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Battute e motti spiritosi dei capracottesi (I)


Gregorio Giuliano
Gregorio Giuliano e l'aneddoto del fulmine.

– Utemòbela tradetóra, gnà te re carìje a une a une?

Automobile traditrice, come te li porti uno ad uno? Così piangevano le nostre donne salutando i congiunti in partenza per la guerra 1915-18.

 

– Mó ze re pòrtane tata re prijéite.

Ora papà se lo portano i preti. Detto da Giustino Comegna. Si allude a quando il compagno di gioco si prende il sette di denari.

 

– Z'è muórte Uacciussé senza ca re canósce.

Detto da Giacomo Casciero. Pare che in inglese uacciussé [What're you saying?, N.d.R.] significhi "che cosa dici" perciò al Casciero in America, chiedendo qualcosa, gli veniva risposto "che cosa dici?", e in ultimo chiese chi era morto e gli fu risposto: uacciussé.

 

– Còccia de cuaŝcavàglie, quanda vuó 'l vine, accàttatele.

Quando vuoi il vino te lo devi comprare e non bere portando ulmo gli altri.

 

– Ne la vò amà Giulia.

Detto da Quintiliano Mosca, alludendo a persone che non vogliono lavorare.

 

– È inutile ca fìŝchie ca la mula non vò véve.

È inutile invitare chi non vuol lavorare.

 

– Quand'era vive ì, bonàlma facéva n'aldra via...

Così disse Gaetano Cicche Muórte. Da qui il soprannome quando, scoperto a pascolare in territorio di Castel del Giudice, fu dai proprietari percosso e trasportato in territorio di Capracotta perché creduto morto, ma ebbe altre percosse quando pronunziò la frase di cui sopra.

 

– Puózz'avé ne dulóre 'n guórpe lunghe còma la ferrovia de re Ŝtate!

Detto da Domenico Casciero. Che tu possa avere un dolore di pancia fortissimo.

 

– Ricche e puvriéglie, jéna 'ndrà a ŝtu cuangiéglie.

Ricchi e poveri devono entrare al camposanto.

 

– Pòrtame ne salute a Caitanùcce.

– Se re véde!

Così raccomandava una donna a un suo parente creduto morto, ma questo ancora vivo, rispose:

Se lo vedo!

 

– C'aja fa ì la cróce e no tu?

Così si rivolse al prete Mattia di Mingaccio alla fine della funzione della Passio che durava oltre due ore.

 

– Chéŝta è la atta, e 'l pésce?

Così dissero i muratori a Pasquale Di Ciò (alias Frecaviénde) quando questi si scusò perché il pesce che voleva offrire a loro se l'era divorato la gatta. Ma i muratori pesarono la gatta che raggiungeva circa 1 chilo e perciò chiesero dove erano i pesci.

 

– Orazio, nen sié jùte a ru Passió?

– Ŝta ècche ru Passió!

Così chiese la moglie a mast'Orazio e questi le rispose: «Ŝta ècche ru Passió» quando trovò la macchina da cucire tutta scomposta dal suo garzone, al quale fece un solenne rimprovero. Il garzone, però, fece osservare al maestro che aveva anche scomposta una sveglia ad altra persona, al che mast'Orazio chiese:

– L'hai ricomposta?

– No!

E allora ŝchiàffamete 'n gùre.

 

– Allùmame 'n gùre!

Così disse Tatuccio al fulmine che di notte illuminò la strada insieme a Luiggiotto dopo che si accorse che la damigiana di vino che portavano si era rotta presso un ostacolo, mentre tentarono di camminare a tentoni.


Gregorio Giuliano



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