• Letteratura Capracottese

Ciro


Ciro Giuliano (1894-1978) ricevuto dal presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, 11 marzo 1966.

Ciò che sapevo di Ciro Giuliano, il re dei sarti europei, prima di conoscerlo, non era di tal natura da invogliarmi a diventarne cliente. Era stato lui a vestire Mario Pansa, l'ultimo, e forse l'unico, dandy italiano, di un'eleganza pari soltanto alla sua insolenza e al suo patrimonio; e continua a esser lui il fornitore di Palazzo Chigi e di quanti son rimasti nel mondo a contendersi il titolo di arbiter. La sua casa di piazza Farnese, mi dicevano, straripava di Tintoretti e di Tiziani; e alla sua mensa, perpetuamente imbandita per dodici persone, si riunivano principi e miliardari. Con quel nome mezzo da conquistatore e mezzo da bandito e con la leggenda che lo aureola di sibaritica sontuosità, Ciro Giuliano avevo finito per immaginarmelo alto, autoritario e di piglio prepotente, una specie di Pastonchi o di Duveen del "doppio petto", incline più a dare con dittatoriale arroganza che a ricevere ordini, a trattare i clienti come altrettanti minorenni e a disporre delle loro finanze con la stessa indifferente sommarietà con cui sembrava disporre di quelle proprie.

Fu quindi con una certa sorpresa che una sera, al pranzo di una mia amica dal nome celebre nel Gotha toscano, al posto contrassegnato dal nome di Ciro Giuliano, alla destra della padrona di casa, vidi sedere un ometto di statura un po' inferiore alla media, magnificamente, ma anche quietamente vestito, curvo di spalle e con un volto mansueto e malinconico sotto una folta chioma di capelli lisci e lievemente argentati. Lo avevo notato anche prima nel vano di una finestra, intento ad ascoltare senza profferir parola due signore dall'aria vivace, molto note nella società romana, alle quali ogni tanto, come per mancanza di argomenti da opporre ai loro, faceva una carezza sulla guancia o strizzava il ganascino, ma castamente, quasi con la rassegnata indulgenza di un nonno verso due nipotini discoli. E il taglio dell'abito, e il profilo reso aristocratico dal naso aquilino, e la riservatezza e la soavità dei modi m'avevano fatto pensare a un diplomatico della vecchia scuola o a uno di quei "Conti Zii" della buona società che possono permettersi qualunque familiarità verso uomini e donne senza timore di venir fraintesi. Aveva sempre tenuto in mano, ma senza mai portarselo alla bocca, un bicchiere di Dry Martini che posò, quando andammo a pranzo, pieno come gliel'avevano dato; e dalle labbra aveva seguitato a lasciar pendula, senza mai accenderla, una mezza sigaretta di marca nazionale.

A tavola Ciro sedette con la sedia un po' scostata e le mani sulle ginocchia, fissando con una certa ansietà il vassoio che il cameriere aveva cominciato a far girare fra i commensali, colmo di gamberi e aragostine con maionese, filetti di salmone e tarte al caviale. La padrona di casa lo sogguardava con un sorrisetto ironico sulle labbra. Alla fine con la mano gli diede un piccolo colpo sul braccio, e gli sussurrò all'orecchio:

– Non preoccuparti, Ciro, per te c'è un'altra cosa...

Proprio in quel momento un secondo cameriere gli deponeva davanti un piatto di spaghetti alla matriciana. Gli occhi malinconici e mansueti di Ciro s'illuminarono di gratitudine e la sua mano corse a strizzare con le dita, ma con estrema delicatezza, il ganascino della signora.

– Te ringrazie tante tante! – disse con forte accento abruzzese. E compostamente prese ad arrotolare gli spaghetti fra i denti della forchetta.

Anche alle portate successive, che erano complicate e raffinate, per Ciro ci furono «altre cose»: un'insalata di pomodori, sedano e lattuga, poi un pezzetto di formaggio pecorino dal forte odore, e infine due fichi. Ciro mangiò tutto questo con soddisfazione, ma senza voracità, poco partecipando alla conversazione finché questa si aggirò su Fath, su Dior e sulla nuova moda che si apprestavano a lanciare.

– Ancora una mode? – chiese a un tratto e con naturalissimo stupore. – Ma quante ne invènteno, mamme mie!

