donna, debole, lo so, ma qualcosa faremo, ci aiuteremo l'una coll'altra.

– Dimmi quel che vuoi che sono sciocca, che sono cattiva ma io rimango con lui; sono convinta che la finirà e allora potremo tornar tranquilli tutti e tre, perché vuoi lasciarci?

– Tu sei giovane, egli ti ama, manco male è un altro conto, ma io sono qualcosa di peggio d'una granata colla quale si spazza la casa.

– No, io non voglio lasciarti così – gridò Valeria prendendola per le spalle e guadandola sempre più tristamente.

– Fa come vuoi, e pensa come credi, ma un momento o l'altro non mi troverà più; bada che il tuo consiglio non ti porti malanno.

– Fosse anche, ne sono preparata; il mio cuore non ha altra dolcezza che questa prova colla quale io mi sforzo di impadronirmi della sua volontà; peggior dolore poi della sconfitta non potrei incontrare. Finché la sua vita correrà tra queste rocce tumultuosa e feroce, la mia lo seguirà come un'ombra; riesca o non riesca, a costo di trovar la morte, voglio tentare almeno di staccarlo dalle sue abitudini. Non guadagno nulla, ci perdo anzi, mi crederanno un'anima dannata, ma non mi fa nulla, nessuno vorrà persuadersi altresì ch'io sia sua figlia; traverso questi silenzi delle montagne, che importa a me della città?... abbracciami, mamma, da qualche tempo non mi fai più un bacio; cosa ti ho fatto? oggi sento proprio voglia di unire le mie labbra alle tue...

Come da un'anima vile e perversa e da un'altra fiacchissima fossero scaturiti tanto sentimento e tanta fortezza è cosa da dimandarsi alla natura.

Valeria si abbandonò senz'altro al collo della madre, le sue ciglia si curvarono su quel petto che l'aveva nudrito, le sue trecce nere si confusero con quelle della madre; una stilla di pianto parve scorrere da suoi occhi, ma forse era la luna che in quel mentre sprazzando di luce la capanna, faceva luccicare maggiormente i suoi occhi; voleva combattere.

Olivia si alzò senza dir altro che:

– Addio, per ora siamo intese.

Una donna sola correva pei balzi di Capracotta, era notte; e una notte piuttosto scura. Per la via dirupata, forse più adatta alle capre che agli uomini, non si udiva il minimo romore, quando essa giunta al crocicchio di due strade s'accorse di qualche ombra che si moveva ma non poteva ben distinguere. Ebbe un momento di terrore, ma abituata a tutto, il pensiero che la dominava le diè il coraggio di proseguire il cammino.

D'altronde non poteva far diversamente, per recarsi ad Isernia e poi di là a Campobasso, bisognava scendere, da quella parte; era la più breve strada possibile e quell'ombre le venivano incontro, erano due uomini seguiti da un ragazzetto che forse serviva loro di guida; ben lieti di trovare un'anima viva su per que' monti si volgevano appunto a lei per qualche indicazione necessaria ai loro divisamenti.

Quando Olivia li ebbe appressati, e dall'abbigliamento e dal volto e da' loro modi comprese che non c'era nulla a temere, non senza una cert'aria d'esser stata seccata, tirando stretto il pannolino intorno al viso rispose alle loro domande:

– Questa infatti è la strada migliore per giungere a Piedimonte; non possono sbagliare; vanno sempre diritto e arrivati ad un sasso che si alza isolato a guisa di cappelletta voltano a destra.

E senza ascoltare nemmeno i loro ringraziamenti, saltò in mezzo della via ingombrata da molte pietre taglienti e ricominciò rapidamente la discesa.

Noi lasceremo Olivia che ritorna sola in braccio a suoi parenti per seguire i due stranieri i quali importano assai al nostro racconto.

L'uno era perfettamente italiano, anzi lombardo, un bel giovinotto biondo, di carnagione bianchissima, ben fatto della persona, non molto vibrato ne' lineamenti del volto ma di quella bellezza pacata che se non desta grande impressione, risalta per lo meno pe' facili contrasti che può trovare nelle provincie meridionali.

