• Letteratura Capracottese

Il convitto di San Bernardino in Agnone


Il complesso di San Bernardino in Agnone (foto: F. Verdone).

La necessità di sedare gli odi e le vendette delle fazioni degli angioini ed aragonesi in lotta tra loro e la presenza in Agnone di tre comunità di estrazione francescana - Celestini, Frati Minori e Clarisse - fece sì, con buona probabilità, che intorno al 1439 i santi Bernardino da Siena e Giovanni da Capestrano si siano ritrovati in Agnone per un'alta missione pastorale. In questo stesso tempo si portarono a Civitanova del Sannio con un soggiorno nel locale convento del Carmine. Per gratitudine Civitanova scelse come patrono il santo di Siena. Ad Agnone non gli hanno dedicato nemmeno una strada.

All'Ordine dei frati minori dell'osservanza, nel luglio 1451, fu permesso la costruzione, con i loro propri beni, di una casa con chiesa ed altri necessari accessori per uso e abitazione. Nel convento il 1535 vi morì san Benedetto da Cremona. La chiesa fu costruita sotto il titolo di san Berardino Confessore. Ad una sola nave accoglie una lapide che ricorda il vescovo mons. Carlo Scaglia eletto nel 1633, ardente di zelo missionario e fondatore del Collegium de Propaganda Fide. Aveva annesso convento, dormitorio, refettorio, orto e cimitero. Il convento, distante quasi un chilometro dalle case di Agnone, trovò posto su un poggio con vista sulla vallata del Verrino e il panorama della cittadina. Era un suolo, con boschetto adiacente, donato dal dovizioso abate di Santa Maria di Agnone, Giambattista De Capotiis. Abitato già dal 1459, poteva ospitare molti religiosi a cui il luogo dava la piena possibilità di attendere alle loro pie azioni e servire totalmente Dio in onesta e pacifica quiete. Nei primi anni fu destinato ad infermeria per i monaci della provincia e i poveri del paese.

Il Consiglio provinciale di Campobasso del 1816 propose di elevare a sede di diocesi Agnone al posto di Trivento per darle un ruolo più adeguato al numero ed all'operosità dei suoi cittadini. Si fece presente che Agnone aveva la popolazione «più numerosa della Provincia di Molise ed era abbondante di persone colte e civilizzate».

Fu adibito, nel 1817, a luogo di sepoltura degli oltre mille agnonesi deceduti per tifo e carestia. Fu lazzaretto. Come convento fu soppresso nel 1809 e ripristinato nel 1832 per essere di nuovo annullato nel 1867 con la soppressione piemontese dei benefici ecclesiastici. Non venne più abitato dai religiosi e passò di proprietà della Congregazione di Carità che ne adibì alcuni ambienti ad uso di lazzaretto nelle occasioni di epidemie. Successivamente il convento venne abbandonato a rischio di rovina.

Il vescovo mons. Giovanni De Simone, nel 1823 scrive: «Progettai di aprire in Agnone un "Seminarietto" provvisorio che niente più avidamente desiderava che un tal onore le arridesse. Questo disegno mi s'è parso di amarezza per il malcontento risvegliato, in tutta questa città, dichiarata anticamente rivale dell'anzidetta Agnone. Mi è convenuto dunque, pel bene della pace, rivolgere il pensiero a questo antico e derelitto seminario, affrontando le ingenti spese a riattarlo, e che a Dio piacendo, si riaprirà, verso il 10 dell'entrante mese».

L'abbandono del convento, che aveva subito diverse manomissioni, finì quando mons. Geremia Pascucci, giovane vescovo, con una strategica operazione cedette Palazzo San Francesco al Comune in cambio della cessione, per 99 anni, dell'ex convento di San Bernardino.

Ristrutturato e ampliato con nuovi spazi e camere il fabbricato, nel 1925, fu destinato, da mons. Pascucci, a "villa estiva" del seminario. Il posto ad ottocento metri di altitudine assicurava un soggiorno fresco ed arioso.