E, altro non trovando da aggiungere, riprese a mangiare il suo cacio pecorino dal forte odore. Di nuovo interloquì soltanto quando il discorso cadde su Picasso, di cui in quei giorni si teneva a Roma una mostra, e uno dei commensali tentò un malaccorto paragone, che puzzava d'imparaticcio lontano un miglio, fra il pittore spagnolo e il Lotto.

– Ma che c'entra il Lotto? – disse Ciro quietamente e senza alcuna intenzione polemica. – Il Lotto è soltanto carine... –, e seguitò a sbucciare il fico, per nulla cosciente di aver dato, di quel Maestro minore, una definizione che Berenson avrebbe volentieri sottoscritto.

Poi, alle obbiezioni che qualcuno si credette in dovere di muovere, dotte e insensate, spiegò perché il Lotto è soltanto carino e ad ogni modo non presenta ganci cui appendere un paragone con Picasso.

– La sua originalità –, disse, – consiste nell'aver rappresentate una macchie crepuscolare nell'epiche veneziane. Il Lotto è il tremule d'un violino nella piena orchestre di Tiziane, Veronese e Tintoretto. Per questo piace a noi come dispiaceva ai veneziane del suo tempo, che avevano il sangue in corpe, e l'ambizione e la potenze...

Ma a questo punto si riprese, arrossì leggermente, guardò con aria umile e pentita la padrona di casa, le prese il ganascino fra le dita, ma castamente, e disse:

– Ti annoie un poco? – E tornò al suo fico.

Il giorno dopo andai da Ciro per ordinargli un vestito. Non ne avevo alcun bisogno, ma mi piaceva riveder lui e diventarne amico. Con un certo stupore mi accorsi che lo ero già. Venne col metro pendulo dalla spalla destra, che ha un po' più curva di quella sinistra, e la mezza sigaretta di marca nazionale incombusta fra le labbra.

– Oh! – disse come se mi avesse aspettato sino ad allora. – Sei venute?... Dammi un bacie... –, e mi baciò, ma sempre con l'abituale castità, sulle due guance. – Facciamo un vestitucce? – aggiunse sogguardandomi col suo volto quieto e malinconico.

– Facciamo un vestitucce –, risposi.

– Come lo vuoi?

– Come mi consigli di volerlo?

Ciro sfogliò un catalogo di scampoli, si soffermò su uno e me lo mostrò fissandomi con aria interrogativa.

– Eh! – feci io.

– Eh! – fece lui.

E mi pareva d'aver ritrovato Otello, il sarto della mia infanzia in campagna; che, nonostante quel nome melodrammatico, era soltanto il figlio di un nostro mezzadro e confezionava gli abiti in modo che a un certo punto si potessero rivoltare e poi riadattare ai nostri fratelli e cugini minori secondo i dettami della parsimoniosa economia domestica delle nostre vecchie famiglie toscane.

Fu il più bel vestito che mai avessi portato sino ad allora; ma Ciro me lo mise addosso, quando fu pronto, con la stessa mancanza di liturgica solennità con cui Otello mi metteva addosso le sue giacche a fagotto.

– Magnifico! – dissi ammirandomi nello specchio, davanti e didietro.

– Non c'è male! – corresse lui. Poi, parendogli di essersi vantato, aggiunse in fretta: – Ci vuol poco, figlie mie, a fare un vestitucce a te, alte e magre come sei...

E subito, per cambiar discorso, m'invitò a pranzo per la sera dopo a casa sua.

Non c'era la solita dozzina di principi e miliardari; eravamo anzi in quattro soli: lui, io e due signore molto eleganti, ma senza blasone. C'erano però, nella vasta sala rettangolare che si spalancava con un balcone e due finestre dirimpetto a Palazzo Farnese, i Tiziani e i Tintoretti di cui avevo udito favoleggiare. La stanza non aveva nulla del museo: era anzi calda, vissuta e ospitale, quel che i tedeschi dicono gemütlich; e quelle superbe tele, sapientemente illuminate da un abile giuoco di lampade invisibili, non vi avevano l'aria, sussiegosa e scostante, di ospiti di riguardo che spirassero degnazione per chi li aveva ricevuti. Si vedeva benissimo che si trovavan bene, lì dentro, a casa loro. E alla fine della serata ci si dava tutti del tu anche con quelle Vergini e Madonne.

