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Chi è l'anonimo avvocato che prende in giro gli avvocati sul web



Il nuovo genere legal viaggia sul Web. E non si tratta di romanzi. Piuttosto, un collage, in forma di diario, di aneddoti raccontati dall'interno dei più grandi studi legali. Indagini sul cinismo degli avvocati d'affari e sugli stereotipi che caratterizzano l'ambiente. I blog in questione, rigorosamente anonimi, hanno il picco di click durante la pausa pranzo, quando i colleghi, tra un parere e un ricorso, leggono storie talmente verosimili da sembrare vere. Il primo a diventare un fenomeno è stato Federico Baccomo, al secolo Duchesne. Il suo blog, "Studio Illegale", è già un libro (ormai alla sesta ristampa per Marsilio) e sta per diventare un film con Fabio Volo (interpreterà il protagonista, l'ormai celebre avvocato Andrea Campi).

Conclusa l'avventura Duchesne, il testimone l'ha raccolto "Codice Incivile". L'autore si firma Avvocanzo, si descrive come un «avvocato rimasto in mutande» e parla del suo blog come «una testata. Non giornalistica, ma proprio una testata. Nei denti. Quindi occhio per occhio, e dente perdente». Avvocanzo racconta con cinismo e disincanto le disavventure nel suo studio legale, dove blackberry, cravatta di Hermes e insonnia sono le regole minime per sopravvivere. «Come diavolo mi è venuto in mente? – dice l'avvocato al Foglio – in realtà mi annoiavo nei tempi della crisi. In effetti ha effetti terapeutici, da quando scrivo sul blog l'autoironia sulla mia vita è decisamente aumentata, e prendo le situazioni con più filosofia». Ma che cosa sono, in realtà, questi studi legali d'affari di cui parli? «In comune con gli studi "tradizionali" c'è solo il fatto che i suoi componenti sono (o si suppone essere) avvocati. Volendo sintetizzare direi che lo studio "tradizionale" non vive senza l'avvocato, negli studi d'affari è l'avvocato che non vive senza uno studio». L'avvocato ci dice che tutto quello che scrive è basato su storie vere («sono ben poche le vicende che invento di sana pianta, a parte quando descrivo le mie conversazioni con la piantina sulla mia scrivania...»), ma che, in realtà, lui il legale d'affari non l'avrebbe mai voluto fare («E non ho ancora cambiato idea»).

«Per intraprendere questa strada – racconta al Foglio il blogger – è sufficiente una laurea, essere giovani e conoscere l'inglese, tanta pazienza e un pizzico di fortuna. Finché non si supera l'esame d'avvocato: poi è molto difficile rimanervi. Come il figlio dello scarparo va in giro con le scarpe rotte, il redattore di contratti (l'avvocato, giustappunto) va in giro... senza contratto (mai sentito di un avvocato che abbia un contratto scritto con lo studio)». E ci racconta anche uno degli episodi che l'hanno convinto a scrivere il blog: «Una volta, un neolaureato doveva partecipare alla sua prima conference call. Premetto che prima di entrare in conference, quando componi il numero, una voce metallica ti chiede di scandire ad alta voce il tuo nome. Una volta registrato il tuo nome, il sistema annuncia il tuo ingresso agli altri che già si sono collegati. Il neolaureato non ha capito le istruzioni che la voce metallica gli dettava (in inglese), e ha pensato bene di insultare la voce metallica. Io ero in conference con banchieri vari e avvocati di controparte. Ad un certo punto sentiamo la voce del mio collega, precedentemente registrata, che dice "Ma che c...o dice questa qua? Avvocanzo li mortacci tua che m'hai tirato sta sòla" e quindi è entrato in conference. Inutile dire che è stata non solo la sua prima conference, ma anche l'ultima».

Beh, ma il fatto di sapere accedere a una conference call è una condizione necessaria per lavorare? «Ci sono anche tante altre regole, tra cui il rapporto inversamente proporzionale tra grado di seniority e tempo di risposta alle e-mail dei colleghi, l'orario di uscita che non può mai essere prima delle 20:00 anche se alle 12:00 sei già senza alcunché da fare, etc... Molti si adeguano come se fossero vere regole, anche se più che regole di stile, io le ritengo strumenti di marketing. In barca si incontrano altre persone che hanno la barca (amministratori, banchieri, etc.), e quindi potenziali clienti. Se, come me, vai in vacanza a Capracotta con la Renault 5, al massimo fai amicizia con il panettiere o il tabaccaio. Idem per l'happy hour (rigorosamente in posti chic), per la palestra in Duomo con canone annuo di 3.000 euro, per la sciatina a Cortina. L'avvocato d'affari è come il carabiniere, è sempre in servizio». Perché, come Duchesne, hai deciso di non rivelare la tua identità? «Perché i motivi per licenziarti sono tanti. E il tenere un blog è uno di questi. Rivelerò la mia identità, quindi, quando andrò in pensione, quando sarò morto (andrò in sogno a tutti i lettori e spiffererò tutto), disoccupato o impiegato in banca».


Giulia Pompili

Fonte: G. Pompili, Chi è l'anonimo avvocato che prende in giro gli avvocati sul Web, in «Il Foglio», Roma, 2 settembre 2010.


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