• Letteratura Capracottese

Bellezze naturali di Capracotta



S'avvicina la stagione propizia alle escursioni; è il momento di continuare il piacevole lavoro di far conoscere le regioni più pittoresche di questa nostra Italia, e di ripetere una volta ai nostri lettori: «Perché cercare al di là delle Alpi ciò che abbiamo in casa nostra?». Capracotta è in una delle regioni più degne di essere visitate nell'Abruzzo. Ne parla in queste pagine Antonio De Nino, l'insigne raccoglitore delle memorie e delle leggende della sua regione, ricordato con tanta simpatia da Gabriele D'Annunzio, nel "Trionfo della Morte".

Ricordi e monumenti


In un volume di memorie manoscritte, raccolte dal dott. Nicola Mosca nel 1745, e continuate da altri, si riporta un documento del 1040, dove si fa menzione di Capracotta. Il volume è conservato nell'Archivio del Municipio. Ma le popolazioni di quelle contrade devono rimontare ad epoche antichissime, a voler giudicare dalle tombe arcaiche scoperte nei dintorni con suppellettili della così detta prima età del ferro.

Anche la seconda parte del presente nome dovrà essere una trasformazione di parola più antica: forse Cozia o Cozie. Abbiamo le Alpi Cozie, Tagliacozzo, ed altri simili. Capra e Capraro, poi, si spiegano con la ripidezza dei monti.

Nel vicino Monte Cavallerizza, resiste ancora agli urti del tempo una grandiosa cinta ciclopea, la cui severità è aggraziata da una fitta boscaglia e, qua e là, da tappeti erbosi e fioriti che invitano a posarvisi chi li ammira (v. "Notizie degli scavi", 1904, pag. 397). Dell'età romana, finora non vi sono ricordi. Nulla di grande interesse nel medio evo. Si sa soltanto che fu feudo degli Eboli, dei Cantelmi e dei Piscicelli.

Il paese e gli abitanti

Capracotta diede i natali a personaggi eminenti, specie nella magistratura.

Gli abitanti sono di belle forme a validi. Pittoresco l'antico costume delle donne. I pastori anche oggi si coprono di pelle caprina.

Questo paese è capoluogo di mandamento. Enrico Bacco Alemanno (edizione del 1618) ne fa ammontare la popolazione a 164 fuochi, secondo la numerazione vecchia, e a 246 nella numerazione nuova. Nelle succitate memorie manoscritte si ricorda che nella peste del 1656, dal 4 agosto al 13 settembre, morirono 1.126 persone. Oggi, secondo l'ultimo censimento, vi si enumerano 3.902 abitanti.

La storia ricorda altresì che l'anno successivo a quel flagello di Dio, vi fu un flagello economico: 104 banditi saccheggiarono il paese per trentamila ducati (£ 127.000) «salvo però li honore di tutti». I capi banditi furono Paolo Fioretti calabrese, Boccasenzossa, Carlo Petrillo e Beppe Nastro.

Capracotta si distende sopra una lunga e tortuosa cresta di monte, all'altezza di m. 1.400; cresta che si rannoda a Monte Campo, alto 1.690 m., e a Monte Capraro, alto m. 1.726.

Dalla cima di Monte Campo, il paese appare come veduto a volo d'uccello, e da Monte Capraro vi sembra che le case si addossino e si stringano le une alle altre, bisognose di un tepore. Si sa che, stando a quell'altitudine, il paese è rigidissimo d'inverno, ma tiepido e delizioso d'estate.

Il rigido inverno: bloccati dalla neve

Volete avere un'idea dell'inverno di Capracotta? Mi servirò della descrizione che nel periodico "Provincia di Campobasso" ne fece il marzo ultimo l'egregio insegnante signor Giovanni Paglione, geniale autore di tutte le fotografie che qui si riproducono e delle quali io gli rendo vive azioni di grazie (v. "Un paese sepolto dalla neve", 17 marzo 1905).

Le nevi che si sciolgono da Monte Capraro formano il Lago di Mingaccio con isolotti ghiacciati.

