• Letteratura Capracottese

La Dogana di Foggia e i maggiori "locati" di Capracotta dal 1600 al 1800


Tratturo da Foggia alla Chiesa di Gesù Maria, 1652.

La Dogana delle pecore di Puglia, abolita all'inizio del XIX secolo, era un'istituzione attraverso la quale si disciplinava l'attività economica che ruotava attorno al transito delle greggi che specialmente dall'Abruzzo e dal Molise, scendevano a svernare nel Tavoliere delle Puglie. Ai fini fiscali, rappresentava una delle maggiori entrate per il Regno; ogni anno la Regia Corte affittava gli erbaggi per il pascolo delle pecore e degli animali grossi. Nel 1592 furono censiti nei pascoli del Tavoliere 4.471.496 pecore e 9.600 animali grossi, che fruttarono al governo 622.173 ducati e 7 carlini. Questo tipo di finanziamento esisteva già al tempo dei romani, come narra Varrone, e in epoca normanno-sveva il transito degli animali provenienti dall'Abruzzo è indicato nelle costituzioni del re Ruggiero e dell'imperatore Federico. Le lunghe guerre che afflissero il paese portarono alla rovina la dogana che fu ricostituita solo nel 1447 da Alfonso d'Aragona, Re di Napoli. In origine la proprietà dei terreni era ripartita tra il fisco, i baroni, le chiese e altri proprietari particolari; il governo li acquistò e li ricondusse ad unità, realizzando una vasta estensione di terreno denominata Tavoliere che si estendeva per circa 70 miglia di lunghezza e 30 di larghezza. Inizialmente le terre furono divise in 43 porzioni, poi ridotte a 23, dette locazioni e locati erano coloro che fruivano dei terreni a pascolo. Il Sovrano aragonese intenzionato a ricostituire la dogana, nominò Francesco Maluber come commissario riformatore e primo doganiero, assegnandogli, per quest'ufficio, la rendita di 700 ducati e il diritto di pascolare mille pecore. Con singolare lungimiranza il sovrano aragonese istituendo la dogana, assicurò la protezione ad un'industria naturale che si svolgeva tra i pascoli estivi d'Abruzzo e quelli invernali di Puglia. In cambio dell'uso dei pascoli del Tavoliere e dietro pagamento di una discreta tassa a favore del fisco, i locati ricevevano protezione dal governo anche lungo il percorso della transumanza, che si snodava lungo i tratturi. Il Doganiere aveva piena giurisdizione sui possessori degli animali doganali, sui pastori e sugli altri addetti. La giurisdizione speciale del doganiere dette vita al Tribunale doganale di Foggia. Il doganiere era coadiuvato da due credenzieri con l'incarico di riscuotere la fida dei pascoli ed un uditore per l'amministrazione della giustizia. Il doganiere inoltre eleggeva gli ufficiali minori e subalterni detti cavallari perché accompagnavano a cavallo il bestiame e l'assistevano d'inverno nelle locazioni. Il pascolo del bestiame e l'esercizio dell'agricoltura (una porzione di terre fu espressamente riservata all'attività agricola) nelle terre fiscali di Puglia, erano disciplinate dalle istruzioni doganali che costituivano il codice del Tribunale di Foggia. Lo snellimento delle procedure previste per il funzionamento del Tribunale doganale fece incrementare anche il numero di coloro che sceglievano di condurre le greggi nei pascoli fiscali, perché in questo modo le loro cause venivano emendate dalla giurisdizione ordinaria e ricondotte in quella doganale; l'aumento dei locati contribuì ad incrementare ulteriormente le entrate del Regno. Ma il ricorso al tribunale doganale aveva anche un altro merito: quello di rappresentare per i cittadini delle terre baronali uno strumento idoneo per liberarsi dalle vessazioni commesse nelle corti locali a causa del governo feudale.

Nei primi tempi dell'istituzione della Dogana, il pagamento dell'affitto dei terreni era effettuato con il metodo della professazione; ogni possessore di pecore professava, cioè rivelava, in un giorno determinato, il numero delle sue greggi e i terreni migliori erano riservati a chi ne possedeva il maggior numero. Nel 1788 si decise di cambiare sistema stabilendo un periodo transitorio con pagamento di un affitto sessennale, per passare quindi alla ripartizione di tutte le terre concedendole in enfiteusi perpetua. L'arrivo dei francesi a Napoli sancì l'emanazione della legge con la quale si aboliva la dogana del Tavoliere (legge del 21 maggio 1806) e si commercializzavano le terre assegnandole con preferenza a coloro che già le utilizzavano. Da questo momento e fino al 1865, quelli che prima erano chiamati locati, presero il nome di censuari. Il periodo della Restaurazione fu caratterizzato da una pressione fiscale senza precedenti, che unita all'andamento negativo di diverse annate sia per le colture che per il bestiame, contribuì ad impoverire la ricca industria che il Tavoliere aveva alimentato negli anni precedenti, con l'inevitabile ricaduta sulle finanze del Regno: a tutto il 1823, lo Stato doveva ancora incassare dai censuari, che non riuscivano più a far fronte alle esazioni fiscali, un arretrato di oltre un milione di ducati. I tentativi e gli sforzi del governo di porre rimedio a questa situazione, non riuscirono a restituire all'istituzione della dogana i fasti del passato e il Tavoliere vide diminuire, di anno in anno, fino a scomparire quasi completamente, l'afflusso delle greggi ed il numero dei pastori che scendevano dai pascoli invernali.

