• Letteratura Capracottese

Biblioteca Altosannita #3


Panorama di Pescopennataro (foto: A. Mendozzi).

La Biblioteca Altosannita giunge al terzo episodio e stavolta l'oggetto della mia ricerca è un meraviglioso comune dell'Alto Molise, frontiera d'Abruzzo.

Infatti, nel proseguire la mia rassegna sull'immaginaria Biblioteca Altosannita - quella scaffalanatura di romanzi sui 63 comuni dell'Alto Sannio - giungiamo a Pescopenntaro, il paese degli abeti e della pietra, come amano definirlo i suoi abitanti per via degli sterminati e ricchi boschi di conifere e per la secolare maestria nell'artigianato litico. Ed è proprio la tradizionale lavorazione della pietra a produrre la prima grande menzione letteraria a Pescopennataro. La ritroviamo infatti ne "Le terre del Sacramento", il capolavoro postumo di Francesco Jovine (1902-1950) che fece di Guardialfiera un centro di grande attenzione mediatica, poiché la vicenda si svolgeva nel paese campobassano. Quando la protagonista Laura - donna astuta e molto pratica, moglie del viveur Enrico Cannavale - decide di rimettere in sesto quelle terre del feudo Sacramento, saccheggiate dai contadini in cerca di legna, chiamerà i muratori di Pescopennataro. Ecco uno dei passaggi del romanzo di Jovine in cui fanno la loro comparsa:

Con l'avvicinarsi della primavera, i danni a Macchia Loreto diminuirono. Le notti si facevano più brevi e i contadini del Frassino vigilavano meglio. Nei pressi della cappella diruta del Sacramento, da qualche giorno lavoravano una diecina di operai di Pescopennataro, e si vedeva l'ingegner Tallei percorrere l'immensa tenuta seguito da due aiutanti che gli piantavano pali, e da don Primiano Lazazzera, agrimensore di Pietrafolca. L'ingegnere guardava nel suo strumento, faceva segni misteriosi sulla carta e proseguiva. Lavoravano sotto un cielo vario di nuvole e di vento; rare le giornate di sereno, più frequenti quelle di pioggia, con ritorni improvvisi di freddo pungente. Laura, di tanto in tanto, arrivava sulle terre a cavallo. L'ingegner Tallei le faceva vedere i lavori di scavo fatti dagli operai di Pescopennataro per rintracciare le vecchie condutture dell'acqua sepolte un secolo prima.

Più tardi i pescolani ricompaiono nella narrazione allorquando i contadini Antonio Antonacci e Michele Casalfiore effettueranno un sopralluogo sulle terre del Sacramento per sincerarsi dei lavori di riqualificazione voluti dalla famiglia Cannavale. Essi si imbattono nel gruppo di muratori di Pescopennataro, i quali risponderanno alle loro domande in tono bonario ma sarcastico:

– Buongiorno, – disse Casalfiore. – Siete stanchi? Uno degli sterratori si volte lentamente e rispose: – Eh, piano piano. – Rifate la cappella? – Noi sterriamo e scegliamo le pietre buone. Dicono che rifanno la cappella. Quelli lo sanno, – aggiunse lo sterratore indicando un gruppo di uomini che accatastavano mattoni sotto una baracca di legno. – Non sono né di Pietrafolca né di Calena, – disse sottovoce Casalfiore ad Antonacci. Casalfiore e il compagno si avvicinarono alla baracca: – Venite di lontano? – chiese Antonacci. – Siamo di Pescopennataro, – rispose uno dei muratori. – E voi di dove siete? – aggiunse dopo aver esaminato con uno sguardo apparentemente distratto i due braccianti. – Siamo di Morutri, – disse Casalfiore indicando vagamente l'orizzonte. Il muratore ammiccò al compagno e quello fece con caricata gravità: – Questa volta vi facciamo una cappella che non avrà paura dei fulmini. – E come fate? – disse Casalfiore. – Ci mettiamo i parafulmini, – fece ridendo il muratore di Pescopennataro. Mentre percorrevano la strada del ritorno i due braccianti ripensavano alla risposta del muratore di Pesco. Casalfiore disse: – Ma perché la rifanno questa cappella? – Ci dicono messa. Dev'essere la nuova padrona che lo vuole. Servirà per i suoi peccati e per quelli della Capra del Diavolo. – Il parafulmine, – continuo Antonacci, – scaccia i fulmini e i fulmini vanno a cascare in un altro posto. Noi che siamo più in basso, a Morutri, ce li prenderemo tutti noi. E poi ci sono le saette pregne. Quelle girano e vanno a scoppiare qua e là come i fuochi d'artificio.

A detta di Francesco D'Ovidio (1849-1925), tra le altre cose, Pescopennataro fu certamente uno dei rifugi di Ippolito Amicarelli (1823-1889), il quale, dopo aver rischiato l'arresto in Agnone, «si fece dare un cappello di paglia da un contadino che incontrò, e via a gambe fino al bosco di Pescopenantaro. Ivi passò la notte, tra il freddo e la fame, acuita dalla corsa e dall'aria fina [...] e tra gli urli minacciosi dei lupi». Un'ulteriore menzione letteraria è riscontrabile nel volume "Da Pal Piccolo a Monte Cengio", ovvero le memorie belliche del soldato siciliano Giovanni Guzzardi, che a lungo combatté su quella triste famosa vetta che è il Pal Piccolo, in prossimità del Passo di Monte Croce Carnico, al confine tra Italia e Austria. Nel trasmetterci le emozioni di un'operazione offensiva avvenuta il 25 marzo 1916, Guzzardi tira in ballo un cittadino di Pescopennataro, tale Eliseo Percario, classe 1895:

All'alba del 26 le nostre batterie di tutti i calibri, dai monti retrostanti, aprivano un fuoco violentissimo d'interdizione sul rovescio di Pal Piccolo, impedendo ai rincalzi degli Austriaci (che erano già su Pal Piccolo quasi in mille) di accorrere. Nella notte erano giunti a Colletta Pal Piccolo, da Costanzo, due aspiranti ufficiali, due ragazzetti del 95: Natale Procopio di Floresta