L'altro un buon tedesco, rubicondo nel volto, rosso di capegli, di barba, fino la punta del naso; si sarebbe potuto dire che avesse rossi anche gli occhi se ciò potesse accadere molto comunemente, ma non era eliofobo!

Avevano studiato amendue Archeologia nella città di Lipsia, amendue agiati e presso a poco della stessa età, ventisei anni.

Non innamorati forse dell'arte quanto delle memorie vetuste del popolo Sannito, avevano intrapreso un viaggio di studio da quelle parti, desiderosi di vedere gli avanzi di un'anfiteatro esistente appunto a Piedimonte, e dopo aver toccato Napoli e Pompei che avean già visto, si disponevano a scender giù fino a Taranto le cui dovizie sono sepolte sotto le nuove barocche costruzioni, da poco ammonticchiate nell'angusto spazio di un'isola. Per evitare l'eccessiva caldura essi avevano impreso il loro viaggio la sera, ben pasciuti, forti tutti e due e destri nella fatica, armati di una rivoltella e di un nodoso bastone.

Il cammino era lungo, avevano lasciato Matese al tramonto, dopo aver passato un lungo ponte a molti archi sul Volturno, ed erano giunti a quell'alpestre altura che chiamano lo Scaglione, non pratici abbastanza de' luoghi per quanto avessero seco ottime guide e carte inglesi, tedesche ed italiane, riputarono opportuno di farsi accompagnare per buon tratto, almeno fin dove le continue rientrature dell'Appennino, e i torrenti rendevano mal sicuri i loro passi, promettendo una larga mancia al ragazzo.

Sia dall'oste presso il quale avevamo dormito, da poco lasciato, sia dai carabinieri incontrati il dì prima, essi avevano avuto ottime notizie circa la sicurezza del loro cammino. Dotati poi di quella noncuranza giovanile che o disprezza di colpo o non conosce il pericolo si erano posti in marcia.

Non erano artisti, già lo dicemmo; essi forse non sentivano quel tepore soave dell'Appennino Meridionale, non gustavano i silenzi di quelle rupi sinistre. I grossi alberi che spezzavano davanti a' loro occhi l'estremo rosso del cielo, non ponevano forse nel loro cuore il desiderio di rimaner più a lungo là dove cogli sprazzi di luce fuggiti alle stelle, più larghe si aprivano le sottoposte vallate. Camminavano sempre di ugual passo, evidentemente più preoccupati del loro anfiteatro che non della natura, e invano le fitte boscaglie di Campobasso disegnavano lontano le loro ombre folte e nere, invano le stelle luccicavano sulle loro teste, e le pietre mosse dal piede rotolavano al basso con un romorio insolito che si perdeva come lamentoso per le gole inabitate.

Non avevamo fatto duecento passi dacché s'erano incontrati con Olivia ed uno fra di essi, l'italiano (aveva nome Oreste Sangri) si sentì d'improvviso afferrato per le spalle e buttato a terra in un attimo, senza neanche potersi riavere dallo sbalordimento; l'altro, il tedesco, forte come un bue, alza il suo nodoso bastone, non bada dove va a percuotere e rovescia un colpo strepitoso; di certo ha colpito qualcheduno alla testa, si sente una mano calda – è sangue – e nel medesimo punto – tutto ciò è avvenuto in un secondo – vede nel bujo qualcosa che va stramazzoni con un sordo gemito. Ma due braccia di ferro lo prendono alla vita, gli vien scaricata contro una pistola, egli non parla più, è già disteso freddo per terra.

Si può appena immaginarsi lo spavento di Oreste e la confusione; egli strepita, piange, bestemmia ma lo hanno già legato; la sua forza virile è un'imbelle minaccia contro la brutale ferocia di tre birbanti; bisogna rassegnarsi; è assai fortunato che gli spintoni ricevuti lo hanno trascinato via dal sangue in cui giaceva il compagno carissimo! Non aveva gettato un grido il povero tedesco, e l'altro nel fitto della notte non l'aveva visto cadere, in tanto tafferuglio non poteva supporre nemmeno la sua morte, solo guardava ad ogni passo se se lo vedeva vicino.