Le pecore molisane, fin da quando la dogana fu istituita (1447), furono qualificate gentili e soggette a discendere nei pascoli fiscali. A quest'obbligo faceva da contrappeso, come abbiamo visto, la garanzia di transiti sicuri, erbaggi sufficienti, difesa assicurata da un foro particolare affidato al doganiere, nonché lo smercio garantito dei prodotti legati all'attività della pastorizia. Gli allevatori erano considerati piccoli se possedevano fino a 200 pecore, medi da 200 a 2.000 e grandi se superavano questo numero.

Capracotta fu uno dei paesi molisani da cui proveniva il maggior numero di greggi, ed infatti qui troviamo molti dei grandi proprietari. I documenti relativi alla dogana, sono conservati presso l'Archivio di Stato di Foggia, di cui è stato direttore Pasquale di Cicco, autore del volume "Il Molise e la transumanza", dal quale ho tratto i dati che riguardano i maggiori locati e il numero di animali che possedevano, in un periodo compreso tra il 1600 ed il 1800, che per quanto riguarda Capracotta sono riassunti nella tabella che segue. Non sorprenda vedere nell'elenco i nomi del duca e della duchessa di Capracotta, o quelli di enti ecclesiastici come la cappella della Madonna di Loreto e quella del Santissimo, perché l'attività legata alla pastorizia, quando raggiungeva certe dimensioni, era molto redditizia. Il primato assoluto per il maggior numero di pecore posseduto spetta alla Cappella della Madonna di Loreto con 17.980 capi nel 1750 e ben 21.210 nel 1700, seguita nello stesso anno dal dott. Giacomo Antonio del Baccaro (16.900) e dal Duca (14.900). La Cappella della Madonna di Loreto, nel 1700, secondo una classifica riferita all'intera regione Molise, risultò seconda, preceduta da Giovanni Petitto di Campobasso (21.973) e seguita dal Monastero di S. Martino di Napoli in Vastogirardi (17.500).

Nell'elenco dei nomi ne figurano tre che non corrispondono a quelli dei nuclei familiari pervenutici attraverso alcuni documenti del XVIII secolo (Libro dei Fuochi, stati delle anime, Catasto Onciario): si tratta del cognome di Marzo, che appare due volte ed è probabilmente da leggere come di Marco, e dei cognomi di Rinaldo, e Galdieri. Considerato, però, che risalgono a un'epoca antecedente (XVII sec.) a quella dei documenti consultati è probabile che nel corso degli anni siano scomparsi, oppure che siano stati modificati, come nell'ipotesi dei di Marzo cambiati in di Marco.

Generalmente queste famiglie univano al benessere economico, una certa distinzione sociale ed erano composte d'individui con un elevato grado di cultura. Proviamo ad esaminare la situazione di una di questi nuclei familiari.

Nel 1743 troviamo Mattia Pizzella di anni 52, locato nella regia dogana di Foggia, figlio di Giovanni e Vincenza Pollice (a quell'epoca entrambi deceduti); nel 1712 aveva sposato Antonia d'Andrea (n. 1690 ca.) ma era rimasto vedovo. Sua moglie portò una dote consistente che ammontava a 360 ducati, che comprendeva 150 ducati in contanti ed il resto in oro e pannamenti. Avevano sei figli: Giovanni e Nicola, rispettivamente di anni 18 e 14, erano chierici e studiavano a Roma; Francesco Saverio, sedicenne, studiava anche lui a Roma; Giuseppe Maria di nove anni e Anna Rosa la più grande, di anni venti, monaca in S. Chiara ad Agnone. L'altro figlio, Alessandro (n. 1730 ca.) era deceduto prima del 1743. Il loro nucleo familiare era composto anche dal fratello maggiore di Mattia, D. Bernardo Antonio, canonico di S. Pietro in Roma e vescovo di Costanza, ricordato da Pasquale Albino nel suo libro "Biografie degli uomini illustri della provincia di Molise". Abitavano con loro anche due persone di servizio, Stella ormai settantaquattrenne e Carmine trentaquattrenne. Oltre la casa d'abitazione, una casa palaziata di 28 membri, che si trovava nella contrada di S. Maria delle Grazie, Mattia possedeva circa 46 tomola di terreni, oltre una vigna in territorio di Agnone. I greggi e gli armenti contavano 2.640 pecore e 178 animali grossi. Quest'industria aumentò esponenzialmente fino alla metà del 1700 quando i Pizzella possedevano 10.000 capi. Dal 1760 a Mattia subentrò il figlio Giovanni; da questo momento in poi il numero dei capi posseduti andò diminuendo fino a raggiungere i livelli di partenza, attorno al 1780.


Alfonso Di Sanza d'Alena

Fonte: http://www.casadalena.it/, 27 febbraio 2014.


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