Appiccia la ciummnera!
- Letteratura Capracottese
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Figliòla ca te jeàlze la matina,
te piglie la palétta e vieà pe fuóche,
e vieà alla casa dell'annamuràte,
prima te dà nu vàse e può ru fuóche.
Se s'addóna mamma de su vase,
di' ch'è ŝtata la scieàmma de ru fuóche.
Se t'addumànna cummuó tu sié tardàte,
di' ca ru fuóche 'ndèrra t'è cadute.
[Nenia che una giovanissima m.ª Antonietta Beniamino insegnò ad uno scolaretto di 5ª elementare]
Ab assuetis non fit passio (Alle cose consuete non si presta attenzione). Dopo una lunga o brevissima assenza, il tornare a casa era suggellato da una frase quasi rituale: «Uaglió, appiccia la ciummnèra!» (Figliolo, accendi il fuoco). Un gesto semplice, un oggetto, il fuoco, più che banale e che invece, a pensarci bene, nasconde un significato che unisce un passato più che remoto alla vita quotidiana. Una tradizione strettamente legata alla storia ci parla dalla fiamma che piano piano avvolge il castello di legna composto sugli alari o sulla nostra arcaica e quasi venerata pietra del focolare.
La scoperta del fuoco risale secondo i paleontologi ad un periodo compreso tra i 2,4 e i 1,4 milioni di anni ante l'era attuale, sebbene le tracce di focolari veri e propri risalgano circa a 400.000 anni fa. Si ritiene che siano stati l'Homo neanderthalensis e l'Homo sapiens a gestire un uso sistematico e controllato del fuoco con tutti i vantaggi derivati: luce e calore, protezione dagli animali, cottura dei cibi, cottura dell'argilla, metallurgia. I reperti più antichi ci vengono dall'Africa tramite argille, datate a 1,4 milioni di anni, testimonianti trattamenti a temperature di almeno 400° C. Tracce in Israele attestano la macellazione e la cottura delle carni in prossimità del focolare circa 300.000 anni a.C., ma ossa calcinate dal fuoco sono state scoperte in Cina e fatte risalire ad un periodo compreso tra 1,5 milioni di anni fino a 500.000 anni fa. In Europa, il sito più antico di focolari è stato localizzato nel Suffolk e risalente al paleolitico, insieme alla presenza di selci lavorate che ne consentivano l'accensione e che tramite il surriscaldamento potevano essere trattate più agevolmente. Sarebbe interessante scoprire se la scoperta fu autonoma per le varie civiltà o se l'uso del fuoco subisse una diffusione da un nucleo umano di partenza.
Nonostante alcuni umoristi suggeriscano che il progresso dovette necessariamente cominciare quando la donna primitiva pretese dall'uomo primitivo una pelliccia da indossare nelle grandi occasioni e delle pelli di animale per decorare la caverna, l'evoluzione fisica umana prese maggiore e inarrestabile impulso proprio con la domesticazione del fuoco: la semplice cottura dei cibi li rendeva più digeribili con meno spesa di energia endogena, uccidendo poi i parassiti che albergavano nelle carni e abbattendo le cariche batteriche patogene, mentre nei vegetali il calore neutralizzava sostanze che, a crudo, risultavano tossiche o quantomeno inadatte all’alimentazione umana.
Ricordo un libro che mi appassionò da bambino, dove, tra tutte le storie idealmente ambientate all'età della pietra, una in particolare raccontava di un vecchio cacciatore emarginato causa l'età avanzata dalla tribù che assaggiando una sostanza bianca rimasta da una pozza di acqua marina evaporata la volle provare sulla carne cruda. Ma quella sera accanto al fuoco le sue mani tremule fecero cadere il pezzo di carne nel fuoco. L'orgoglio di vecchio cacciatore gli fece rifiutare la pietosa offerta di un pezzo di carne nuovo e raccolto dalle braci quello caduto lo cosparse di quella polvere rimanendo colpito dal buon sapore. La tribù assaggiata la pietanza applaudì entusiasta e si rese conto dell'importanza della saggezza che spesso adornava l'età avanzata. La scoperta della cottura della carne e del suo condimento con il sale: chissà se forse è andata proprio così.
