• Letteratura Capracottese

Forcaioli più o meno sinistri: Nicola Falconi


Nicola Falconi (1834-1916) e Paolo Orano (1875-1945).

I Borboni son vivi ancora.

È un onorevole settantenne, nato cioè nel 1834, che li rappresenta e li continua. Quale puntello più solido per l'ordegno pesante della Forca!

Il deputato di Agnone (Campobasso), Nicola Falconi, riassume in sé, nel suo nome, nella sua vita, nella sua carriera, nella sua morale politica la terribile eredità borbonica - raggiunta nelle sue forme e nei suoi effetti micidiali soltanto dai varii gabinetti-fucilatori e sequestratori delle persone e dei giornali - del governo monarchico liberale italiano.

Quest'uomo nato a Capracotta (Molise) conta nell'albero di famiglia uno dei pezzi grossi tra i giustizieri del Borbone e precisamente suo zio e dal Borbone fece ancora in tempo ad essere nominato giudice. Adesso, nell'«Italia libera» è arrivato ai gradi più alti della Cassazione.

Ed è, ora, quel presidente della III Sezione della Corte d'appello di Roma che negò il rinvio anche di una settimana alla discussione dell'appello nel processo Bettolo-Avanti, da lui fissato proprio nei giorni del Congresso socialista di Bologna. È noto che l'on. Ferri rispose al presidente Falconi ed alla sua corte borbonica non presentandosi all'appello ed infischiandosi tranquillamente della cosiddetta... giustizia.

Voi capite da questo esemplare come più che spesso dobbiamo accorgersi e rilevare che le nostre supreme magistrature funzionano animate da uno spirito di equità e di serenità eguale a quello delle Camere di giustizia del passato e famigerato regime borbonico! È il regime che - mutato sigillo - continua negli stessi uomini!

Fu appunto sotto lo zio Stanislao Falconi che nel 1848 furono massacrati nelle prigioni i liberali, e fu anche suo zio quel Falconi vescovo di Altamura che - come tale - nel 1859 si trovò padrone del ricco patrimonio delle opere pie di Altamura medesima e di Bitonto. Da questi avi Falconi, usciti da Capracotta poveri, la famiglia ereditava un patrimonio enorme di cui la rendita quei pochi del paese che s'intendono, in tanta miseria di vita proletaria in Italia, affermano ascenda a cento mila lire. E don Nicola, l'onorevole magistrato del regno ha speso ogni sua attività ad aumentare questa sorta di capitale... frutto di onesto lavoro.

E adesso Nicola Falconi, deputato per Agnone è il vero feudatario dispotico del suo collegio. Immaginatevi che la sua influenza "morale" penetra sino nel cuore delle famiglie e che i matrimoni dei bravi giovani e tra "famiglie per bene" li ha combinati spesso questo avanzo borbonico. Basta dire ad Agnone, a Capracotta, a Castel del Giudice: – Don Nicolino approva questo matrimonio –, e la cosa è fatta; oppure non fatta se don Nicolino per ragioni di sua privata saggezza le disapprova.

Nei paesi del collegio non si nomina il beccamorto senza il consentimento anzi la sovrana iniziativa di don Nicolino. Non si dice poi dei segretarii comunali, degli impiegati postali, dei medici condotti. I rappresentanti dell'on. don Rodrigo vecchio, i suoi grandi elettori non hanno che mostrare il foglietto con lo stemma bleu della Camera e dire: – Falconi ha scritto. Questo talismano è infallibile.

Si deve all'on. per Agnone se il ministro Tedesco - commesso viaggiatore in promesse elettorali - è andato a visitare quella parte del Molise ed a promettere edifizii, ferrovie, strade e coserelle di questo genere. Il viaggio del "commesso viaggiatore" si deve all'effetto della campagna socialista contro il vecchio volpesco forcaiuolo. S'intende che non si vedranno né strade, né ferrovie, né edifizii, poiché i milioni per queste cose non si trovano mai; ma intanto vi sono degli ingenui che vi credono e vi crederanno ancora e il deputato feudale avrà anche il tempo di tirare nel collegio il ministro Rava - bonne à tout faire - allungherà il beverone della canzonatura agli elettori dell'emerito Falconi.

Il sentimento del dovere politico in don Nicola Falconi è tale che egli si presentò la prima volta nel 1876 agli elettori come candidato di sinistra - perché questa etichetta allora assicurava la riuscita nelle provincie meridionali, che, dall'avvento della "sinistra" al potere, sperarono la risurrezione e non ebbero che delusioni. Ma, appena entrato a Montecitorio, il "sinitro" don Nicola mise il suo sedere politico a destra. Non sappiamo se sia possibile dare un più coraggioso attestato di stima ai proprii elettori.

Né sappiamo se a Montecitorio ci siano molti che possano gareggiare col borbonico Nicola Falconi nella quantità dei voti forcaioli.

In ogni questione di libertà, egli ha sempre votato insieme con coloro che vogliono il popolo un branco di pecore, e che o rimpiangono il passato borbonico col relativo patibolo o vagheggiano e cercano di rendere possibile un presente che con quel passato di sangue e di oppressioni faccia a gara.

Votò contro l'abolizione del macinato...

Fu tra i trenta deputati che, in occasione del voto sulla proposta di suffragio universale domandarono - con vigliaccheria pari a pretesca ipocrisia - ed ottennero la votazione segreta.

