• Letteratura Capracottese

Il grande viaggio (III)



Una vaga inquietudine mi stava prendendo. Trasalii allorché sul crinale apparve lo sconosciuto: ritto sopra uno scheggione di pietra grigia; era alto di gambe ed aveva un mantello a ruota molto corto. Portava un cappello dalla falda larga, piuttosto calata sul volto ed un fucile a tracolla. Un balenio di luce si accese due o tre volte sulle canne dell'arma. Io scorsi per primo l'uomo, mi rincantucciai meglio tra i due uomini. Girai bruscamente il capo a guardare Giacomo: il volto gli si era indurito di colpo. Taceva.

Eravamo dinanzi ad una presenza reale e ostile, sotto il controllo di un'arma. Forse sarebbe stato meglio se fossi rimasto nell'abitacolo. Pensai alla dama, al compagno di viaggio che aveva la testa grande e mani pelose, al nonno.

Buon per loro che non fossero esposti come lo eravamo noi tre. Mi ricordai del signore antipatico: forse avremmo potuto trarlo fuori, mostrarlo allo sconosciuto, offrirglielo.

Oltre alla barba caprina aveva una spilla d'oro.

Giacomo e il suo aiutante s'erano chinati in avanti; mi toglievano la visuale ai lato della strada; di questa scorgevo soltanto una striscia tra i fianchi dei due uomini, che scambiavano a tratti parole brevi, sommesse, incomprensibili. Mi sentivo protetto ma avvertivo che il pericolo non era scomparso: non riuscivo a scorgere la sagoma scura del nemico ma ero certo ch'egli stava ancora lì e ci guardava. E finalmente la salita finì. I cavalli si misero al trotto. I due compagni di viaggio si raddrizzarono, consentendomi di guardare verso lo scheggione di roccia: lo sconosciuto era sparito.

Per la seconda sosta la diligenza s'arrestò in una zona boscosa pianeggiante, al centro di una radura, che la strada tagliava nel mezzo; da un lato, quasi nascosta dagli alberi, al margine estremo della radura, si scorgeva una vecchia capanna di legno.

Una specie di piccolo terrazzino in pietrame le stava davanti e una rustica ringhiera, composta con grossi rami, le conferiva una certa grazia ingenua e dimessa. Aveva finestrine quadrate, che parevano ammiccare sotto la falda protesa del tetto spiovente. Stava lì solitaria e silenziosa come una bambina scontrosa. Immaginai che l'abitassero piccoli uomini amanti anch'essi del silenzio e della solitudine e sperai di poter rimanere ad attendere che uscissero da quella porta chiusa. Invece nessuno si mostrò e non ci fu segno di vita per tutto il tempo della sosta.

A breve distanza, sotto una parete di roccia, sgorgava una fontanella; tutti e sette andammo a bere di quell'acqua.

Presso la sorgente compresi che il nonno parlava di me con la signora. Col bicchiere in mano, mentre sorseggiava l'acqua, lei mi andava osservando. Intravedevo, sotto il velo, gli occhi scuri incupiti da un'ombra che li cerchiava e i denti bianchi, lucenti. Un volto che attirava guardandomi, che sembrava chiamarmi con gli occhi. Mi girai quasi di scatto e raggiunsi il lungo terrazzino della capanna.

Mi venne incontro il ricordo di mia madre. Sorrideva anche lei con le pupille luminose, piene di quella dolcezza remissiva, un'offerta costante di tenerezza, un invito a tutte le confidenze.

Lei non aveva cappelli con veli e animali; intorno al viso girava solo un'orlatura rigonfia e sempre ravviata di capelli castani sui quali si muovevano delicati riflessi. Non aver pensato a lei dalla mattina? da quando m'aveva baciato, stringendomi fra le braccia e fissandomi nel viso. Ricercai quello sguardo e si gonfiò dentro l'ansia di ritrovarlo davvero, un vago desiderio di tornare indietro, di raggiungere il paese, la casa e lei, lei soprattutto, la mamma mia!

Invece mi ripresero in braccio, mi portarono sul sedile della carrozza e ripartimmo.

Giacomo era sempre più premuroso; mi accarezzl sulla nuca, mi chiese se avevo mangiato qualcosa. Tardai a rispondere, ero distratto, assorto, vedevo il paese mio: strade, vicoli, piazze, mura, case, casette. Mi trovai nelle mani un po' di pane ed un uovo sodo.

L'orizzonte si slargava di nuovo intorno a noi, l'aria diveniva più fresca. Ancora un po' di malinconia: la nostra casa in mezzo alle altre.

La via stretta, il vicolo più stretto, la piazzetta piccola, il riquadro del giardino. Laggiù, in una lontananza dorata, tutto era sparito dalle prime ore del mattino. Allora era cessata l'oppressione di quelle mura troppo vicine fra loro, troppo alte, che si ergevano verso strisce di cielo e di luce.

Partendo, ero felice di andarmene di là ed ora una sensazione di vuoto, di smarrimento mi veniva procurando sottili sofferenze: forse la prima nostalgia, il sintomo di un male oscuro e lieve.