Ma il fuoco assunse anche una profonda valenza simbolica (...e ti pareva che non ci mettevo in mezzo i simboli?).
Nell'antico Egitto il fuoco fu associato alla divinità solare Rā e simbolo di purificazione e protezione dal male. Assimilato alla figura del babbuino, altra rappresentazione di Thot, dio del sapere, «le cui labbra sono fuoco», posto a guardia degli inferi e «del lago di fuoco». I sacerdoti, nei templi, erano custodi del fuoco sacro che ardeva davanti la statua del dio, ma anche scienziati. Ricordo che la terra fertile era chiamata Al-Khemi (o Khemet), in contrapposizione a Deshert (o Deshret), il deserto. Dall'Al-Khemi viene fatta derivare, secondo alcuni, la parola "alchimia", nella quale la trasmutazione della materia e il percorso dell'iniziato, avvengono proprio tramite il fuoco per raggiungere la rubedo.
La sacralità del fuoco pervade anche l'antica Grecia: Prometeo ruba il fuoco a Zeus per donarlo all'umanità e per questo ne viene severamente punito. Era il centro di ogni famiglia. Le colonie in costruzione venivano consacrate portando il fuoco che ardeva nell'Acropoli della città madre: una continuità simbolica, spirituale e religiosa. Simbolo di passaggio dall’età ferina al mondo civilizzato. Ancora oggi, il fuoco, acceso per opera dei raggi solari ad Olimpia, viene portato dai tedofori fino alla sede delle gare per far ardere la grande fiamma olimpica.
Israele, la cui spiritualità viene fatta derivare dall'antico Egitto, considerò il fuoco elemento di purificazione e di presenza del Divino. Fu la presenza di Yahweh nel roveto ardente a parlare a Mosè, e la colonna di fuoco in cui Yahweh risiedeva a guidare l'Esodo. Il fuoco consumava il sacrificio e il primo fuoco sacrificale era disceso dal cielo (Lev 9:24). Davanti al tabernacolo il fuoco doveva restare sempre acceso (Lev 6:18-13) ad indicare la presenza di Yahweh oltre all'amore e la fedeltà del suo popolo. Così anche nel tempio di Gerusalemme la fiamma ardeva perenne sulla Menorah davanti al Sancta Sanctorum (Es 27:20-21).
Giovanni il Battista ne ribadirà la sacralità: «Io vi battezzo con acqua ma [...] Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco» (Mt 3:11-13). Aggiungo che la discesa dello Spirito santo è rappresentata iconograficamente dalla discesa del fuoco e che nell’ebraico antico la parola "Spirito Santo" (Ruah) è di genere femminile.
Nella Roma antica le vestali custodivano il fuoco sacro perennemente acceso, la morte era la pena prevista in caso di spegnimento. Vita e cuore della città rimase sempre acceso fino al 391 d.C. quando Teodosio ne ordinò lo spegnimento per rispetto del culto cristiano. Hesta (o Vesta) era la silenziosa divinità che, legata al focolare e presente costantemente tra le fiamme, proteggeva la famiglia. Ne "Il grillo del focolare" di Charles Dickens, un grillo (sicuramente richiamo allegorico a tale divinità) vive sul camino della famiglia Peerybingles, focolare attorno al quale ruota gran parte del racconto e, possedendo la facoltà della parola, dà consigli al capofamiglia. L'interdictio aqua et ignis (interdizione da acqua e fuoco) era la formula legale che sanciva l'esilio da Roma con la perdita della relativa cittadinanza.
Stesse considerazioni possiamo desumere per i popoli del Nord dove il fuoco prende parte alla mitologia personificando il dio Loki e richiama le storie del Regno del Fuoco (Muspelheim). I sacrifici ad esso associati si svolgevano in estate ed inverno in onore delle divinità, per propiziare la fortuna, il benessere del bestiame e come segno di rinascita. Il "fuoco di emergenza" (Notfeuer), acceso per sfregamento, aveva significato di protezione fisica e allegorica. L'aurora boreale era la materializzazione del mito della volpe di fuoco che correva sulla neve.