Il pranzo fu squisito. Ce lo servì un cameriere in livrea, che Ciro azionava con impercettibili occhiate prive di qualsiasi imperiosità. Ma anche quella sera egli si era riservato un menu a parte: spaghetti alla matriciana, insalata di pomodori, sedano e lattuga, formaggio pecorino dal forte odore e due fichi. Guardai, un po' allarmato, i Tintoretti e i Tiziani che occhieggiavano dalle pareti: no, non erano affatto scandalizzati dai rustici gusti del loro padrone, sembravano anzi approvarli di tutto cuore, forse quello era stato il pasto anche delle eroine loro, Vergini e Madonne.

Come al solito, Ciro non interloquì quasi mai nella conversazione che fu vicace e brillante. Con la sedia un po' scostata dal tavolo e le mani sulle ginocchia, sorrideva tutto soddisfatto della nostra soddisfazione, solo ogni tanto faceva una carezza sulla guancia dell'una o dell'altra commensale e le strizzava, ma con estrema delicatezza, il ganascino. La cordialità che si era stabilita fra noi ospiti gli animava il volto un po' meno malinconico del solito sotto la folta chioma di capelli lisci e lievemente argentati. Solo la fronte ogni tanto si corrugava: ed era quando nel discorso cadeva qualche pungente commento o un aneddoto piccante su questo o quel personaggio della società.

– È tante carine! – si affrettava subito a dire del colpito, se si trattava di una donna.

E se si trattava di un uomo:

– È così brave!

Il suo disagio toccò i limiti della sofferenza quando una delle due invitate si mise a tagliare i panni addosso a un comune amico ex-ambasciatore, esercizio nel quale eccelleva la sua lingua mordace e immisericordiosa.

– Non soffrire, Ciro! – fece a un certo punto, interrompendosi. – Oltre tutto, non ti paga i conti da cinque anni!...

– Non è vero – rispose lui prontamente con un guizzo di sdegno nella voce.

E per la prima e unica volta dacché lo conosco parlò senza accento abruzzese e battendo con stizza una mano sul tavolo.

La reazione ci parve a tutti talmente straordinaria, che lo guardammo sorpresi e quasi increduli. Allora Ciro arrossì leggermente, fissò con aria umile e pentita la sua interlocutrice, le prese il ganascino fra le dita, ma castamente, e disse:

– Scuse, scuse... Ma perché parli così di...? È così brave!...

Giorni fa ho incontrato l'ex-ambasciatore di cui si parlava quella sera.

– Ci sei anche tu –, mi disse, – domani a pranzo da Ciro?

– Sì, e anzi mi secca un po' perché ancora non riesco a pagargli un conto di sei mesi fa...

Il vecchio diplomatico mi fissò con aria indignata.

– Come? – proruppe. – Vuoi già pagarglielo dopo sei mesi?!... Io, che non glielo pago da sei anni, son sicuro che domani sera, fra i vari ospiti della sua mensa, mi troverò ad essere il meno moroso, dopo di te...

La dozzina la raggiungemmo davvero, quella sera, fra uomini e donne, e tutti portavamo abiti, non pagati, del padrone di casa. Le Vergini e Madonne di Tiziano e Tintoretto ci guardavano compiaciute e benevole, tutte contente di trovarsi in quella elegante compagnia, mentre Ciro, mangiando la sua insalata di pomodori, sedano e lattuga, dirigeva con impercettibili occhiate prive di qualsiasi imperiosità l'avvicendarsi sui nostri piatti di caviale e salmone, e di Riesling e di Borgogna nei nostri bicchieri. Quando la serata finì, Ciro disse ad ognuno di noi:

– Ti ringrazie tante tante d'essere venute!... Dammi un bacie!...

E uno per uno, uomini e donne, ci baciò, ma sempre con l'abituale castità, sulle due guance.

Sul portone da basso, mi accorsi che avevo dimenticato i guanti e tornai su a prenderli. Ciro era a sedere su una poltrona in mezzo alla sala e si guardava con tenerezza e compiacenza le sue Madonne. Finalmente aveva acceso la mezza sigaretta di marca nazionale.


Indro Montanelli

Fonte: I. Montanelli, Busti al Pincio, vol. IV, Longanesi, Milano 1956.

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