Il padre di Valeria avuto sentore dagli spioni che teneva in giro come una muta ad annasare ogni pulviscolo, dei due viaggiatori, si era subito calato per quelle roccie, e coll'aiuto di due arnesi tristi come lui, li aveva assaliti a quel modo che vedemmo.

Che avveniva intanto della povera Valeria? Invano essa aveva tentato di trattenere la madre; il cuore le si schiantava, ma da quell'abbandono sperava trarne profitto persuadendo il fiero brigante a lasciare le vette del Molise, per ritornare se non pentito, quieto in seno ai famigliari di Napoli.

Epperò come tornarvi con le accuse che pesavano sopra di lui? Figurarsi! l'avrebbero preso, legato ben bene, ed essa, figlia innocente, avrebbe con lungo dolore pagato il fio della generosa inesperienza.

La sera antecedente alla tristissima aggressione lo aveva pregato, supplicato a star lontano da que brutti ceffi che frequentavano la casupola; eppure era ignara dell'agguato.

– Senti, – gli diceva la bella fanciulla, – la mia povera mamma se n'è andata...

– Peggio per lei! non la ho mandata via io già! segno che l'aria dei monti le faceva male.

– No, ma tu la maltratti, padre mio, e...

– Io? – rispose con feroce sguardo il masnadiero, raggrinzando la fronte in modo che i lineamenti contratti facevano paura, tantoché la fanciulla stette un momento a guardarlo senza aprir bocca.

– È che lei vuol sempre ciarlare anche quando deve tacere...

– Ma tu mi prometterai di lasciare questo sito; dimmi di sì, tu non farai più male a nessuno.

– Ti ho giurato che non avrei torto un capello a nessuno e manterrò la mia parola.

Valeria si coricò più tranquilla del solito, sperava! la dolcezza istintiva della sua anima prestava agli altri la virtù di cui era bella; nessun sogno venne a turbare il suo riposo, nessun pensiero amaro alterava i suoi lineamenti, solo quello della madre; ed anche questo era addolcito dalla certezza di raggiungerla presto...

L'indomani, supponeva, avrebbe scintillato più ridente; il padre acconsentiva a ricredersi...

Quando però furono le due dopo mezzanotte, un fischio acuto le risuonò all'orecchio ripetuto con un prolungarsi stridente e lugubre nei silenzi della vallata vicina. Balza dal letto colpita da un dubbio terribile, insistente, s'affaccia alla finestra; nulla; la luna frangeva tranquilla la sua luce sulle rupi, e le rupi le riflettevano cignerognole, come attendendo uno sguardo che le contemplasse immote, co' loro scogli taglienti, le loro incurvature, i radi fogliami ricadenti sopra sé stessi, i zampilli lontani ed il protendersi delle ombre che si disegnavano con mirabile precisione sulla superficie scabra del suolo. Null'altro.

Corre all'uscio d'entrata, lo vede aperto, corre alla stanza paterna divisa dalla sua solo per un tramezzo che non toccava neanche il soffitto, non c'era nessuno; tutto sottosopra anzi, e dalla parete rozza non pendevano più il coltello e la pistola che pur troppo! s'era abituata a vederla là. E se l'era detto tante volte che voleva buttarle via; pur l'aveva dimenticato, come pensare a tutto?

Si pose una mano sul cuore perché il respiro che le mancava ne aveva accelerato tanto la palpitazione da farla quasi cadere. Egli era uscito all'insaputa, aveva dunque meditato un altro delitto.

Si trasse a mala pena nella propria cameretta, si buttò traverso al letto, col seno seminudo, i capegli disciolti, quasi forsennata.

Era sola, aveva paura, paura della sua solitudine, paura del delitto paterno che non conosceva, che appena supponeva e che pure pesava come una maledizione sulla sua anima da vergine!

Si coperse come poté, disordinatamente certo, si precipitò fuori della casupola e avrebbe seguitato la sua corsa chi sa fin dove se una mano rude, nerboruta non l'avesse trattenuta alle spalle e una voce roca che si studiava di essere cortese non le avesse gridato:

– Un momento, Valeria, dove vai?