Le strade

Il paese ha varie strade. La principale è il Corso Sant'Antonio, brutto d'inverno, pittoresco d'estate. La Via di San Giovanni dà le più genuine caratteristiche dei paesi alpestri. La Via della Madonna delle Grazie è qui prima rappresentata mentre è percorsa dalla gaia processione delle fanciulle che fanno la prima comunione, e poi sepolta dalla neve.

In una naturale terrazza, detta Costa del Grillo, si apre il Passeggio pubblico, donde si prospetta la Vallata del Sangro e giganteggia il gruppo della Majella con le forre nevose. Alla estremità di questo Passeggio, il paese ha un'altra attraente visuale. Ma una visuale veramente sublime si gode al di sotto delle rocce, proprio dal punto detto Sotto la Terra.

Gli edifici del paese, se non sono monumentali, sono però decenti. Degno di essere segnalato come manifestazione di civiltà è l'edificio scolastico con un asilo infantile modello. La settecentesca Chiesa matrice, veduta sotto il dirupo della parte settentrionale, sembra un edificio campato in aria. L'interno è di arte non comune. Graziosa la balaustra di marmo con intarsii e disegni a traforo.

Questa chiesa fu restaurata nel 1735 dall'architetto di Pescocostanzo Venanzio del Sole; e, cinque anni dopo, un pittore di Alfedena, Filippo Passerelli, dimorante anche a Pescocostanzo, vi fu chiamato a rinnovare gli antichissimi stemmi.

Rappresentazioni sacre

Tra i varii usi attinenti alla religione, è pieno di simpatia quello della Sacra Famiglia, nella ricorrenza festiva di San Giuseppe. Il piccolo dramma sacro si rappresenta in alcune famiglie signorili di Capracotta e specialmente dalle famiglie Campanelli e Castiglione. Si prepara un pranzo per quattro poveri del paese, cioè un vecchio, che fa da San Giuseppe, una vecchia che rappresenta Sant'Anna, e un'altra che funge da Maria; più un fanciullo che fa da Gesù Bambino. Giuseppe, Anna e Maria hanno l'obbligo di confessarsi e comunicarsi. Il Bambino Gesù è dispensato. Tutti vestono con abiti più o meno nuovi e puliti. Chi non ne ha, li riceve in dono da chi festeggia quel giorno.

Il pranzo per la sacra famiglia si compone di frittata, minestra di ceci, pasta asciutta con sugo, pesce, per lo più, secco, sottaceti, carne e frutta: totale, sette cose. S'intende che non tutto si mangia. Quel che avanza, si manda alle famiglie dei sacri rappresentatori. Le donne di casa servono a tavola. Ciascuno della parentela assaggia le vivande per divozione. Vanno ad assaggiare anche i non poveri e sempre per divozione, rompendo la divozione ai padroni di casa!

Questa pia costumanza vige anche a Palena, e il cav. Luigi Campanelli, cultore di storia patria e autore di una pregevole monografia sopra Capracotta, crede che appunto da Palena la introducesse nel paese nativo, tra il 1687 e il 1766, un arciprete suo antenato e suo omonimo.

Le bellezze naturali: i lupi

Altre bellezze naturali e sorprendenti di Capracotta sono le cascate del Verrino e del Pisciarello. Quest'ultima è alta m. 150; e tutte e due nulla hanno da invidiare alle cascate svizzere. Bellezze non meno deliziose sono i circostanti boschi, dove può entrarsi in poco d'ora. A Monte Campo si ascende a piedi o con sicure cavalcature, e l'ascensione non è che di 290 metri dalle ultime case.

Se Capracotta è deficiente di storia propria, Monte Campo può vantarne parecchia. E, in prima, spigoliamo nelle citate memorie manoscritte dell'archivio municipale.

Sotto la data del 30 settembre 1824, è detto che Francesco Borbone, duca di Calabria e primogenito di Ferdinando I, dovendo recarsi alla Tenuta di Montedimezzo, la Corte decise di scegliere un punto più elevato e di piacevole vista. Fu scelto perciò il Campo, sopra Capracotta. Il Duca col suo seguito doveva recarvisi dai confini di Vastogirardi, per la Forcatura.

