• Letteratura Capracottese

La grande tristezza


Una ceramica di Leo Giuliano.

Quando arrivò il treno proveniente da Isernia la corriera era ferma già da quindici minuti alla stazione di San Pietro. Corrado aprì le porte e il primo a salire fu il vento che gli assestò un fresco e dolce ceffone. Passato il brivido che lo aveva fatto tremare, si presentò ai suoi occhi un'immagine sconosciuta per quei posti di pecore e di lupi. Davanti alle porte una signora chiedeva se quella fosse la corriera per Capracotta, e quasi balbettando lui le rispose di sì, invitandola a salire.

Era diversa dalle femmine che lui conosceva in paese, bella assai, prima di allora una così l'aveva vista solo su qualche giornale. Capelli rossi e lunghi, come la neve che ancora si stava squagliando, le carni erano bianche, di sottile stoffa rossa il vestitino che, partendo dalla balconata che a stento nascondeva, scendeva stretto fasciandole i fianchi e come un fiore riaprirsi a coprir e un poco mostrar la grande piazza per infine fermarsi appena sopra il ginocchio.

Col suo piccolo bagaglio la donna si accomodò proprio dietro l'autista, non c'erano altri passeggeri. La corriera partì. Corrado era così rapito dal fascino di quella donna che non riusciva a parlare e non vedeva l'ora di arrivare in paese per liberarsi di quell'imbarazzo. Quando la corriera si fermò in piazza, la signora scese salutando in modo educato e, guardandosi intorno, si diresse subito verso il bar della piazza, la cui insegna recitava "BAR CLUB".

All'interno del bar un oste solo, pensoso e assonnato stava spazzando il pavimento: anche quella, come tutte le precedenti, sarebbe stata una giornata tranquilla, troppo tranquilla.

– Buongiorno, posso avere una tazza di caffè caldo, per cortesia?

La voce, seppur gentile e soave, fece sobbalzare l'oste che, voltatosi di scatto, lasciò cadere la scopa che aveva in mano, ma, superato l'attimo della sorpresa, si mise subito a disposizione dell'avventrice dalla meravigliosa balconata.

Come succede in ogni paesello, il forestiero è sempre avvolto da un alone di mistero, oggetto d'attenzione e curiosità da parte dei residenti, e così, senza perder tempo, l'oste iniziò a porre domande alla bella sconosciuta.

Il modo di parlare di lei era talmente gentile e suadente che a udirla si rimaneva inebriati e il corpo tutto veniva pervaso da incandescenti bollori. Ella affermò di essere una dottoressa che curava la tristezza e che lì a Capracotta voleva affittare una casa per esercitare la sua professione. Chiedeva quindi di essere aiutata nella ricerca.

La casa che cercava doveva essere munita di bagno, di salotto e di camera con letto matrimoniale, e possibilmente non al centro del paese.

Dopo essere riuscito a domare con grossa fatica l'incendio che gli era scoppiato dentro, l'oste suggerì alla Dottoressa di rivolgersi al postiere che, conoscendo tutti in paese, avrebbe potuto aiutarla.

Il postiere fece bene il suo lavoro e trovò subito la casa giusta.

La Dottoressa riceveva solo per appuntamento e, inutile dirlo, solo a pagamento.

La sua grande esperienza le consentiva di curare tutte le tristezze, grandi o piccole che fossero. Le terapie erano varie, sempre rapportate alla grandezza del problema, e potevano servire molte sedute per curare un paziente affetto da una grossa tristezza.

Non ci volle molto tempo che tutti gli uomini del paese scoprirono d'essere terribilmente tristi, e così... tutti in cura dalla Dottoressa.

Erano gli ultimi giorni di ottobre, come lupo famelico il freddo iniziava a morder le carni, e una mattina il paese si svegliò di neve imbiancato. Era arrivato l'inverno.

Toc toc, toc toc, toc toc...

Le undici del mattino e Anastasio, di pino silvestre cosparso, senza ricevere risposta, bussava con insistenza a quella porta, ma quel giorno nessuno gli avrebbe aperto. In altri paeselli la Dottoressa era andata a curar tristezze.

E per il paesello... fu di nuovo la grande tristezza.


Leo Giuliano

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