Era Mandore, era lui, il triste compagno del padre, quegli che gli aveva insegnato solo a maneggiare l'archibugio, a far soffrire; quegli che lo aveva trascinato nell'abisso delle sue colpe, prima irresoluto, pauroso, poi freddo, poi ridendo di un riso convulso, aspro, che voleva essere allegro e non rivelava che la lotta, lo sforzo combattuti dentro, e finalmente cinico, brutale. Oh senza di lui che tramava ogni sinistro progetto e lo precorreva con infinito desiderio, avido del bottino pur mascherandosi, senza di lui che lo circondava col solletico della perduta vita passata, e lo affogava nella crapula, nell'ubbriachezza, quell'uomo non avrebbe osato nulla; amava troppo sua figlia; ma Mandore gli stava vicino, lo premeva per così dire addosso, lo incalzava con un ghigno che movea tutte le sue fibre, con uno spintone che poneva in rivolta nella sua anima ignorante tutte le tentazioni o le delusioni sopite.

Le delusioni, sì! perché anche i vili, i crudeli hanno le loro delusioni; le han avute almeno; e tante volte quando proprio non è nel loro organismo, nel loro sangue, il delitto viene di là; l'esempio, il clima, la solitudine, il disprezzo di cui son fatti segno, la coscienza dapprima dubitosa che poi affolla, accavalla, confonde tutte queste cose insieme e ne trae una conseguenza abbominosa ma semplice – la vendetta, ne sono la sorgente.

Per cotesti spiriti non c'è altro; il lavoro? costa troppa fatica e dà poco; la fede? l'hanno perduta da un pezzo; l'affetto? si fanno un obbligo di soffocarlo; il perdono? sarebbe una bassezza. L'incutere spavento, l'incalzare la vittima fuggente con una specie di ebbrezza è il loro scopo; dimandano la libertà che non trovano intorno a sé fruttuosa; l'eguaglianza li soggioga e nel medesimo tempo come una catena di ferro li stringe per tutte le parti.

– Vile! siete voi, – grida rizzandosi fiera della persona Valeria, – voi avete commesso un delitto!

– Ih! come sei furiosa stanotte. Non ho ammazzato nessuno, via, ho dato appena un colpo ad un maledetto tedesco che voleva mandarmi al mondo di là col suo bastone.

– Mostro! – grida la fanciulla, – e mio padre?

– Non ha fatto nulla davvero, non voleva che si toccasse nessuno.

Valeria si mosse forse colla speranza d'incontrarlo.

– Un momento! fermati, ce lo portano qui il nostro tedesco... ferito..., rosso rosso e brutto come...

– Ah!

Era un grido naturale espansivo che usciva dal più profondo del petto. Aveva avuto appena tempo di emetterlo la fanciulla, che un vecchio curvo macero dagli anni e forse dai morbi portava sulle spalle, con una forza però che non si sarebbe potuto supporre in lui, un giovinotto.

Valeria non poteva ancora distinguerlo; certo era il ferito, diversamente non l'avrebbero condotto fin là a quel modo.

Quale fu la meraviglia della ragazza! Perdette d'occhio Mandore o almeno egli se n'era fuggito rabbioso. Il giovane portato a quel modo era biondo anziché rosso, e italiano non tedesco, e non brutto come aveva detto il vigliacco masnadiero. Sul suo volto non vi era che le tracce di una lotta disperata, di un'angoscia profonda, di un avvilimento che non gli permetteva di aprir le labbra e neppure di alzar gli occhi! Ma nessuna ferita, nessuna traccia di sangue.

I due che l'accompagnavano lo buttarono, legato, in un angolo della stanzaccia, poi si posero sulla porta d'ingresso per custodirne l'uscita, gridandogli in tono di comando;

– Se non vorrai farti cavar la pelle dovrai pagare le cinquantamila lire.