Durante il fascismo l'edificio servì come luogo di confino per i deportati dall'Albania, per perseguitati politici ed ebrei. Al campo di concentramento, fino all'11 luglio 1940, erano arrivati già 42 internati che, il 24 agosto, erano saliti a 108. Dal luglio 1941 la Prefettura di Campobasso trasferì 38 zingari ad Agnone che, dopo la chiusura del campo di Boiano, divennero 127. Gli internati restavano poco tempo a San Bernardino che era solo una sistemazione provvisoria. La struttura risultava ottima per posizione, stabilità, abitabilità e i numerosi vani. Al suo interno venne istituita una scuola mista per i figli minorenni degli zingari. La maestra era la sig.ra Carola Bonanni. La popolazione agnonese trasse anche qualche profitto dalla presenza degli internati.

Destinato, nel 1950, da mons. Epimenio Giannico, a convitto vescovile, ospitò tutti i presuli che, nel 1951, parteciparono al primo Congresso Eucaristico che si tenne in Agnone presieduto dal cardinale Giuseppe Bruno.

A dirigere il moderno convitto maschile, dipendente dalla Curia Vescovile, fu chiamato, come rettore, don Gennaro Di Nucci che era di Capracotta ed era stato, negli anni della guerra, in diversi paesi del circondario dove aveva constatato il precario stato socio-economico dei diversi cittadini di cui molti erano genitori dei convittori. Don Gennaro, scrive il dr. Antonio Arduino, fu: «una vera guida sicura sotto tutti i profili. Tra il 1955 e 1956 il Collegio realizzava anche un periodico: "Lo Stravagante", supplemento dell'Angelo della Domenica edito in Novara. Sotto la testata un motto: "E il plauso non cercar, cerca l'amore, l'amor donde sei nato" (De Amicis)».

I convittori erano assistiti anche dal vicerettore don Pietro Mastrangelo. Prima degli anni '60 assommarono per un certo periodo al numero di 120, provenivano da ogni parte d'Italia ed erano soprattutto orfani dei militari della marina. Un buon numero era dei paesi del circondario: Capracotta, Pescopennataro, Pescolanciano, Carovilli, Sant'Angelo del Pesco, Chiauci, Trivento, Pietrabbondante, Poggio Sannita, Castelverrino, Belmonte del Sannio, Castiglione Messer Marino ecc. I rapporti Istituto-Marina erano curati dal cap. Marignetti che portò i ragazzi nella sua Ischia e, ricorda il prof. Arduino, li fece accogliere da ceste di fave fresche. Le fave, ad Agnone, in convitto, erano la minestra.

L'edificio era dignitoso. Al piano terra: l'atrio-cortile dove ogni mattina, anche con il freddo, noi ragazzi facevamo ginnastica; la cucina e il refettorio. I locali per le sale studio affacciavano sul Verrino ed avevano banchi senza le regole di ergonomia. Un grande ambiente era rifugio nelle ricreazioni in brutto tempo. Non vi era il pavimento, era sostituito da uno sterrato dal quale fuoriuscivano ossa umane, anche qualche cranio, mentre si giocava con una palla sgangherata. Nelle belle giornate il tempo libero si consumava sul piazzale estero con calci ad una palla o pallone. Non si poteva essere troppo intraprendenti perché un tiro sbagliato mandava la palla giù per le vigne ed era la fine delle ostilità e la fine della prima ricreazione che nei mesi invernali terminava nell'oscurità.

Al piano superiore: gli uffici e l'abitazione dei dirigenti. Lunghi corridoi collegavano le camerate, le camerette, il "camerone" con il soppalco e i bagni.

La sveglia, alle ore 6:30, avveniva a suon di musica. Gli istitutori provvedevano alla scelte delle canzoni, non sempre le più in voga del momento. Sbancavano l'inno di Mameli e "Il Piave". Un bel giorno, ricorda Serafino Di Giacomo da Carovilli, fece capolino, per il gruppo fantastico Folck, la canzone "Il cucù": «è ritornato maggio, l'inverno l'è passato, la neve non c'è più»...



