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Vattene gennaio! Fuori marzo!



Oltre un secolo fa, Oreste Conti segnalò una tradizione della sera dell’ultimo giorno di gennaio. Questa la sua descrizione: a Capracotta «una schiera di giovani, seguita da monelli, percorre il borgo, agitando de' grossi campanacci e gridando a squarciagola: "Vàttene, iennàre, iennaróne, sfascia cuatenàre e cascióne"»; vale a dire: "Vattene, gennaio, gennaione, sfascia soffitta e cassone".

Era un modo per "scacciare" il mese di gennaio, il più rigido e ostile dell'anno; era una iniziale tappa di superamento dell'inverno e di avvicinamento alla primavera. «Gennaio – scrisse Conti – è un mese freddo dappertutto, ma per Capracotta è addirittura spaventoso. Bisogna aver vissuto un pochino lassù di quei giorni per poterne avere un'idea! Fiocca a tutte l'ore e i giorni si succedono uniformi, monotoni, non differenti l'uno dall'altro che per il segno che ne dà il lunario. La neve, alta parecchi metri, impedisce la comunicazione tra casa e casa e, se non fosse per il tenue filo telegrafico, si perderebbe ogni comunicazione coi viventi. A volte, nel cuore del verno, le provviste sono esaurite ed allora cominciano le dolenti note. È ben per questo che da noi si aspetta la fine di gennaio con indicibile ansia».

Analogamente a quanto documentato da Conti, in un racconto dell'"Otello rusticano" di Enrico Melillo venne ricordato un arcaico rito di passaggio stagionale che si realizzava per "dare il benvenuto" al mese di marzo: «Era l'ultimo giorno di febbraio: una quantità di giovani, monelli, uomini d'ogni età giravano per il villaggio, suonando continuamente campane boscherecce, in mezzo a un diavolìo da forsennati. Si gridava a squarciagola "Fuori marzo! Fuori marzo!"». Nel racconto (probabilmente ambientato a Ururi), l'autore aggiunse: «marzo si disponeva a venire senza apportar disgrazie, e si annunziava, a dir dei più vecchi, co' migliori auspici. I pastori n'eran contenti e si congratulavano scambievolmente del risultato che s'andrebbe ad ottenere di certo col chiasso degli ultimi di febbraio». A metà dello scorso secolo, Alberto Maria Cirese annotò come Melillo, alcuni anni prima di pubblicare l'"Otello rusticano", avesse già menzionato l'usanza di «cacciare il marzo» in un articolo intitolato "Costumanze molisane", apparso nel periodico "Il Pensiero Sannita" e poi ristampanto ne "La Nuova Provincia di Molise".

Il fuori marzo è stato, per lungo tempo, un momento celebrativo di fine anno, una sorta di San Silvestro arcaico, un rito di passaggio e di propiziazione attraverso il quale si abbandonava una stagione morente (inverno) per annunciarne una nascente (primavera). Difatti, in epoca precristiana, Mars era il mese intitolato al dio Marte, il mese d'esordio del calendario romano, con evidenti riferimenti ai culti della natura, poiché Mamerte, agli inizi, non era venerato come dio della guerra bensì come personificazione italica del principio generatore, del sole vivificante; era la manifestazione della rinascita primaverile.

I riti di «fine gennaio» e «fine febbraio», descritti da Conti e Melillo, mostravano gli stessi significati di altre usanze presenti nelle culture di vari popoli. Con gli assordanti rumori delle grosse campane boscherecce del vàttene, iennàre, si voleva allontanare ogni forza negativa e sconfiggere l'oscurità invernale. Il grido fuori marzo era un magico sistema d'esortazione che intendeva propiziare, dandogli il "benvenuto", un nuovo e migliore ciclo stagionale.


Mauro Gioielli

 

Fonte: M. Gioielli, Vattene gennaio! Fuori marzo!, in «Il Quotidiano del Molise», Campobasso, 12 gennaio 2016.

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