Oreste fece un ultimo sforzo per liberarsi, ma salde funi lo allacciavano alle mani ed ai piedi, e troppo forte, troppo dolorosa era la stretta per potersene liberare. Fu forza darsi vinto; accasciato, oppresso dalla fatica, dallo scoramento, girò intorno lo sguardo; fu allora che il suo occhio supplichevole s'incontrò in quello di Valeria dopo aver cercato invano l'amico.

– Sciogliete subito quell'uomo! – Stette per gridare la fanciulla, ma mentre l'animo del poveretto sorrise all'incontro di quella bellezza mirabile, essa ebbe come un baleno nella mente; – se io parlo lo uccido! – e tacque; dopo qualche momento vedendo che i due malnati non abbandonavano il loro posto.

– Allontanatevi pure, lo custodirò io, tanto e tanto voi guardate la rupe.

I due s'allontanarono malcontenti e più soggiogati dal modo col quale aveva pronunciato quelle parole che non dalla persuasione che quella ragazza non si lasciasse sedurre dalle moine del forastiero; epperò non si allontanarono di molto, speravano tutt'al più che le parole di una donna potessero persuaderlo alla grossa taglia.

Oreste non fiatava neppure, a che prò parlare? Si rassegnava quasi alla sua sorte; aveva osato sperare un istante, ma gli era parso atto di debolezza; non poteva concepire quella femminile bellezza, fresca e vigorosa, macchiata di cotanta turpitudine da congiurare contro la sua vita; ma il piglio col quale aveva rivolto la parola ai due, e la loro cieca ubbedienza, e le parole stesse, lo avevano interamente disilluso. Essa è la druda di qualcuno di loro, pensava, da poco conquistata, costretta forse e poscia assuefatta alla barbarie di quella gente selvaggia. Eppure non poteva tralasciare di guardarla! ogni qualvolta essa moveva senz'avvedersi le sue trecce nere, ogniqualvolta gli si offriva il profilo del suo volto bellissimo, gli pareva malgrado suo di leggere in quella pienezza di vita una dignità insolita e non ancor doma.

Ogni speranza era però perduta per lui, essa non gli aveva ancor rivolta una sillaba, non l'aveva neppur guardato dopo ch'era entrato; bisognava rassegnarsi alla taglia ed era il meno; appartenente a ricca famiglia, il sacrificio non gli sarebbe riuscito tanto amaro, era già molto che lo potesse subire senza conseguenze, ma gli avrebbero risparmiata la vita? e la famiglia non si sarebbe tanto spaventata del caso, da morirne?

A questo pensò subito, avrebbe scritto ad un amico suo intimissimo, raccomandandogli il segreto; ma si sarebbe poi saputo su pei giornali, e il compagno di viaggio, il buon tedesco dov'era? non ardiva interrogare nessuno, per di più Valeria era passata nell'altra stanza.

Si strascinò carponi due passi, ma le membra erano orribilmente indolenzite e gli rifiutavano il loro ufficio. Quando fosse tornata era però deciso d'interrogarla a qualunque costo.

Rientrò infatti Valeria, aveva il viso rosso e gli occhi lucenti come di lagrime. Prima credette d'ingannarsi, poi suppose che qualcuno di quei furfanti l'avesse percossa, oltraggiata e a ciò era indotto dal ricordarsi come di singhiozzi affannosi uditi non lontano.

E il padre della fanciulla? Il masnadiero si trovava in una di quelle lotte terribili che non lasciano, per così dire, via d'uscita. Aveva ceduto all'istinto e non sentiva adesso il coraggio di presentarsi alla figlia. Correva su e giù pel sentieruolo che menava alla sua casupola, attraversava que' campi, incolti, ineguali, sassosi, marginati da alti cespugli e da frane più alte ancora, ma non si risolveva mai neppure ad avvicinarsi a quella capanna; finalmente decise di tornarvi a sera. La quiete che sarebbe regnata d'intorno, l'ansia nella figlia di rivederlo, avrebbero forse un po' mutato le sue condizioni, si sarebbe sentito più sicuro di sé; era in lui, proprio lui che aveva dato non il bastone ma il calcio del fucile sulla testa al povero tedesco freddandolo; e comunque si sforzasse d'allontanarne l'immagine, come Machbet si vedeva sempre d'innanzi quell'ombra nera ch'aveva nell'acciecamento visto cader per terra; il volto dello straniero l'aveva appena guardato eppure adesso gli era fisso nella mente, come un chiodo e ne correva col pensiero i lineamenti, ne contava i tremiti, ne misurava il pallore; voleva respingerlo, voleva deriderlo, ma esso tornava più spiccato, chiazzato di sangue, cogli occhi che rotava in preda ad una convulsione spaventosa, e provava uno scoramento quale nella sua bieca vita non aveva mai provato.

