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Christian Beck e il giardiniere di Capracotta



Mi sono seduto, le gambe sospese sull'abisso, tra belledonne che mi circondavano con le loro ombrelle venefiche. Il giardiniere del Comune ha finalmente soddisfatto la sua curiosità.

– Da che paese venite? – m'ha domandato.

– Dalla Francia – ho risposto, sicuro che egli non conoscesse la Vallonia e desse a quella parola il significato della "Chanson de Roland".

Ma non avevo ancora ottenuto il massimo dal suo nirvana geografico...

– Dove sta la Francia? – ha ripreso dopo un silenzio.

Non è che odio spiegare, ma come si può spiegare, a un uomo che non lo sa, dove sta la Francia?

– È lontana – ho risposto evasivamente.

Ha insistito:

– Quanto tempo ci vuole per andarci in treno?

– Due giorni.

– Due giorni!

Era sbalordito. Anche se il suo paese e l'intera provincia erano pieni di Americani di ritorno dall'emigrazione, mai il mondo gli era sembrato tanto grande.

– E come avete trovato la strada?

Il mugicco russo è molto semplice, furbo più che acuto, eppure dimostra di rado una tale curiosità. Ricordo, tuttavia, un baba che, dandoci il benvenuto nella sua isba, chiese ai compagni coi quali avevo appena attraversato le acque del Volga e le foreste primaverili che questo aveva magnificamente sommerso: «I Tatari, i Ciuvaschi e i Mari conoscono la nostra lingua, a dispetto di noi. Come mai parli a questo sconosciuto nella sua lingua, ed egli non conosce il russo?». Un nuovo resoconto delle cose, un aspetto del mondo che le tribù asiatiche non gli avevano fornito, s'impose nella mente di questo intelligente baba.


Christian Beck

(trad. di Francesco Mendozzi)

 

Fonte: C. Beck, Le papillon. Journal d'un romantique, Bénard, Liége 1910.

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