La nostalgia era elevata. Tutti avevano il pensiero alla propria casa e al paesetto. Ci si sentiva limitati nella libertà. Le regole erano un peso. Il ritorno, con la corriera della Cerella, in convitto dopo qualche festa avveniva con tristezza. La chiesetta aveva l'ingresso sul piazzale. La messa della domenica mattina si ascoltava senza partecipazione perché i più, ad ogni rumore che ipotizzava l'apertura della porta, si voltavano indietro per vedere se era arrivato qualcuno di famiglia che avrebbe mitigato la nostalgia e portato conforto con qualcosa di buono fatto in casa.

La retta era sopportabile. Il vitto equilibrato. La domenica appariva, come secondo, una bistecca circondata da una foglia, spezzata, di insalata. Il tutto rispettava i tempi. La cucina era affidata a tre suore del Napoletano. Il cameriere era il sig. Nicolino Amicarelli.

Chi doveva andare da Agnone al convitto poteva prendere una mulattiera che partiva da piazza del Popolo. Su quella mulattiera mamma Camilla, che una domenica veniva a trovarmi, non si accorse che gli cadde un pullover di lana che mi aveva fatto con tanto amore, tornata indietro non trovò nulla. Il dispiacere e il ricordo di non avermi potuto fare la sorpresa è durato molti anni. Oggi la mulattiera è una comoda strada intitolata a mons. Geremia Pascucci, il vescovo che ridiede vita al convitto. Si arrivava in convitto da una strada carrabile ma brecciata, che si diramava da via Gualterio, oggi intestata a mons. Giannico, il vescovo che volle in Agnone, nel 1951, il Congresso Eucaristico.

I problemi si presentavano per raggiungere Agnone, dove tutti i convittori dovevano andare. Si partiva con una datata autocorriera color "nutella". Prima di immettersi su via Gualterio si doveva affrontare una salita che era un baluardo specie quando si doveva andare a piedi. Si giungeva ad ammirare il monumento a Libero Serafini in piazza Vittoria, dove si sciolgono i cortei funebri, per immettersi su corso Vittorio Emanuele ed arrivare al largo Annunziata da dove inizia salita Giuseppe Verdi che porta in piazza Plebiscito dove l'esperto autista, sig. Giacinto De Renzis, con un largo raggio girava per la piazza e si posizionava davanti al negozio del sig. Cosmo Antonelli e la Chiesa di San Giacomo denominata "della SS. Trinità". Dalla corriera uscivano gli allegri convittori.

In piazza Plebiscito, già piazza del Tomolo (o tùmbre), troneggia la casina dell'ex dopolavoro fascista che si occupava anche dell'elevazione morale e fisica del popolo. Dal loggiato hanno tenuto i "comizi" personaggi politici agnonesi. Negli anni '55 i locali furono sede del dopolavoro Acli dove accedevano solo gli iscritti. Intorno alla marmorea fontana e su tutta la piazza, dove vi era il sale e tabacchi del sig. Carmine Di Nucci, si posizionavano i vari gruppi di studenti in attesa di andare in classe. La maggioranza dei ragazzi andava alla scuola di avviamento professionale ed alla tecnica. Per ammirare le ragazze bisognava posizionarsi su via Antonio Lucci perché le ragazze andavano alla scuola media. Prima di un tentativo di approccio, bisognava guardarsi intorno per non farsi prendere in contropiede, magari da qualche "vigile" nonno.

La campanella che faceva smuovere i ragazzi era quella dell'avviamento che era situato nell'antico Monastero dei Filippini ed ex Convento dei Padri Caracciolini, ad inizio di via Garibaldi. Il suono squillante era prodotto da una specifica azione fatta, con una catenella, dal bidello che la governava, sig. Pasquale Cimmino la cui specialità era "bloccare" il suono. L'altro bidello sig. Romolo Bucci presidiava il portone per un ingresso regolarizzato. Per arrivare nelle aule si passava davanti la cappella ove era morto, il 4 giugno 1608, san Francesco Caracciolo. Pochi rivolgevano un pensiero al santo, perché la cappella era aperta solo per la Santa Messa dell'apertura dell'anno scolastico.

