Mucche dispettose, medici allegri e "lati B" sofferenti!
- Letteratura Capracottese
- 1 giorno fa
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Una mela al giorno toglie il medico di torno.
Basta avere una buona mira!
[W. Churchill]
Le giornate in uno studio medico e in uno studio odontoiatrico si dipanano tra le criticità operative, la routine che alla prova dei fatti tale non è mai, ma, soprattutto, «l'incontro tra la sofferenza e la speranza», come saggiamente ebbe a dire una collega durante gli studi universitari.
Chi ha avuto la (s)fortuna di frequentare lo studio, condiviso per oltre vent'anni, tra me e papà ha sempre colto un'aria di serenità e allegria ai confini del cinematografo o del cartone animato, determinata non solo dal carattere gioviale di tutto il personale, ma anche dall'esigenza costante di portare ottimismo nei nostri pazienti, spesso per sdrammatizzare, rispettosamente, i momenti difficili. Quindi battute, scherzi e momenti di comicità si verificavano di frequente, coinvolgendo anche i pazienti e gli accompagnatori, rendendo camici, casacche, mascherine e siringhe molto più umane.
Ricordiamoci sempre di mettere una mano
sulla spalla del paziente quando siamo al suo capezzale.
[A. Di Nardo]
Questa storia ha due antefatti: uno montanaro ed uno parentale. Si racconta - molti capracottesi lo ricordano - che tanti anni un contadino scese nella stalla per mungere, come di rito, la sua mucca. Tuttavia, per dispetto o chissà che, appena iniziata la procedura, la simpatica bovina con una zampa posteriore scalciò via il secchio posto sotto le mammelle. Prontamente, il contadino reperì una corda e, legata la zampa in questione, riprese pazientemente il lavoro. Ma la mucca non era d'accordo e, con l'altra zampa posteriore, assestò un altro calcio al secchio scagliandolo lontano. Trovata un'altra fune, il pover'uomo bloccò l'arto, ma non aveva fatto i conti con la coda, che rovesciò il secchio per l'ennesima volta. Preso uno sgabello, il contadino salì dietro all'animale e, sollevata la coda, cercò di fissarla al basso soffitto della stalla. Ma le funi erano finite e pertanto si sfilò dai fianchi la corda che, a mo' di cintura, gli reggeva i pantaloni i quali, durante le manovre di legatura svolte in iperestensione, calarono impietosamente, lasciando in bella vista le "frattaglie", poiché, cosa allora frequente, non vi era biancheria intima. Ma il peggio era in arrivo... sotto forma della moglie che, scendendo le scale della stalla e trovando il marito mezzo nudo su uno sgabello dietro la mucca bloccata in quel modo, ne restò impietrita. Il poveretto, forse per riscossa, forse per umorismo, esclamò:
– Pènza chéle ca te pàre, ma i' l'aja mógne! (= Pensa ciò che vuoi, ma sappi che la devo mungere).
Secondo antefatto: pur riconoscendomi un'elevata professionalità e stimando sempre, anche pubblicamente, la mia preparazione medica e odontoiatrica, il Dott. Di Nardo padre mi reputava affettuosamente un mezzo disastro come figlio, tanto che, grattandosi la testa, affermava bonariamente: «Tu non sei scemo, sei scimunito!». Ma veniamo al sodo...
Per la chirugia odontoiatrica ambulatoriale mi avvalevo della collaborazione del mio maestro di Chirugia orale, con cui affrontavamo interventi di buon livello. Un carissimo collega ed amico veniva ad osservare i nostri interventi e si creava così una bella atmosfera di discussione scientifica e, immancabilmente, anche di scherzi e battute, coinvolgendo spesso il paziente di turno. Durante una seduta, il collega osservatore arrivò in ritardo, lamentando un problema medico al "lato B", secondo lui di tipo emorroidario o una condizione ragadica, chiedendoci di «dare un'occhiata». Pur se la nostra specializzazione riguardava la sede diametralmente opposta, non opponemmo resistenza, ripromettendoci di fare il possibile al termine della sessione operativa. Fu così che in quella calda serata estiva, nella segreteria interna adibita a spogliatoio, quando il personale era numeroso, ci ricordò la promessa abbassandosi i pantaloni ed assumendo la posizione prona. Va detto che fummo presi alla sprovvista, per cui ci accingemmo sì a dare un'occhiata ma non considerando che ci eravamo già liberati di calzoni e casacche operative senza ancora rivestirci. Insomma: eravamo in mutande e calzini. Il crescendo rossiniano lo si raggiunse quando, forse per una comunicazione di servizio, il dott. Di Nardo padre spalancò la porta dello spogliatoio, paralizzandosi nel vedere due sprovveduti in mutande dietro un "pellegrino" prono e a braghe calate. Il cielo mi perdoni se l'unica cosa che seppi dire, dopo alcuni secondi di silenzio e cogliendo al volo la vena umoristica che stava per scatenarsi, guardandolo in viso e indicando il retro del collega, fu:
– Pènza chéle ca te pàre, ma i' l'aja mógne!
Papà non emise nemmeno un sibilo, sicuro che avrei azzeccato la diagnosi, ma certamente era ancora più convinto della sua teoria sul "figlio scimunito". Sospirando, si allontanò, scuotendo teatralmente la testa.
L’arte della medicina consiste nel far divertire il paziente
mentre la natura cura la malattia.
[Voltaire]
Fai attenzione quando leggi un libro di medicina:
potresti morire per un errore di stampa.
[M. Twain]
Francesco Di Nardo


