1985, l'ultimo anno di produzione della mozzarella Carugno
- Letteratura Capracottese
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La storia del nostro territorio passando per un'unica famiglia attraverso il loro inconfondibile prodotto: la mozzarella.
È scomparsa da quasi 40 anni dalla nostra tavola, ma nessuno ha rimosso dai suoi ricordi la mozzarella Carugno. Dietro quel marchio blu (mozzarella) e rosso (burro) c'era la storia di un'area geografica di un'intera comunità. Quel bocconcino incartato è stato un segno d'appartenenza, un distintivo che la famiglia Carugno, senza volerlo, ha etichettato su ognuno di noi, oltre al gusto ed al sapore.
Un laboratorio piccolo a conduzione familiare a Castelliri dove si poteva vedere da vicino come nascevano le mozzarelle, il burro, la ricotta. La curiosità di un bambino che osserva le mani del maestro casaro mentre da forma e vita alla sua mozzarella, questo è il ricordo più vivo nella mente di ognuno di noi, perché dai Carugno almeno una volta, portati per mano dalla mamma o dal papà, c'eravamo andati tutti, quasi una tappa obbligata nella crescita e nella conoscenza.
La chiusura del caseificio di Castelliri risale al 1985, sembra ieri, verrebbe da dire, ma quello che ha scritto e raccontato la mozzarella Carugno da Castelliri a Frosinone, passando per la Marsica, va oltre un ricordo romantico. Era l'Italia delle cose semplici, dove il latte lo portavi a mano con il carretto al caseificio e diventava formaggio, mozzarella. Non c'erano strade, non c'erano mezzi di trasporto veloci, non c'erano corrieri ultra moderni, c'erano mucche, cavalli ed asini per spostarsi da un paese all'altro.
Questa storia parte dal Molise, da Capracotta in provincia di Isernia, alla fine della Prima guerra mondiale. Antonio Carugno sposa Teresa Antenucci e dalla loro unione nascono 8 figli (Lina 1924, Luigi 1927, Amerina 1929, Emanuele 1931, Mario e Maria gemelli 1935, Adolfo 1938, Giulio 1942). Papà Antonio è un casaro, vive lavorando il latte e vendendo i loro prodotti. La famiglia è itinerante, si sposta spesso per la vendita tra Abruzzo (Tagliacozzo, Avezzano, Sgurcola Marsicana) e Molise (Spinete e Capracotta). Subito dopo la guerra Capracotta era stata bombardata e la loro casa non era più agibile, la famiglia si trasferisce a Frosinone, poi a Castelliri, dove si stabiliranno.
In via San Rocco, proprio all'ingresso del piccolo paese ciociaro, aprono il laboratorio. Papà Antonio insegna a tutti i suoi figli come lavorare il latte. All'inizio solo 20 litri al giorno, quanto basta per sfamare la famiglia. Alla fine degli anni '50 aprono il laboratorio in via Muraglione, dove resteranno sino al giorno di chiusura nel 1985: «Il latte arrivava dalle campagne circostanti – raccontano Tonino e Franco, figli di Emanuele che, con il fratello Luigi, porterà avanti il caseificio all'indomani della dipartita di papà Antonio – da Veroli, Scifelli e le campagne di Isola e Castelliri. L'estate trasformavamo anche 1.000 litri di latte al giorno, dipendeva dai periodi, il nostro era un prodotto interamente artigianale, fatto a mano».

Tutta la famiglia lavorava, chi manualmente (mozzarelle, ricotta e burro) e chi andava nei negozi a vendere il prodotto finito. Restava tutto in famiglia, ma perché avete chiuso: «Nostro padre Emanuele – raccontano i figli – non accettò le imposizioni di dover lavorare con le macchine, che dalla bollitura del latte, attraverso degli stampi creavano la mozzarella. Lui le faceva a mano, non conosceva altri modi e poi negli anni la fornitura del latte era diventato un problema. Molti allevatori non c'erano più in zona, cercali lontano da qui significava aumentare i costi di produzione per un prodotto che restava povero, alla portata di tutti. Tutti abbiamo perso nella chiusura, è stata comunque una decisione sofferta, ma la storia è andata così non si può tornare indietro».
Gianpiero Pizzuti
Fonte: https://www.facebook.com/, 15 agosto 2025.


