• Letteratura Capracottese

Il partigiano Montezemolo e Capracotta


La famiglia di Giuseppe Montezemolo nel 1941, nel cerchio rosso Manfredi.

Il colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo (1901-1944), detto Beppo, rampollo d'un nobile casato piemontese, fu uno dei principali organizzatori della Resistenza romana e pagò il suo eroismo con la tortura all'interno del carcere di via Tasso e infine con la propria vita nell'eccidio delle Fosse Ardeatine. Un mese dopo la liberazione di Roma, il generale Harold Alexander, capo delle forze alleate in Italia, inviò una lettera alla marchesa Amalia di Montezemolo, moglie di Beppo, esprimendole profonda ammirazione e gratitudine per l'opera del marito: Giuseppe venne infatti insignito della medaglia d'oro al valor militare della Resistenza.

La storia del partigiano Montezemolo è stata riscoperta e approfondita da Mario Avagliano, che ha l'indubbio merito di aver portato all'attenzione del grande pubblico l'attività del Fronte militare clandestino di Roma, alla cui guida vi era proprio Beppo. Ebbi il privilegio di conoscere la sua storia dalle vive parole della gappista Lucia Ottobrini (1924-2015) durante una visita scolastica fra le mura del tristemente noto carcere di via Tasso, oggi Museo storico della Liberazione.

Dei cinque figli di Giuseppe Montezemolo, il primogenito Manfredi, nato a Genova il 13 giugno 1924, scampò alle persecuzioni naziste grazie ai documenti falsi forniti dal padre, sui quali la nostra cittadina giocò un ruolo piccolo ma a suo modo determinante. Il 25 gennaio 1944 Montezemolo fu arrestato all'uscita da un incontro con altri esponenti del FMCR. Manfredi, che gli faceva da "galoppino", portando messaggi in giro per Roma, rischiò di finire nella stessa fatale retata. In una delle interviste contenute nel libro di Avagliano, Manfredi ha affermato:

Quando seppi dell'attività di mio padre lo raggiunsi a Roma e, da sergente allievo ufficiale qual ero, mi misi a sua disposizione. Mio padre mi disse semplicemente: «Sappi che se ci prendono ci fucilano» ma, di fronte alla mia insistenza, mi incorporò al Comando del Fronte militare clandestino di Roma, che era formato da lui, dal colonnello Pacinotti, dal tenente colonnello Ercolani e dal diplomatico Filippo De Grenet. Per mezzo di una organizzazione che si stava formando mi furono dati documenti di riconoscimento falsi, con nome falso ed età inferiore alla reale. In un primo tempo fui incaricato di tenere i collegamenti con il senatore Motta, governatore di Roma ancora in carica. Questo mio compito durò fino a quando il senatore Motta fu arrestato e deportato nell'Italia Settentrionale. Successivamente la mia attività principale fu di portare e ricevere messaggi che la radio clandestina, cambiando di località tutti i giorni, riceveva e trasmetteva al Comando supremo, in quel momento a Brindisi.

Sui documenti falsi il figlio di Giuseppe figurava di tre anni più giovane con i seguenti dati anagrafici: «Manfredi Conti da Capracotta, sfollato a Roma, classe 1927». A questo punto è lecito porsi tre domande: come mai fu scelta Capracotta come fittizio luogo di nascita? Perché fu scelto come cognome Conti, piuttosto diffuso nella nostra cittadina? Chi realizzò quel documento come faceva a sapere che la qualifica di "sfollato" era perfettamente verosimile, dato che Capracotta era stata appena sfollata, nel dicembre del 1943?

Il sarto Ciro Giuliano (1894-1978).

Grazie alle ricerche di Mario Avagliano, credo di aver scoperto quale sia l'anello di congiunzione tra Giuseppe Montezemolo e i documenti falsi del figlio Manfredi. Nell'autunno del 1943 Beppo si era nascosto, assieme al generale di cavalleria Guido Accame, in via Martelli, nella casa del capracottese Ciro Giuliano, il più famoso tra i sarti di allora, «considerato un maestro dell'ago e del filo, la cui bottega è in corso d'Italia». Appare del tutto verosimile quindi che esistesse una certa confidenza tra Montezemolo e Giuliano, e che quest'ultimo abbia potuto suggerire a Beppo l'utilizzo di un'anagrafica "capracottese", per di più coerente coi tempi che correvano. Ancor più significativo è il fatto stesso che Ciro Giuliano abbia ospitato vertici della Resistenza romana e partigiani vari, entrando così a pieno titolo tra coloro che aiutarono la Capitale a liberarsi dal nazismo, un'azione di cui credo non parlò mai in vita. Sta a noi riconoscere, ora, alla sua memoria, quest'ulteriore medaglia di valore umano.


Francesco Mendozzi

Bibliografia di riferimento:

  • M. Avagliano, Il partigiano Montezemolo. Storia del capo della resistenza militare nell'Italia occupata, Dalai, Milano 2012;

  • G. Lombardi, Montezemolo e il fronte militare clandestino di Roma (ottobre 1943-gennaio 1944), Ed. del Lavoro, Roma 1947;

  • F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. II, Youcanprint, Tricase 2017;

  • S. Sgueglia della Marra, Montezemolo e il fronte militare clandestino, Stato Maggiore dell'Esercito, Roma 2008.