• Letteratura Capracottese

Massoni del "Verrino Trionfante" in via Falconi


Vi ho già raccontato della lunga permanenza, tra il 1821 e il 1824, del carbonaro Salvatore Pitocco a Capracotta (qui) e dell'arresto del brigante Giovanni Wolff, il 21 ottobre 1864, nelle campagne di Macchia (qui). Quelle sono due pagine relativamente importanti nella storia della nostra cittadina sulle quali ho tentato di far luce. Oggi voglio aggiungere un nuovo tassello a quegli studi, sperando di allargare i margini della ricerca sulla massoneria e la carboneria capracottesi, sul brigantaggio e la Reazione, sui moti liberali e l'Unità d'Italia. Due sono stati gli studiosi nostrani che, a un secolo di distanza l'uno dall'altro, hanno affrontato questi temi in modo organico e approfondito: Oreste Conti con "I moti del 1860 a Capracotta" (1911) e Alfonso Battista con "Capracotta e l'Unità d'Italia" (2011), a cui si aggiunga la monografia sulla "Identità molisana e Unità d'Italia" (2012) curata dalla Scuola di formazione all'impegno sociale e politico "Paolo Borsellino" della Diocesi di Trivento, diretta dal nostro don Alberto Conti.

Oreste Conti ci informa che, prima del 1841, «a Capracotta si era costituita una società segreta improntata e animata dal verbo massonico. Ne fu subito duce, o presto divenne, il reverendo D. Michelangelo Campanelli, avendo a compagni fondatori D. Gaetano e D. Amatonicola Conti, D. Francesco e D. Bernardo Falconi». Il nome della società rimandava "Al Verrino Trionfante", in una mistura di idee rivoluzionarie e identità rusticale che non mancherà di generare qualche sorriso in chi legge. Le riunioni del gruppo massonico avvenivano alla Casa della Madonna, l'ex asilo infantile di Capracotta, e dopo il 1859 ebbero luogo in casa di Filippo Falconi, futuro grande benefattore del popolo capracottese.

Chi scrive è convinto che la massoneria (e la carboneria) abbiano svolto un ruolo fondamentale e positivo nello sviluppo culturale, ideologico e spirituale d'Italia, propagando i semi del liberalismo e della democrazia. Soprattutto nel Mezzogiorno, la loro segretezza era dovuta al persistere di un potere arcaico e feudalistico che non permetteva pubblicità a idee che minavano la struttura cristallizzata della società.

Tornando ai nostri giorni, spero che molti di Voi avranno notato, al civico 14 di via Nicola Falconi (poco prima della scalinata di via Sannio), un singolare fregio sul portale di quel bel palazzotto in pietra. Il fregio riporta chiaramente un compasso - indiscutibile effige massonica, segno dello spirito, dell'astrazione e dell'intraprendenza personale -, le iniziali D. V., la data del 1893 e diversi altri elementi che cercherò di decifrare. Ma com'è possibile che un massone abbia fatto scolpire il compasso sulla chiave di volta del proprio portone di casa, mettendo in pericolo la società segreta cui apparteneva? Chi potrebbe essere quel D. V.? E che voglion dire gli altri segni presenti assieme al compasso?


Il palazzo in pietra di via Nicola Falconi.

Al primo quesito rispondo grazie alla data stessa: nel 1893, data di edificazione del palazzo, erano probabilmente venuti meno i presupposti della segretezza. Il Regno d'Italia era ormai un dato di fatto e il proprietario dell'edificio forse voleva rivendicare con orgoglio i propri trascorsi nella massoniera capracottese del Verrino Trionfante. Per quanto riguarda le iniziali del nome, è difficile scoprire chi abitasse in quella casa oltre 120 anni fa. Dalle interviste effettuate sono riuscito a risalire al nome di Donato Vizzoca (forse il figlio di Florindo, che prese parte agli scontri capracottesi del 1860?), colui che certamente costruì l'edificio ma che non ne era proprietario. Ciò significa che o Vizzoca utilizzava il compasso come stemma della propria impresa edile (ma allora dovremmo trovarne altri in paese) oppure gli fu commissionato da chi abitava lì.

Per quanto concerne gli altri simboli presenti assieme al compasso, posso ipotizzare che si tratti di una squadra (a sinistra) e di una piuma (a destra): la prima vuole simboleggiare la misurazione della realtà oggettiva; la seconda è la metafora dell'anima massonica, poiché «libertà, uguaglianza, rispetto, rendono il cuore del massone leggero come una piuma». Infine le foglie: nel simbolismo massonico troviamo spesso quelle di acacia, a rappresentare la speranza e la continuazione della vita dopo la morte, legate al mito di Hiram, l'architetto del Tempio di Gerusalemme. Credo che i massoni della loggia del Verrino Trionfante abbiano invece sostituito l'acacia con qualche arbusto prettamente capracottese, ad esempio il biancospino o, più ragionevolmente, l'agrifoglio.


Francesco Mendozzi

Bibliografia di riferimento:

  • A. Battista, Capracotta e l'Unità d'Italia. Autointervista immaginaria, One Group, L'Aquila 2011;

  • O. Conti, I moti del 1860 a Capracotta, Pierro, Napoli 1911;

  • A. G. Mackey, Lessico massonico. Vocaboli, simboli, riti, significati e regole, Atanor, Roma 2018;

  • F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016;

  • Scuola di formazione all'impegno sociale e politico "Paolo Borsellino", Identità molisana e Unità d'Italia: frammenti di storia, Gemmagraf 2007, Roma 2012.

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