Egli non sapeva, non poteva neanche supporre che il compagno fosse stato legato e condotto nel suo tugurio: dopo il colpo aveva abbandonato i suoi seguaci, perfino dimenticato il bottino.

– Buona ragazza, – osò Oreste, quando vide rientrare la fanciulla, – non vi rincrescerebbe darmi un bicchier d'acqua? muojo dalla sete.

Valeria, senza voltarsi, tolse dal muro ove stava appesa ad un chiodo una tazza a manico di latta, la immerse in una secchia, e ripiena fino agli orli d'acqua abbastanza limpida la portò ella stessa alle labbra del povero prigioniero; egli alzò gli occhi azzurri e lucenti sul volto bruno della fanciulla, ed essa per la prima volta guardò intensamente il prigione; era giovane, era bello! Una pietà ardente si rinvigorì nella sua anima, già desta prima dal tono col quale il poveretto aveva chiesto il suo aiuto; sentì battere il cuore, non aveva mai amato nessuno. Oh se quel giovane nutrisse amore per lei, potesse amarlo almeno! ma un moto istintivo la fece voltar indietro; un'ombra scura si era disegnata fuori della capanna, Mandore non si fidava punto di lei, aveva gettato dentro un'occhiata.

La fanciulla così sorpresa non poté parlare, e Oreste visto che non aveva risposto nulla si persuase che anche lei era della congiura, però chiese di bel nuovo, scoppiando finalmente l'ira repressa:

– Fino a quando mi terrete quì malconcio in questo modo; ammazzatemi piuttosto, cani dell'inferno.

– Fino a quando ci piacerà, – rispose Valeria con sgarbo – e non fate il piagnucoloso se non volete buscarvi di peggio.

Come! essa così bella, così aggraziata della persona e del viso, parlava in tal modo? Oreste ebbe un nuovo dolore e più forte, quello d'essersi completamente ingannato sul di lei conto, perché aveva sperato fino all'ultimo.

Dopo il breve dialogo non vide più infatti la fanciulla; quasi ne era contento eppure sentiva un acre bisogno di rivederla.

Solo quando poté supporre dal calore immenso che calava dal tetto bassissimo che poteva essere mezzodì, la vide tornare trafelata, col sudore che rigava le gote infuocate; al solo guardarla provò una forte stretta al cuore; il suo volto era stravolto, volgeva gli occhi verso di lui in un certo modo! in quel sospiro affannoso che sollevava il suo petto coperto malamente da una bianca camicia e compresso invano nelle cinghie del corsetto, c'era o scorgeva una forza generosa che non poteva nascondere, che egli aveva indovinato, che si apriva una via malgrado gli sgarbi e il volere forse!

La fanciulla si gettò d'un tratto sul prigioniero tagliò di volo con un coltello le funi; e:

– Fuggite, – gli disse, – non perdete un minuto, uscito dalla capanna prendete il bosco a destra, i soldati vengono in vostro ajuto.

– Voi? – gridò Oreste stupito, confuso, come pazzo, – voi dunque...

– Non una parola, fuggite.

– Fuggire io? adesso che tu mi liberi! oh no non è possibile, tu verrai con me, io ti...

– Dio mio! cosa volete farne di una povera fanciulla da briganti...

– Oh no, io ti devo la vita, vieni con me?

– No, – gridava la fanciulla lottando, che Oreste si sforzava trascinarla dalla capanna.