Si continuava a salire e l'orizzonte ad allargarsi. Una montagna grande grande si era avvicinata alla strada; l'aveva fatta strisciare sui suoi pendii e poi più in alto. Con certi muraglioni a strapiombo e svolte improvvise, la via, divenuta audace, si andava avvicinando alla cima. La diligenza avanzava a fatica; dal petto dei cavalli le cinghie si stiravano nello sforzo del traino.

Finalmente una groppa verde, chiazzata di neve, niente più. Il cielo, il grande cielo. Una immensità di luce azzurrina, abbacinante.

Guardavo e la sofferenza mia si stemperava, finiva.

Ero in un altro mondo.

L'avevo guardato da lontano, dai muraglioni che sorreggevano le strade e le case del mio paese.

Ora lo avevo raggiunto, lo contemplavo da presso.

Esso si faceva scoprire, si offriva alla curiosità ansiosa, tutta lievitata di fantasia. Impensate bellezze, luci, colori, riflessi, lontananze vibranti nel sole; rocce, prati, nevi, alberi, segni superbi della natura.

E lo spazio, l'infinito.

Esso mi eccitava. Al di là di quell'incantato sgomento, il desiderio, la curiosità, la spinta ad andare innanzi. Da lontano, da molto lontano un latrare di cani. Finì di colpo e poi ricominciò.

Per un poco parve avvicinarsi ed invece si allotanò di nuovo. Ed ecco che venne decisamente dalla nostra parte spezzandosi, riprendendo, affievolendosi; si fece rabbioso, serrato, cattivo.

– Adesso vedrai la volpe, – m'avvertì Giacomo. E la vidi.

Distanziati i cani, che l'inseguivano, ci tagliò la strada, cento metri avanti. Era bella. Con la testa protesa e la coda dritta, correva muovendo le zampe velocemente: una pennellata di colore fulvo rapidissima. Poi, dopo alcuni minuti, sulla stessa traccia, passarono i cani: erano brutti e correvano male, a sbalzi scomposti, con la lingua pendente dalla bocca aperta. Si capiva ch'erano inferociti perché la volpe se n'andava, li batteva.

Ero contento. Parteggiavo senz'avvedermene per la volpe. Sola e piccola mentre i cani erano cinque e quattro di essi molto grandi. Uno era basso e magro, un cane da niente.

– La riporteranno alle poste.

Disse Giacomo e indovinò di nuovo.

Sentimmo che la canea ritornava. C'era sulla destra una valletta, coperta di erba alta e folta, con minuscole traccioline di vecchi sentieri. Su uno di questi s'infilò la striscia fulva ma dietro di essa, subito, a breve distanza, apparve il cane basso. Non si capì come avesse fatto a guadagnare tanto terreno, staccando gli altri quattro più grossi che tardavano ad apparire sul sentiero. Sperai che la volpe corresse di più e per un tratto questo avvenne; invece, all'improvviso, uno sparo spaccò l'aria sulla valletta e la vidi fare un balzo, ricadere sull'erba, rimanervi immobile. Povera volpe! Il cane le fu addosso; cercò di morderla ma quella, da stecchita che era, ebbe uno scatto ed azzannò il nemico alla gola.

– L'ha fatto! – esclamò Giacomo. – È inutile: il cane che va avanti è sempre il più fesso.

Le due bestie, dopo alcuni sussulti, stavano sull'erba e arrivarono gli altri cani e abbaiavano e saltavano senz'accostarsi. Poi giunsero i cacciatori, uno alla volta; discutevano, litigando fra loro, pareva che dovessero venire alle mani. La carrozza era ormai al culmine dell'ascesa; le voci irate non si sentivano più: dinanzi a noi s'apriva il valico, il punto più elevato del percorso.

– Guarda –, disse Giacomo, sollevandomi il mento con un dito. – Lo vedi?

Una fila di case bianchissime, forse fatte di neve, sull'orlo di un crinale; dietro quelle case il cielo, il cielo soltanto. La strada cominciò a scendere dolcemente e i cavalli si rimisero al trotto e il tintinnio dei campanelli si fece più allegro, si confuse col rumore delle ruote, con gli scricchiolii dei legni della diligenza, con alcune voci di gente che salutava, uomini issati sui basti di una teoria di muli sporchi, anneriti dal carbone. La carrozza correva di più perché il trotto diventava più vivace e le case bianche ingrandivano: il paese. Eccolo. Com'è bianco! Com'è bello! Socchiudere gli occhi. Palpebre appesantite dalla stanchezza, pupille abbacinate da tanta luce. Essa si trasformava nell'animo in una felicità primitiva, un tremore fuso nel nome, nelle sillabe di un nome che per la prima volta scandivo e che imparavo per sempre.


Franco Ciampitti

Fonte: F. Ciampitti, Il grande viaggio, in T. Sardelli, Narratori molisani, Marinelli, Isernia 1975.

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