• Letteratura Capracottese

Il bazar della rabbia


Antonio D'Andrea in piazza a Roma (foto: C. Negrini).

Un luogo di tutte le rabbie: non ce n'è una senza diritto di cittadinanza in piazza San Giovanni a Roma, piena, ma non straripante. Sgorga la rabbia, ecco. Perde come da un buchino gocce di popolo stanco di aspettare per ore sotto un cielo infido, generoso soltanto di pioggerellina. C'è chi se ne va, esausto, mentre Beppe Grillo arriva diciotto minuti prima delle nove.

È che molti erano lì dalle prime ore del pomeriggio. Giravano gli stand ad acquistare le t-shirt celebrative, a bere da bicchieri di plastica una birra Forst, a mangiare tramezzini al tonno, a informarsi compiaciuti sui miracoli del volontariato che coinvolge anche i non praticanti: un caffè due euro, contributo compreso. A sera, e quando San Giovanni aveva comunque il popolo traboccante che sa accogliere, c'era chi si guardava fiaccato e sedeva sui marciapiedi umidi. E poi lui è salito sul palco, trionfante come un imperatore di due millenni fa, e sotto le braccia erano alzate al cielo, l'urlo ha infiammato l'aria. Eccolo lì l'uomo che tiene assieme tutte le rabbie, le fa combaciare come per prodigio, le moltiplica e ne fa una forza che percorre terrorizzante e inafferrabile la città della politica.

E però davvero è un bazar in cui ci si smarrisce. Si può incontrare chiunque, qua dentro, ed è un meticciato delle rivendicazioni che è il loro orgoglio. Sventolano le bandiere dei No-Tav. Esibiscono i cartelli dei comitati contro il Ponte sullo Stretto. Un tizio porta fisicamente la sua croce su cui c'è scritta la ragione del supplizio: quarant'anni di lavoro per mantenere un milione di farabutti. Ecco, il lavoro. Lo dice Beppe Grillo, dal palco, che lungo lo Tsunami Tour è stato fermato da sguardi imploranti lavoro, lavoro, un po' di lavoro. Ce n'è un altro che gira vestito come D'Artagnan, in teoria un vendicatore degli ultimi, e ce l'ha con Rocco Papaleo che fa la pubblicità dell'Eni e, dice D'Artagnan, l'Eni sta devastando la Basilicata. Prima che Grillo concludesse questa lunga giornata, e questa corta e lampeggiante campagna elettorale, un piccolo imprenditore dal palco s'era commosso pensando ai pagamenti che dallo Stato non arrivano, e ai quattro ragazzi che in settimana ha dovuto lasciare a casa. Non è per indulgere nel colore che sempre manifestazioni di questo genere offrono, e però c'è persino quello che con un amico svolge il tazebao del Movimento Uomini Casalinghi, che si pone come obiettivo il ritorno al matriarcato e ha per slogan qualcosa come «le donne a governare il mondo, gli uomini a rigovernare le case», un programma da cominciare con la raccolta di erbe e bacche spontanee a Capracotta (testuale).

Si riuniscono infine tutti per l'applauso convinto, nervoso, entusiasta. Si intonava, tra l'altro, una canzone che aveva per ritornello «libera l'acqua». La intonavano i ragazzi sotto lo striscione di fondazione della laocrazia, neologismo che sta per democrazia partecipata dal basso. Eccolo lì il secondo collante: la convinzione, in sbalorditivo manicheismo, dell'esistenza di una cupola oscura, cinica, crudele, mascalzona, con i partiti e la politica a tenere il vertice, e attorno certa magistratura, la grande imprenditoria, le banche, la finanza, i sindacati, il giornalismo; e sotto gli umili e i candidi che si sono riversati qui per spezzare le catene. Tutte le rabbie radunano questi buoni e di fuori tutti i cattivi, uno schema caldo e consolante, stasera e sempre. Un ragazzone allegro circola vestito da cardinale e dietro c'è la bara del «vecchio politico» (una trovata vista in parecchie altre adunate). Signori attempati si schierano da uomini-sandwich, uno vuole la Siria libera, un altro vuole l'Italia fuori dalla Nato, un altro ancora la fuga dall'euro. Un banchetto vende le magliette della Guerrilla e del Che. La missione in Afghanistan, urla Grillo, è una missione del piffero. Uno striscione ancora, e bello grosso, ce l'ha con la tessera del tifoso. Niente è di troppo. Il sistema divide et impera, aveva detto un oratore molto bravo, molto sveglio, molto bellino, una specie di prodotto da X-Factor, senza offesa per lui e per chi fa il programma: il sistema ci ha reso diffidenti, scontrosi, parla della sua Milano dove nemmeno gli riesce di portare le borse delal spesa alle donne, che all'assalto generoso lo scansano atterrite. Anche se poi non è che qui sia proprio il festival della simpatia: non appena vedono un taccuino da cronista si ritraggono come davanti a un fucile, occhi pieni di stupore e spavento. C'è in compenso la nursery, per cambiare i pannolini ai bimbi e allattarli, madri e piccini accolti dal cartello piuttosto, allegro, di leggera e innocua tendenza berlusconiana, e con un tocco di grammatica leghista: «Si intrattiene pure le mamme purché giovani». Non conta: conta il desiderio febbrile della fantasia al potere (copyright Gianroberto Casaleggio), la fantasia di essere normali, semplici, di accalcarsi alle transenne per fotografare il sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, come fosse Calderoli a Pontida. Di essere brave persone in un mondo sozzo. La battaglia più vecchia del mondo infuria ancora.


Mattia Feltri

Fonte: F. Sforza, Lo tsunami, La Stampa, Torino 2013.

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