Era riuscito a trarla fino sulla soglia, il sole del mezzogiorno come una fiamma, attraversando due filari d'alberi, venne a batter negli occhi al giovane.

– Lasciami per pietà, – urla nuovamente Valeria.

– Oh questo mai! – e mentre Oreste si trasse istintivamente indietro per ripararsi da quella luce infuocata, e l'altra sporse il capo per accertarsi se veniva qualcuno, una palla colpì Valeria nel mezzo della fronte; non disse che queste parole:

– Ahi! t'avrei amato tanto! – Era morta.

– Maledetti! – urlò Oreste con quanta voce aveva in petto, annichilito dal dolore, ma non udì che un colpo di pistola e questo grido:

– Dio mio! ho ucciso mia figlia.

Poi vide un uomo carponi a terra come cercando qualcosa, il quale con un fiotto di sangue esalava la vita.


Emilio Penci

Note critiche

Di Emilio Penci, «professore di belle lettere», non vi sono informazioni biografiche se non quelle desumibili dall'epigrafe pubblica che recita: «Come al greco poeta consolino a te il sepolcro l'edera e la rosa o gentile spirito che quaggiù fosti Emilio Penci tanto studiosamente vissuto i tuoi poveri XXXIII anni ad amare a insegnare a diffondere il bello ed il vero che pur tornando al Signore a mezzo il maggio del MDCCCLXXXIII non a te no ma al tuo Foscolo invocavi gli onori del monumento». L'epitaffio ci consegna scarne informazioni, tra cui quella della grande ammirazione di Penci per Ugo Foscolo (1778-1827), riscontrabile nella sua opera poetica. Ma per quanto concerne il racconto che ho presentato, esso va invece collocato in una corrente letteraria allora molto viva e che forse nemmeno possiede un nome ufficiale, a metà tra il gusto verista e il simbolismo decadentista, uno stile in tutto prescapigliato che è possibile assaporare nei coevi Camillo Boito (1836-1914), Luigi Capuana (1839-1915) e Carlo Dossi (1849-1910) - suo «compagno della Società del pensiero» - ma anche nel precursore Heinrich von Kleist (1777-1811), poeta e scrittore tedesco.

Con riferimento alla prima dimensione della mia critica, dirò che la storia è quella di una ragazza dal cuore d'oro, figlia illegittima di Silvano - un brigante di Campobasso responsabile di furti, omicidi e pure di un'evasione - e d'una povera trentenne di Capracotta, Olivia Danzi, detta "la Belloccia". La loro vita domestica è caratterizzata dalle violenze di Silvano - tanto che «ho sopportato la sete, la fame, il freddo, le percosse» - e dall'amore incondizionato di quest'ultimo per la figlia Valeria, l'unica persona in grado di tenere a freno gli eccessi criminali del padre. Stanca del clima familiare, Olivia decide di abbandonare il focolare domestico, tentando invano di convincere la figlia a fuggire con lei, che invece è pronta a dar la vita pur di riportare il papà sulla retta via.

Di notte, mentre Olivia è sulla strada del ritorno che la riporterà a Campobasso, incontra due turisti che «avevano intrapreso un viaggio di studio da quelle parti» ed indica loro la strada per Piedimonte Matese. La signora Danzi esce dunque di scena in favore di questi due ragazzi, uno tedesco e l'altro lombardo, che si chiama Oreste Sangri. Proprio in quell'istante i due appassionati di archeologia vengono assaliti da un trio brigantesco capitanato da Silvano, tanto che il tedesco viene ucciso dal padre di Valeria (e subito se ne fugge) mentre Oreste viene picchiato brutalmente; a fini di ricatto questi viene trasportato nel covo, dove Valeria, accortasi dell'assenza del padre, lo attende speranzosa in preda a un cupo presentimento.