Il ritorno in convitto metteva buonumore. Dopo pranzo, pochi minuti di ricreazione prima di andare a studiare. Tempi scanditi per lo studio e lo svago. Gli errori, le disubbidienze e i capricci venivano puniti con bacchettate. La bacchetta era stata "costruita" per avere un buon risultato. Era chiamata la "Santa Justa” dal rettore don Gennaro che era quasi l'unico ad adoperarla. Lunga circa 80 cm. era larga 5 cm. dal lato che doveva incontrare la mano del punito e 3 cm. dal lato dell'impugnatura.

La salute dei convittori era assicurata dal dott. Sergio Emanuele Labanca che è stato medico, scrittore, drammaturgo e poeta. Gli toccò curare i convittori che in massa furono assaliti dalla famosa pandemia influenzale "asiatica" che metteva paura per le complicazioni broncopolmonari. Un collaboratore volontario era il dr. Alessandro Bartolomeo, dirigente dell'ufficio del lavoro e di zona, che arrivava sul piazzale del convitto con una veloce motocicletta. La logistica dei controlli sull'attività e la moralità dei convittori era affidata, a bravi giovani che prendevano il titolo di istitutori ed erano coordinati dal prof. Antonio Arduino che è stato prima convittore e poi dirigente dell'istituto.

Nel dicembre 1957 quasi tutti noi convittori, prima di tornare a casa per il Santo Natale, fummo vestiti da marinai. L'abito era fatto a imitazione dell'uniforme dei marinai sia nella foggia che nel colore. Mancavano le stellette e il cappello. Il tessuto, di panno grossolano, procurava prurito che induceva a grattarsi e sporcava vistosamente il collo. Un impermeabile, ad un petto, di colore blu scuro, che doveva proteggerci dal freddo completava il corredo. I convittori erano diventati "marinaretti" perché l'istituto era convenzionato con il Ministero della Marina che assisteva, attraverso la solidarietà, gli orfani. Da tutta l'Italia arrivavano ad Agnone, come convittori, ragazzi con particolare situazioni di bisogno.

Una foto rara, conservata dall'ex convittore Giuseppe Sciulli di Sant'Angelo del Pesco, deceduto in Venezuela, mostra un gruppo di "marinaretti" in pellegrinaggio, che volle il vescovo Pio Augusto Crivellari, il 10 maggio 1959 a Roma. I ragazzi in divisa sono 75 e 25 quelli in abiti civili. I tre sacerdoti sono: don Gennaro Di Nucci, don Giovanni Amicone e don Pietro Mastrangelo. Gli istitutori sono 4. È presente un graduato della marina.

Per la resistenza alle diverse traversie e gli alterni avvenimenti san Bernardino merita una medaglia d'oro.

Dal 1970 la struttura ospita persone anziane che lì hanno trovato aiuto, conforto e aria di casa, grazie al tenace don Gennaro Di Nucci che volle la casa di riposo. Ad aiutarlo vi era don Alessandro Di Sabato.

Oggi il complesso/immobile è di proprietà del Ministero dell'Interno. Il vescovo di Trivento negli anni '90 trovò i fondi necessari per acquistare l'immobile - 600 milioni delle vecchie lire - ma un parere negativo della Sovrintendenza per i beni architettonici fece sfumare tutto.

Don Gennaro il 31 marzo 1994 tornò alla casa del Padre. Gennaro Loreto tornò alla sua Capracotta, alla cappella San Gabriele del cimitero comunale.

San Bernardino è un pezzo di storia della cittadina di Agnone. Agli ex eroici convittori, lunga vita e meritati auguri di buon Natale 2017 e felice anno 2018.

Scusate la noia.


Cesidio Delle Donne

Fonte: https://www.costajonicaweb.it/, 20 maggio 2020.