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Iaco, il campione


Erasmo Iacovone e Giovanni Fico, 31 dicembre 1977.

Da un lutto calcistico a un altro. Nella notte tra il 5 e il 6 febbraio 1978 perde la vita in un incidente stradale Erasmo Iacovone, 25 anni, il bomber di Capracotta, paesino appenninico in provincia di Isernia. Un pugno di settimane prima, il 20 novembre, ha ingannato il portiere Graziano De Luca (subentrato ad Angelo Venturelli) decidendo con uno scavetto a favore degli ionici il derby col Bari, il più antico di Puglia. Quel giorno, il Taranto ha agguantato il secondo posto, in solitudine. Da allora e per due mesi e mezzo ha sognato la A dietro l'Ascoli dei record.

"Iaco", com'è chiamato dai tifosi rossoblù, firma nove reti nelle prime ventuno gare di campionato (come il barese Pellegrini e Massimo Palanca del Catanzaro). Cui si aggiungono le otto nelle 28 partite del torneo precedente, durante il quale, in ottobre, il Taranto lo ha strappato al Mantova e alla Serie C per 400 milioni di lire, più di un milione e 800 mila euro attuali.

Sulle sue tracce c'è già la Fiorentina. Ma nella notte del 6 febbraio 1978 tutto finisce. Un'Alfa Romeo 2000 GT, appena rubata dal bandito Marcello Friuli, a fari spenti e alla velocità di 200 km. orari per sfuggire alla polizia, centra la Citroen Dyane 6 dell'idolo tarantino, sbucata da una strada secondaria. "Iaco" sta rientrando a casa dopo aver cenato con alcuni compagni a San Giorgio Jonico. Davanti a un buon pasto, ha provato a smaltire l'avvilimento per due pali colpiti nello 0-0 interno con la Cremonese di poche ore prima. Il suo corpo, a causa della violenza dell'impatto, viene sbalzato a cinquanta metri dal luogo dell'incidente.

In quindicimila partecipano nella Chiesa di San Roberto Bellarmino ai funerali, conclusisi nello stadio "Salinella", sotto una pioggia battente. E scanditi dalle tremanti parole del patron Giovanni Fico, un ex macellaio arricchitosi grazie all'indotto dell'Italsider - come in quel periodo si chiamava l'acciaieria Ilva, diventata Arcelor Mittal nel novembre 2018 e ora... chissà -, davanti alla bara del campione portata in spalla dai compagni: «Ho considerato e considero sempre i giocatori del Taranto come i miei figli. Ma tu, Erasmo, eri il migliore. C'erano molte squadre che a novembre ti volevano. E io non t'ho ceduto. Se l'avessi fatto, ora tu saresti vivo. Perdonami, Erasmo. Questa folla ti applaude ancora e io m'impegno a che per il futuro questo stadio si chiami per sempre Erasmo Iacovone». Impegno mantenuto. Il "Salinella" cambia nome solo due giorni più tardi.

Con lui, col bomber di Capracotta, svanisce anche il sogno del Taranto. Quello di una delle più grandi città di provincia a non aver mai disputato la Serie A. Ma anche quello del patron Fico. Quello del tecnico Domenico "Tom" Rosati. Quello di «Tetrovic, Giovannone, Cimenti; Panizza, Dradi, Nardello; Gori, Fanti, Iacovone; Selvaggi, Caputi» che i bambini recitano a mo' di filastrocca. Quello del Taranto che insegue una chimera. Sino a quella tragica notte d'inverno. I rossoblù. per altri nove turni, restano in zona promozione, lontani solo dall'Ascoli, capolista e irraggiungibile. Le speranze durano - destino atroce - proprio fino al derby di ritorno, il più atteso, con il Bari che s'impone coi gol di Sciannimanico e Penzo (2-0). Gli ionici scivolano al nono posto. Da quel momento, l'assenza del bomber molisano si fa sentire. Così, il Taranto più forte della storia chiude a sei punti dalla zona che vale la A - e insieme a Sampdoria, Cesena e Sambenedettese - un torneo in cui il sogno si è trasformato in un incubo.


Massimiliano Ancona

Fonte: M. Ancona, La Bari dei baresi e altre storie..., Wip, Bari 2019.

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