Tra Valeria e Oreste scocca immediatamente la scintilla dell'amore anche se, a causa di alcuni equivoci dovuti alla fragile situazione del sequestrato e alla cattiveria di Mandore, braccio destro di Silvano, il giovane non crede inizialmente alla bontà d'animo della nostra protagonista fino a che, persuasosi dell'amore corrisposto e in procinto d'esser liberato per fuggire assieme alla ragazza, il bruto Silvano, appena sopraggiunto, non lascia partire un proiettile che accidentalmente colpisce a morte Valeria, la figlia adorata. A quel punto, il bravo si toglie la vita. Nel racconto di Emilio Penci vi sono tutti gli ingredienti della storia d'amore e d'avventura, come non manca l'elemento tragico che in un attimo distrugge ogni buon proposito, annichilendo il lettore, che certamente parteggiava per quell'amore innocente nato di notte e morto prima dell'alba.

Abbandonando la costruzione della trama, mi preme sottolineare alcune caratteristiche linguistiche. La prima sta nell'ipercorrettismo sull'elisione dell'articolo indeterminativo maschile di «un'urtone» e «un'anfiteatro», segnati dal Penci con l'apostrofo. La seconda nota - stavolta positiva - sta nell'uso di parole obsolete ma fortemente evocative, da cui sono derivate parole meno poetiche e più comuni: mi riferisco a «mobiglio» (= mobilio, in capr. muóbbele) e ancor più a «capegli» (= capelli, in capr. capìglie).

Per quanto riguarda la terza dimensione, quella antropogeografica, nel racconto traspaiono diversi elementi che mi consentono di stabilire dove si svolga effettivamente la vicenda. Silvano conduce un'infanzia selvatica a Campobasso e, quando a vent'anni prende parte a una banda criminale, giunge a toccare «tratto tratto la provincia di Lecce». Accanto a lui, da dieci anni, c'è la capracottese Olivia Danzi. Trentenne, infatti, egli viene acciuffato dalla polizia e sbattuto in galera, da dove evade dopo aver ucciso un secondino: il luogo nel quale la sua banda si ritrova è ora «nelle vicinanze d'Aquila», probabilmente Capracotta, dato che quando la donna, di lì a poco, lascia il compagno, sta «pei balzi di Capracotta». La figlia Valeria, poi, cerca più volte di convincere il padre «persuadendo il fiero brigante a lasciare le vette del Molise», il che mi convince che vivessero a Capracotta, giacché è uno dei comuni più alti d'Italia.

A maggior ragione, Olivia afferma chiaramente che «voglio tornare a casa mia», ma la casa di cui parla stavolta non è Capracotta bensì Campobasso, probabilmente la città in cui viveva con Silvano quando la vita di coppia era più sopportabile, magari prima dell'omicidio del carceriere. Non a caso, «per recarsi ad Isernia e poi di là a Campobasso» - dov'ella incontra i giovani turisti ai quali indica la strada per Piedimonte - lo scrittore afferma che «bisognava scendere». Nel percorso tra Capracotta e Campobasso la donna s'imbatte (forse proprio a Isernia) nei giovani «a quell'alpestre altura che chiamano lo Scaglione» ma qui, onestamente, non sono riuscito a ravvisare alcun monte o località con questo nome. Percorsi «duecento passi», i ragazzi stanno ora ne «le fitte boscaglie di Campobasso» dove vengono infine assaliti dalla banda di Silvano.

Queste congetture geografiche sono obbligatorie per dar forza alla mia teoria secondo cui "Valeria", scritta da Emilio Penci sul finire dell'800, è per buona parte ambientata a Capracotta. Qualora la mia ipotesi non fosse corretta e la scenografia della novella fosse invece il Matese - celeberrimo per i banditi che vi trovavano rifugio - ciò significherebbe che il Penci si è preso alcune licenze geografiche o ha confuso luoghi che forse non conosceva per esperienza diretta.

Resta in piedi soltanto un interrogativo: il nome della madre della protagonista, Olivia Danzi, è un nome capracottese? È possibile che questa signora sia realmente esistita? Per rispondere al quesito ho verificato la presenza di una famiglia Danzi sui registri anagrafici, parrocchiali e cimiteriali ma l'indagine ha dato esito negativo.


Francesco Mendozzi

Fonte: F. Mendozzi, Quattro novelle per l'Alto Molise, Youcanprint, Lecce 2018.

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