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Dopo l'armistizio: il passaggio delle linee

  • Immagine del redattore: Letteratura Capracottese
    Letteratura Capracottese
  • 3 lug
  • Tempo di lettura: 4 min

Roberto Jucci
Il gen. Roberto Jucci col presidente Francesco Cossiga.

Mio padre, che nel frattempo era andato a comandare i Carabinieri della provincia di Teramo, disarmò i tedeschi e, allorché questi ripresero il sopravvento, fu costretto a fuggire verso sud. Prima di lasciare Teramo affidò molti dei suoi carabinieri al capitano Canger, suo Comandante di Compagnia; questi ultimi raggiunsero la montagna combattendo eroicamente come partigiani. Mio padre volle passare poi per Lanciano, dove si fermò solo poche ore per riabbracciare la famiglia. Io decisi di seguirlo e così iniziò la nostra fuga.

Raggiungemmo Ortona, sulla costa, sperando di poterci imbarcare su una delle due navi della nostra flotta, l'arrivo delle quali era ormai noto; assistemmo invece al passaggio di un convoglio di macchine importanti con il re e il suo seguito. Non ci rimase che guardare mestamente le navi che lasciavano gli ormeggi.

I tedeschi avevano intanto ripreso il controllo del territorio e noi, dopo aver raggiunto in treno, con la Sangritana, Castel di Sangro da San Vito Chietino, prendemmo la via del Sud a piedi, perché ormai tutte le vie di comunicazione erano controllate dai tedeschi. Avevamo una cartina turistica e pochi soldi, ma ci muovevamo in un territori conosciuto e amico; calibrammo quindi le tappe da percorrere a piedi, considerando ovviamente le distanze e le postazioni dei tedeschi, e tenendo in conto la possibilità di ricevere ospitalità e aiuto.

La prima tappa fu Capracotta (Isernia), dove mio padre aveva qualche buon amico e dove rimanemmo per un paio di giorni; la seconda fu Agnone (sempre in provincia di Isernia), dove si diceva che dei tedeschi non si sarebbe vista neppure l'ombra. L'ombra in effetti non la vedemmo, ma in compenso sentimmo con chiarezza i loro scarponi quando nella notte fecero irruzione nell'albergo dove dormivamo. Così scappammo da Agnone alla volta di Trivento (Campobasso), sede del vescovato retto da un prelato di una famiglia amica di Atessa.

Raggiungere Trivento era per noi di fondamentale importanza poiché, protetti dal vescovo Epimenio Giannico, avremmo potuto rifocillarci, riposarci e organizzare il passaggio delle linee, che si trovavano a circa cinquanta chilometri a sud di Trivento. Il vescovo ci ricevette e ci diede ospitalità nella sua abitazione. Trascorremmo qualche giorno dormendo in una magnifica stanza da letto e mangiando abbondantemente alla sua tavola, accuditi dalle suorine del vescovato. Una sera, purtroppo, mentre eravamo a tavola, la radio annunciò che i tedeschi avevano tolto il pastorale al vescovo di Trani perché accusato di avere aiutato persone ricercate dai tedeschi. Il nostro padrone di casa si impressionò e ci fece riprendere il cammino, offrendoci però di farci accompagnare dal suo segretario per aiutarci a ottenere ospitalità.

Il giorno dopo lasciammo Trivento, diretti come prima tappa nel vicino borgo di Lucito, dove arrivammo di sera; il nostro accompagnatore chiese ospitalità presso una fattoria di amici, presentando mio padre e me rispettivamente come il fratello e il nipote del vescovo. Fu una santa bugia, suggellata dall'esclamazione del contadino che, rivolto a me, disse: «Somiglia proprio a monsignore nostro».

Dopo un paio di giorni riprendemmo il cammino diretti a Ripabottoni (sempre in provincia di Campobasso), questa volta soli ma con una lettera di presentazione per una famiglia che avrebbe dovuto accoglierci. La famiglia ci ospitò. Erano tutti gentili e la padrona di casa cucinava dei meravigliosi ravioli (malgrado siano passati molti anni, il ricordo dei cibi che mangiavamo è rimasto in me molto vivo a causa della fame che ci accompagnava).

Il fronte distava appena dieci chilometri e la speranza era che gli Alleati avanzassero fino a raggiungerci. Invece i tedeschi cominciarono a venire ogni giorno a Ripabottoni, e i paesani ci consigliarono di non rimanere a casa durante il giorno, anche per loro sicurezza, ma di soffermarci in piazza con gli altri uomini del paese per confonderci con loro e non dare nell'occhio. L'espediente non funzionò, perché i tedeschi un giorno piombarono in piazza cercando di rastrellare tutti gli uomini. Fuggimmo; papà e io ci nascondemmo nel confessionale della chiesa che si affacciava sulla piazza. All'alba riprendemmo il cammino, anche perché i tedeschi, andando via, avevano annunciato che il giorno dopo avrebbero incendiato il paese.

La linea del fronte era sempre a circa dieci chilometri; cercavamo di procedere lungo i sentieri, nascondendoci come potevamo. Verso le nove vedemmo un grande fumo levarsi dal paese e sentimmo dei colpi di arma da fuoco che ci sembrarono diretti verso di noi. Cominciammo istintivamente a correre e, potenza della paura, attraversammo con un unico salto un canale che poco prima ci era sembrato quasi impossibile superare. Ci fermammo vicino ad alcuni ruderi per riprendere il fiato. Quando riuscimmo a ragionare di nuovo serenamente dovemmo constatare che il fumo era semplicemente quello sprigionato dai camini, e i colpi di arma da fuoco chissà dove e a chi erano diretti. Riprendemmo il cammino e dopo un paio di chilometri, quasi d'incanto, ci trovammo tra buche e camminamenti dentro i quali erano appostati i soldati inglesi: avevamo passato le linee senza accorgercene.

Ci caricarono su un camion e dopo qualche ora arrivammo a Bari, dove fummo interrogati dalla polizia inglese che invitò mio padre a presentarsi presso il Comando Generale dei Carabinieri, sul lungomare, dove prima si trovava la sede del Comando della Legione.


Roberto Jucci

Fonte: R. Jucci, Rivelazioni. Memorie di un uomo al servizio dello Stato, Giunti, Milano 2026.

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