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Un architetto abbastanza famoso per un progetto abbastanza sbagliato


L'antica torre angioina.

Settanta anni fa l'Istituto Italiano di cultura a Stoccolma, una delle opere architettoniche italiane più significative realizzate all'estero, era stato progettato e arredato dall'architetto Gio Ponti. Era ispirato a una idea, di una decina di anni precedente, dell’ingegnere Carlo Maurilio Lerici.

Collaborarono al progetto l'architetto svedese Ture Wennerholm, Ferruccio Rossetti (ampliamento dell'atrio d'ingresso) e Pier Luigi Nervi (ideazione dell'Auditorium - immagine di testa).

L'architetto Ferruccio Rossetti da poco aveva redatto, su incarico del Ministro per i Lavori Pubblici, anche il Piano di Ricostruzione di Capracotta notificato al sindaco Carnevale il 31 gennaio 1949.

Tra le cose più significative del Piano dell'architetto Rossetti vi era la previsione della demolizione di tutto il cuore del nucleo antico di Capracotta, dal sagrato della chiesa di S. Maria Assunta fino a Piazza Falconi, compresa la storica torre dell'orologio.

Le vicende amministrative e i retroscena politici sono stati dettagliatamente ricapitolati e puntualmente analizzati nelle ricostruzioni pubblicate da Francesco Mendozzi e non credo necessario aggiungere altro a una rappresentazione cronachistica che rende bene la sofferenza dell'amministrazione comunale nell'adottare quelle decisioni che avrebbero definitivamente cambiato i connotati del paese.

Con il senno di poi siamo capaci tutti di ragionare. Perciò oggi ci rendiamo conto che quelle demolizioni furono un drammatico tentativo di dare una dignità formale a una realtà che appariva in una condizione di degrado spettrale.

Ciò non significa che oggi si debba accettare una condizione urbanistica che non esiterei a definire insignificante sul piano architettonico e anonima su quello identitario.

Fortunatamente Capracotta, nonostante l'ineluttabilità degli eventi bellici e l'imbecillità dei distributori di morte, conserva una delle chiese più belle della regione e dalla sua consistenza architettonica si deve partire per ricostruire un carattere che restituisca al popolo capracottese il senso della sua storia.

Partendo dalla consapevolezza che il popolo capracottese è come l'esercito nomade di Giacomo Caldora. La sua forza stava nella sua mobilità.

Capracotta è una entità astratta che ha un polo di attrazione in quel luogo dove ancora sopravvive la definizione di "Terra Vecchia", ma il suo popolo è caratterizzato da una massa puntiforme distribuita in ogni angolo del globo terrestre.

Non devo dare consigli, come suggeriva François de La Rochefoucauld a Fabrizio De André «I vecchi amano dare buoni consigli per consolarsi di non poter più dare cattivi esempi», però ogni tanto bisogna provarci.

Se non altro per certificare la nostra esistenza in vita.

Capracotta non è un accidente della storia e per una serie di circostanze che interessano la Nazione di cui fa parte ha l'opportunità di proporsi per un grande progetto di riqualificazione che non sia una banale proposizione dei modelli della civiltà borghese.

Capracotta, e non solo l'Amministrazione Comunale su cui grava la responsabilità della tempestività delle scelte, deve rivendicare quel ruolo di avanguardia progettuale che le spetta non solo per una questione altimetrica territoriale, ma anche perché urbanisticamente deve recuperare il terreno perduto. Per colpa di tutti e di nessuno.

È un momento molto particolare della sua storia.

Il paese ha bisogno di cultura da una parte e di condottieri che indichino una strada da percorrere dall'altra.

È la sfida delle future generazioni.

"Terra Vecchia" di Capracotta e la sua riqualificazione potrebbe essere una grande occasione (forse l'ultima) per sollecitare un rinnovato interesse dei giovani ai luoghi delle loro radici ma che si traduca anche in un investimento economico capace di produrre reddito.

Per dirla con Machiavelli: «Dimenticano gli uomini più facilmente la morte del padre che la perdita del patrimonio»...

Il momento è decisivo.


Franco Valente

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