• Letteratura Capracottese

Il grande viaggio (II)


Illustrazione del piccolo Franco Ciampitti seduto alla sinistra di Giacomo Paglione.

Stava intorno il paesaggio maestoso dei monti, i prati sconfinati, i boschi scuri, le groppe rocciose, le vette bianche di neve. In questa immensità, che pareva smaltata tanto era viva nella grande luce, la strada bianca e dritta somigliava ad un sentiero ed i quattro cavalli, che, appaiati, correvano trainando la carrozza, come se non pesasse affatto, dovevano essere bestie molto allegre, uscite a divertirsi con tutti quei sognagli.

Giacomo ogni tanto cacciava un piccolo, stranissimo grido e nello stesso tempo tagliava l'aria con colpi alti di frusta, senza nemmeno sfiorare i cavalli.

La corsa continuava sempre con lo stesso ritmo, le sedici zampe, battendo a tempo lo stesso zoccolo, sfioravano appena il suolo e risaltavano più avanti. Era proprio una gioia andare così e guardare quel mare di erba che, al di là delle prode della strada, sfuggiva sotto l'occhio, si stemperava, si fondeva, assumeva tinta di acqua verde. E, sopra, ciuffi di margherite bianche e papaveri rossi e ranuncoli gialli e fiori di altri colori, motivi festosi del paesaggio.

I cavalli intanto si misero al passo. Non correvano più e Giacomo allentò un poco le redini, appoggiò un gomito sul ginocchio e si curvò un poco in avanti: era cominciata la salita.

Una salita che diventava sempre più aspra. La strada non era più diritta, seguiva il pendio, evitava gli alberi del bosco, nel quale eravamo entrati; non era un bosco ma una foresta che si infittiva; ad una svolta le piante ci strinsero addirittura, si richiusero in alto con un intrigo di rami; una galleria sotto la quale la luce penetrava molto blanda quasi che fosse bagnata ed avesse perduto la chiarità dorata del sole. Giacomo allungò una mano e con un gesto netto strappò un piccolo ramo. Me lo porse chiedendomi:

– Sei contento di venire lassù?

Lassù? Che c'era lassù? non mi ricordavo assolutamente di nulla. M'ero scordato persino della casa mia, della nonna, del babbo, di Ersilia, del gatto, dei cugini, di tutto. Il mio mondo di poche ore prima non esisteva più e come potevo avere ricordo di altri viaggi? Stavo scoprendo un mondo nuovo e le sensazioni non provate mai non lasciavano margini per nessun altro pensiero, ora non mi spaventavano le lunghe ore di strada da coprire né l'ignoto che affrontavo.

Saremmo arrivati in quel paese così strano, posto tanto in alto, lontano da tutti gli altri, d'inverno coperto da tanta neve, un paese che parlava già con un fascino sconosciuto alla mia prima ansia di avventure. D'improvviso mi ricordai del nonno. E poiché col bacio del primo incontro, col tenermi stretto al suo fianco, con il dono di quel ramo e di quelle foglie, Giacomo mi aveva fatto capire che potevao contare su di lui, a lui mi rivolsi: gli misi una mano sul braccio e gli confidai che volevo il nonno. Sorrise e rispose che tra poco ci saremmo fermati e lo avrei rivisto.

La strada, in quel tratto, era divenuta quasi pianeggiante ed i cavalli avevano nuovamente accelerato l'andatura. Non più curve strette, svolte a serpentina ma lunghi rettilinei tagliati in mezzo ad altri prati verdissimi, dove gli alberi si diradavano sempre più, lasciando spazi assai vasti intorno a loro.

In certe zone se ne stavano addirittura isolati, senza nessun'altra pianta vicina, soli a godersi il sole. Erano alberi grandissimi, con rami di eguale lunghezza disposti a cupola perfetta.

Mi chiedevo se fossero davvero contenti del modo in cui vivevano; avvertivo il dubbio che quella solitudine derivasse da una punizione, che fosse un castigo per chi sa quali colpe.

Per i prati fioriti cavalli e mucche, che pascolavano o stavano immobili o addirittura stravaccati sull'erba; forse dormivano.

Ogni tanto giungeva di lontano un abbaiare di cani. Qualcuno di questi, tutto coperto di pelame bianco era apparso d'improvviso correndo e s'era affiancato proprio alle ruote, abbaiando con rabbia. Denti bianchi dentro bocche rosse. Non si capiva che cosa volessero. Nessuno badava a loro, né i cavalli né Giacomo né il suo aiutante né la gente della carrozza. Soltanto io, guardando quelle fauci spalancate, m'impensierivo un poco.

Vedemmo all'improvviso che la strada si allargava, terminando in uno spiazzo, dove confluivano altre vie; era davanti a noi una grande casa dipinta di rosso sbiadito. Cavalli sellati e legati agli anelli di ferro rimasero fermi all'arrivo della diligenza; fu uno dei quattro che la tiravano a nitrire appena si arrestò. Si vide allora una grande giumenta scura volgere la testa a guardare.

Uscirono subito dalla casa tre uomini, poi una donna ed alcuni bambini. Giacomo fu svelto a saltare a terra e, per prima cosa, mi prese sotto le ascelle e mi depose sulla strada; faticai un poco a tenermi in piedi, in equilibrio. Bevevo a grandi sorsi l'aria, mi stropicciavo gli occhi. Cercai dopo il nonno; non ancora lo scorgevo e lui già mi aveva trovato; ora mi stringeva con tenerezza.

– Ti sei stancato? hai fame?

Non rispondevo. Entrammo nella taverna; intravidi, sospesi al soffitto scuro, lunghi festoni di salsicce, salamini, salami; e poi grossi prosciutti, formaggi rotondi, cipolle, agli legati a treccia, come le pannocchie di granturco. Mangiammo abbondantemente, bevemmo un vino bianco, asprigno e ci accingemmo presto a ripartire.

Presso la carrozza stavano il signore nemico mio e del nonno e la dama buona. Lui masticava qualche cosa muovendo la barbetta a punta, che andava su e giù. Lei aveva colto dei fiori e li contemplava. Mi sorrise ancora sentendo che pa