Col lavoro spontaneo di paesani e forestieri, in tre giorni fu improvvisata una strada. Era sindaco di Capracotta don Leonardantonio Falconi, antenato dell'on. Nicola Falcone, e di altri cugini che fanno onore alla Magistratura. L'incarico speciale di provvedere a tutto fu dato a Sua Eccellenza il marchese Cappelli, amministratore dei Reali Beni.

La venuta sovrana fu alquanto ritardata a causa di un temporale. Nel giorno prefisso, nella Forcatura, comparve lo stuolo sovrano. Le campane sonarono a festa. La cittadinanza andò incontro al Duca. Il sindaco gli offrì un fiore, e il Duca si fece baciare la mano da tutti.

Dopo la visita al paese, il Duca consegnò al parroco 26 ducati pei poveri; al sindaco 18 ducati pei lavoratori della strada improvvisata, e 24 ducati al comandante del Corpo civico. In verità, pochi e mal distribuiti! Quindi, funzioni religiose.

Terminate queste funzioni, il principe di Collamare, gentiluomo di Camera, diede il braccio al Duca: e tutti, montati a cavallo, in breve tempo si trovarono sulla vetta di Monte Campo. Da quel punto, il Duca poté avere sott'occhio una gran parte del Regno che poi, cioè nel 1825, ereditò per la morte del suo genitore. Seduti sull'erba, si fece un luculliano asciolvere, mentre il Duca permetteva a tutti una grande familiarità.

Su quello stesso culmine, il dotto monsignor Pietropaoli, vescovo di Trivento, nel 1900, fece innalzare una colossale croce, monumento al Redentore.

– In quelle montagne non vi sono lupi?

– No; se vi fossero, sarebbe una festa pei cacciatori. Il paese ha molti cacciatori e bravi tiratori e vincitori nei Tiri a segno. Quando capita qualche lupo, non manca la festa e subito gli fanno la festa. Tempo addietro, ne capitò uno sul primo piano di Monte Campo, festeggiato subito dai cacciatori; uno di loro se lo caricò sulle spalle, seguito da una frotta di ragazzi, e nel paese fu esposto a capo in giù, ammirato da vecchi, da giovani e fanciulli coi sorrisi più o meno canzonatorii. Dunque, niente paura dei lupi. Di orsi non se ne ha idea. La caccia dell'orso si fa alla montagna della Meta.

Rimosse le paure dei lupi e degli orsi, restano le bellezze della natura. Se l'arte e l'artista sono inseparabili, l'artista che va a Capracotta si sente di stare in mezzo all'arte; e, chi non è artista, sente l'arte nel più intimo dell'animo e diventa prediletto della natura. Il sofo da Verulamio soleva dire che un giardino è il più puro dei nostri piaceri e il ristoro più grande dei nostri spiriti, e che, senza esso, le fabbriche e i palagi altro non sono che opere manuali. Di fatto, si osserva sempre che, dove il secolo perviene a un certo grado d'incivilimento e di eleganza, gli uomini si danno prima a fabbricare con sontuosità e poi a disegnare giardini con la maggiore accuratezza, come se nei giardini consistesse la perfezione dell'arte.

Or bene, entrate nei boschi di Capracotta, passeggiate in quelle praterie, e lunghesso le sponde del Verrino e, se mai, arrampicatevi come capre, nelle stratificate balze, e rintanatevi come... volpi nelle basse tane... perdono, perdono! - e avrete la illusione di trovarvi nei giardini più fantastici, dove in limitato spazio sono raccolte molte e svariate bellezze naturali, e dove i polmoni si dilatano per dar posto a grosse onde ossigenate di purissima vita.


Antonio De Nino

Fonte: A. De Nino, Bellezze naturali di Capracotta, in «Il Secolo XX», V:7, Milano, luglio 1906.

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