Il medioevo continuò la tradizione del focolare come centro della famiglia che, se nobile o possidente, poneva sul camino lo stemma. Più tardivamente il censimento della popolazione venne affidato alla conta dei fuochi ed usato per l'applicazione delle imposte.
La presenza del Cristo vivente nel tabernacolo, sotto forma del pane transustanziato, venne ad essere indicata, nelle chiese cattoliche, tramite la fiamma ardente esclusivamente da olio o cera e con autonomia di almeno sette giorni posta accanto al sacrario e racchiusa in vetro rosso, a ricordo del sangue da Egli versato, ne consente una immediata localizzazione.
Costante quindi la sequenza luce-calore-protezione-purificazione-presenza del sacro. Così la fiamma che si sprigiona dalla granata, stemma dell'Arma dei Carabinieri, ereditata dalle uniformi napoleoniche. Fiamma che con le sue tredici punte indica fedeltà, ardore, disciplina e prontezza all'azione. Il fuoco arde nei due braceri posti accanto al milite ignoto, perenne tributo della nazione ai caduti per la Patria. E il fuoco è presente anche davanti alle tombe nei cimiteri come segno di amore e ricordo. Ricordo che le inumazioni preistoriche spesso praticate intorno alla sede del fuoco erano profonda convinzione del legame tra i vivi e i morti garantito dal focolare.
Il tizzone che si conservava sotto la cenere durante la notte, e che consentiva di riaccendere il fuoco al mattino, era metafora della vita che si rinnovava e, inviato alle famiglie che ne erano rimaste sprovviste, segno di solidarietà e vicinanza.
Il fuoco che bruciava sotto il cuttùre sempre pronto a fornire acqua calda era anche convivialità, perno della vita familiare, legame tra passato e presente poichè testimone delle storie che i nonni raccontavano la sera. Un baricentro affettivo la cui pietra, connessione tra terra e tradizione familiare, significava augurio e prosperità ed era associata all'angelo del focolare, figura rigorosamente femminile (ecco il femminile che ritorna), e che, rappresentata da un sasso, veniva donata tra famiglie nelle festività del Natale.
Il fuoco era cuore dell'accampamento nelle notti della transumanza, come oggi è "maestro delle feste" di Ferragosto o delle sagre quali la nostra Pezzata. «Ai piedi del Campo, con l’arrosto, si canta» recita un bassorilievo scolpito da Olindo Paglione (1912-2000) su un barbecue di pietra all'aperto.
Curiosamente, durante l'emigrazione della seconda metà del secolo passato, negli appartamenti cittadini il camino tende a scomparire quale elemento architettonico: molto probabilmente viene ritenuto un retaggio di povertà o di origini paesane di cui vergognarsi, più o meno com'era "disonorevole" mantenere e parlare il dialetto.
Il fuoco, mio compagno silenzioso nella preparazione di molti esami universitari e studio di tante partiture, ha visto giocare e crescere i miei figli e, per me, col suo fascino ipnotico, custode dello spirito di chi mi ha preceduto tra quelle mura. Silenzio interrotto da qualche scoppiettio e dal brusco rumore della fiamma che soffia violenta alimentata da sacche di gas presenti nella legna, che qualcuno mi raccontò fosse la strega.
Il fuoco che marchiava gli stinchi delle nostre nonne, accoccolate 'mmócca alla ciummnèra sulle piccole sedie di paglia, con l'eritema ab igne e spesso vanamente prevenuto con l'asciugamano chiaro steso dalle ginocchia flesse in giù. E quella piccola figura vestita di scuro infondeva serenità e dolcezza...
Nella fiamma il tempo stesso si mette a vegliare. Sì, chi veglia davanti alla fiamma non legge più. Pensa alla vita. Pensa alla morte. La fiamma è precaria e vacillante. Questa luce basta un soffio ad annientarla, una scintilla a riaccenderla...
[G. Bachelard]
Francesco Di Nardo


