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Amore e gelosia (XXXVII)



XXXVII

Alle tre e mezza del pomeriggio del giorno dopo, Elisa si presentò puntuale alla chiesa del Corpo di Cristo per tenere la lezione di catechismo ai fanciulli che dovevano fare la prima comunione.

A quei tempi eravamo in piena età rurale: l'influenza dei preti e della religione sulla società era davvero notevole e buona parte del tempo libero della gente, in specie delle donne, orbitava attorno alle chiese e alle iniziative che il clero promuoveva per mantenere saldo il Cristianesimo nel cuore delle masse.

La vita era scandita dai ritmi e dai riti della religione cattolica: mettersi fuori di essa voleva dire l'ostracismo totale. Tutta la comunità ti additava e ti scacciava, finché come pecorella smarrita non si tornava all'ovile a chiedere perdono per essere riammesso a far parte della società benpensante.

Quando un prete chiedeva in nome della religione, si poteva solo ubbidire, docilmente: e così ora stava facendo Elisa. Avrebbe voluto trascorrere quel pomeriggio in compagnia delle sue amiche ma niente da fare: la chiesa aveva bisogno di lei? Lei andava!

Entrò e fu stupita dal silenzio che l'avvolse: normalmente i fanciulli e le fanciulle tanto quieti non stavano, i loro trilli risuonavano dappertutto rimbalzando per le navate, e ci voleva il bello e il buono per tenerli calmi e far seguire loro la lezione di catechesi.

"Staranno in sagrestia, a mangiucchiare qualcosa" pensò Elisa, e si diresse nel retro dell'altare per andare a vedere.

Entrò e ancora il silenzio permeava le stanze della sagrestia, avvolta nella penombra. Solo una luce in fondo era accesa e illuminava con chiarore vacillante l'ultima stanza. Ormai era chiaro che i ragazzi non c'erano, ma tanto valeva andare a vedere fino in fondo. Avanzò ancora e con una mano scostò un tendaggio che separava quell'ambiente dagli altri: seduto alla scrivania v'era don Alessandro il prete che stava scrivendo alla fioca luce di un candelabro con cinque candele.

– Don Alessandro, ie songhe venute ma addo' stanne 'e uagliune?

Il prete alzò la testa: aveva uno strano sorriso sulle labbra:

– Niente catechismo oggi, cara Elisa... Oggi dobbiamo rimediare a uno sbaglio e fare un'opera buona... Vuoi aiutarmi?

Elisa fu incuriosita: di che si trattava?

– E come no, don Alessandro! Che cosa devo fare?

Da dietro una voce che lei conosceva fin nelle fibre più intime di sé, intervenne:

– Nun ie fa niente, amore mio... Mi devi solo perdonare e avimme fa' pace!

Salvatore! Era il suo uomo che aveva parlato! Salvatore che era entrato in una chiesa e l'aveva aspettata, lui che vedeva i preti come il fumo negli occhi!

L'istinto la spinse a girarsi di scatto e buttarsi nelle sue braccia, ma la ragione la fermò un attimo prima; si girò lentamente e:

– Ah, sei tu... Sei venuto a Nocera... Perché? Devi dirmi qualcosa? Pensavo ti fossi dimenticato della mia esistenza, sono passati quasi venti giorni e...

Il poeta le pose una mano sulla bocca:

– No! Sono passati 19 giorni, 18 ore e – guardò l'orologio appeso al muro – e 15 minuti... E non c'è stato un secondo che io non ti abbia pensato, amore mio...

La giovane vacillò, stava quasi per cadere, tanto le ginocchia non la sorreggevano.

– Hai tenuto il conto... Bene... E non hai pensato che per qualcuno tutto questo tempo poteva essere più lungo di diciotto anni? – Una lacrima le calò per una gote, la strofinò via con rabbia e continuò – Ora ti presenti qui e col dono che il Signore ti ha concesso, mi parli col miele in bocca! Grazie, Salvatore, ma sono solo parole, non mi servono!

Così dicendo voltò le spalle e col busto eretto, l'orgoglio che la sorreggeva se ne andò, uscì dalla sagrestia, poi dalla chiesa e la piazza deserta l'avvolse nel suo cammino precipitoso verso casa, col cuore che voleva scoppiarle in petto...


Francesco Caso



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