Fu tra coloro i quali, adducendo la sciocca ragione della "incapacità", votarono contro la legge elettorale attuale che, comunque sia, ha messo in mano al proletariato, se esso va diritto per la sua via, una parte dei mezzi legali per la conquista dei pubblici poteri.

Dà il voto di fiducia a Depretis, l'11 marzo 1887.

Vota il credito di 20 milioni per le spese militari in Africa il 30 giugno 1887.

Approva la politica di Crispi il 22 dicembre 1888.

Dà il voto di fiducia a Rudini il 21 marzo 1891 e ne approva la condotta nel 1° maggio dell'anno medesimo, il 4 maggio 1891.

Dà il voto a Giolitti contro la mozione Bovio, il 28 gennaio 1893, che chiedeva l'inchiesta parlamentare sulle banche.

Vota contro la riduzione di 50 mila lire sul bilancio della guerra il 15 maggio 1894.

Vota per l'aumento del prezzo del sale il 22 giugno 1894.

Vota per i provvedimenti crispini di pubblica sicurezza il 9 luglio 1894.

Vota con la Forca per rimandare a sei mesi le mozioni Caetani-Sacchi (questione Crispi-Cavallotti) il 25 giugno 1895.

Vota per la sanzione ai decreti-legge il 10 luglio 1895.

Approva la politica di Crispi il 3 dicembre 1895.

È assente dal voto per accertare i fatti imputati a Giolitti, il 13 dicembre 1895.

È contro il ritiro dall'Africa il 28 maggio 1896.

Vota per l'appannaggio al principe ereditario il 18 dicembre 1896.

Vota contro l'abbandono della Colonia Eritrea il 22 maggio 1897.

Vota per Di Rudini e cioè contro l'ordine del giorno Colombo.

Vota contro l'abolizione del dazio doganale sul grano il 5 febbraio 1898.

Vota contro alla proposta di consegnare Crispi al giudice istruttore il 23 marzo 1898.

Vota contro la completa abolizione del dazio cereali.

Vota per Pelloux e i suoi provvedimenti di ordine pubblico il 12 luglio 1898.

Vota contro l'ordine del giorno Bovio che invita ad abbandonare l'Africa il 16 dicembre 1898.

Vota favorevolmente ai fondi segreti ai giornalisti contro l'ordine del giorno Dal Buono.

Vota per il passaggio alla seconda lettura dei provvedimenti politici il 4 marzo 1899.

Vota per la militarizzazione dei ferrovieri il 9 marzo 1899 e per l'emendamento turco di Pelloux il 17 giugno.

Vota contro la proposta ostruzionista di Ferri il 20 giugno 1899.

Vota per il decreto reale sui provvedimenti politici il 28 giugno '99.

Vota per lo strozzamento-chiusura il 9 marzo '900.

Vota col governo Saracco il 23 novembre '900 contro lo svolgimento della mozione Bertesi sul dazio pel grano.

Vota con la Forca ontro il ritiro dalla Cina, mozione Bovio, l'11 dicembre 1900.

Vota per Zanardelli, il 6 febbraio 1901, contro l'emendamento Fulci che non approva l'azione del governo.

Vota contro la mozione Bertesi che invita a presentare un disegno di legge per abolire il dazio sul grano, cereali e farine.

Vota contro la mozione Mirabelli che vuol ridotte le spese militari, il 19 febbraio 1903.

Vota contro l'ordine del giorno Ciccotti per la riduzione delle stesse spese, il 20 maggio 1903.

Vota contro la mozione Pantano che invita a denunciare le convenzioni ferroviarie, il 3 giugno 1903.

Vota contro la proposta d'inchiesta d'iniziativa parlamentare Franchetti, il 10 giugno 1903.

E dà il voto della paura, astenendosi, il 3 dicembre 1903, dal voto di fiducia a Giolitti, ordine del giorno Cao-Pinna.

E vota contro una migliore scuola secondaria, il 24 giugno 1904, ordine del giorno Varazzani.

Ecco dunque un altro uomo ed un altro ambiente - questo deputato Falconi del collegio di Agnone - che documentano il peso oppressivo delle sopravvivenze feudali nell'Italia meridionale.

Con la stessa disinvoltura con la quale Falconi in Roma dà il voto per il dissanguamento e le fucilate ai lavoratori, ad Agnone, nel collegio egli si ferma alla buona a ragionare come don Abbondio con tutti e si professa, cento volte in un'ora, «servitore umilissimo a tutti quanti».

Ecco di che cosa è fatta la coscienza di una metà forse degli uomini che "rappresentano" alla Camera il popolo d'Italia: di gesuitismo, di bonarietà ostentata a casa propria e di metodica rigida reazione in parlamento. Così l'avvilimento ed il favore si alimentano nei collegi; e mentre alla Camera il "governismo" vile della maggioranza permette l'altalena, a perpetuo inganno degli interessi del popolo. Guardando alla stregua di questi il caso vergognoso del feudo falconiano, ci convinciamo una volta ancora che il sistema rappresentativo meriterà di continuare se muterà dalle radici; altrimenti sarà destinato a cadere come l'ultimo palladio delle false libertà borghesi.

E a questo sta pensando la vigile e robusta coscienza del popolo socialista.


Paolo Orano

Fonte: P. Orano, I 508 moribondi, in «Avanti!», VIII:2804, Roma, 24 settembre 1904.

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