• Letteratura Capracottese

Biblioteca Altosannita #1


Panorama di Agnone (foto: V. De Santis).

Dopo quattro anni di ricerche, tra il 2016 e il 2017 ho pubblicato la "Guida alla Letteratura Capracottese", una bibliografia ragionata e commentata (in due tomi) in cui ho raccolto frammenti letterari provenienti da circa 780 volumi (in prima edizione) che nei modi più disparati trattano di Capracotta e dei capracottesi. La Guida tenta di abbracciare innumerevoli discipline - dalla corografia all'archeologia, dalla storia patria alla narrativa, passando per la giurisprudenza, la teologia, la toponomastica e la scienza - nella speranza di segnalare al lettore quanti più riferimenti bibliografici legati alla cittadina altomolisana. La mia vanità sta oggi nel poter dire che ho fatto luce su buona parte della bibliografia che riguarda il mio paese, con una percentuale forse superiore al 75%.

Adesso è la volta di tentare quell'operazione da una cima più alta, da una prospettiva più ampia. Lancio oggi i germi di quella che definisco Biblioteca Altosannita, una sistematica indagine e collezione dei più importanti romanzi, racconti e poesie sui 63 comuni dell'Alto Sannio. Se avrete voglia di seguirmi in questo esperimento di ricerca, cercherò di stuzzicare ogni vostro appetito letterario e sono certo che qualcuno, incuriosito, vorrà alfine approfondire i miei pochi primitivi risultati.

Il primo capitolo della Biblioteca Altosannita è dedicato a «la culta Agnone» - come la definì il Perrella nel suo studio sul 1799 molisano. Cominciamo subito con l'"Orlando furioso", il poema cavalleresco per eccellenza pubblicato dall'Ariosto nel 1516. La fama e la portata del poema furono talmente vaste che la sua eco si riverberò nell'opera di decine di autori successivi, volenterosi di cimentarsi in un'epopea simile. Uno di questi, Sigismondo Paolucci, detto il Filogenio, ideò un vero e proprio sequel dell'Orlando ariostesco pubblicando nel 1543 a Venezia la sua personalissima "Continuatione di Orlando furioso, con la morte di Ruggiero". Scritto in lingua italiana mista a voci dialettali dell'Umbria e dell'Italia settentrionale, l'Orlando del Paolucci è diviso in 63 canti in ottava rima; alcuni critici letterari, tra cui Francesco Saverio Quadrio (1695-1756), han parlato di «uno stile incolto e rozzo». Nello specifico, nel canto LVII, il Filogenio scrisse:

Manfredonia, Nucera, Troia, Ariano, / e Fundi, e Sessa, e Sora, e 'l vecchio Agno, / Sermoneta, Nottuni, e san Germano, / Cipran, Salerno, Agnone, & a Bovino / alza poi un volo, e tornasi a Thiano, / Boian, Caiazzo, Venafri vicino, / Procida, Ischia, Puzzuol, Castell'a mare / e l'Isole Inarin, si vaghe in mare.

L'Agnone del Paolucci, ahimé, potrebbe essere tanto la località cilentana nei pressi di Salerno quanto quella altomolisana e purtroppo propendo per la prima ipotesi, vista la contiguità con altre località del versante tirrenico di Lazio e Campania; quel «Venafri vicino» lascia comunque intatti altri sentieri interpretativi. Credo quindi che l'opera del Filogenio, seppur così evocativa, vada per ora estromessa dalla Biblioteca Altosannita. Un caso analogo - che qui non approfondirò - è quello di Giovanni Verga (1840-1922) il quale, nell'incipit della novella "Malaria" (1883), scrisse «come della terra grassa che fumi, là, dappertutto, torno torno alle montagne che la chiudono, da Agnone al Mongibello incappucciato di neve», riferendosi chiaramente alla splendida Agnone Bagni, località siracusana. Un caso ancor più famoso è quello del "De viris illustribus" (40 a.C. circa) di Cornelio Nepote, nel quale compare sì Agnone ma stavolta in veste di personaggio storico, ovvero esponente di spicco del partito pericleo, figlio di Nicia e padre di Teramene.

Passiamo ora ad un'altra ipotesi, maliziosa e insolente a un tempo. Dopo aver letto "La pietra lunare" di Tommaso Landolfi (1908-1979), mi è parso naturale porre l'accento sull'ambientazione di questo piccolo splendore dell'ermetismo fiorentino. "La pietra lunare" racconta infatti la vicenda di Giovancarlo che, tornato al suo paese per trascorrere le vacanze, si invaghisce di Gurù, una misteriosa ragazza che nelle notti di plenilunio si trasforma in un essere caprino, e che accompagna Giovancarlo in cima ad un monte, introducendolo in un mondo pericoloso e fatato, abitato da esseri strampalati. Nel romanzo v'è dunque una sottilissima dicotomia tra borghesi e libertini, tra il peccato cristiano e il caos panico, tra tabù ed erotismo.

Ma durante l'ascesa dei due protagonisti abbiamo modo di leggere alcuni luoghi - frutto della fantasia di Landolfi - che richiamano in maniera prepotente l'Alto Molise: vi sono infatti le Cannavine dei Preti, il Vallone del Cerro Bianco, la Cesa degli Agnonesi, il Morrone delle Vaglia, la Serra Capriola, l'eremo di Sant'Onofrio; v'è poi, nell'ottavo capitolo, una descrizione del tugurio, posto in cima alla montagna, che ricorda insistentemente i rifugi/pagliari/tholos dei nostri brulli monti:

È tutto qui? – si disse Giovancarlo vedendo che entravano in una delle capanne in rovina. La capanna era simile a tutte le altre che, lassù, servono non d'abitazione ma