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Mio nonno Gaetano Di Rienzo


Gaetano Di Rienzo con la sua famiglia.

Come tutti i capracottesi, mio nonno Gaetano Di Rienzo intraprese il lavoro di bracciante quand'era la buona stagione e come carbonaio per il resto dell'anno. Spesso lontano dalla famiglia, svernava in Puglia, dove lavorava con la famiglia Magnapésce.

Ho dei bei ricordi di lui, un nonno affettuoso e brontolone, con un cuore grande, che amava tutti i nipoti allo stesso modo. Durante la guerra subì, come del resto la maggioranza della popolazione, lo sfollamento, che portò lui a Lucera (per motivi di lavoro) e il resto della famiglia a Biccari, sempre in Puglia. Tornato a Capracotta alla fine del conflitto, trovò solo miseria e desolazione. Non aveva più la casa nel quartiere di San Giovanni perché i Tedeschi l'avevano rasa al suolo.

Negli anni '60 decise di emigrare, per garantire alla sua numerosa famiglia un futuro migliore. Si trasferì quindi a Tivoli, e lì trovò lavoro in una fungaia, proprio vicino all'ingresso di Villa Adriana. Ma un brutto incidente automobilistico (fu investito da una vettura) gli precluse l'uso della mano sinistra e quasi del tutto quello della gamba sinistra. In quel periodo, tra l'altro, l'assicurazione per la responsabilità civile non era obbligatoria e così, per ingenuità o per buon cuore, mio nonno non chiese alcun indennizzo.

Ricordo che dopo l'incidente, a causa dei problemi di motilità, nonno Gaetano visse con noi un paio di mesi poiché abirtavamo al primo piano.

Egli era tuttavia molto abile nel realizzare bastoni, che costruiva e regalava con orgoglio. Nella stagione primaverile, poi, ci portava sempre una busta piena di cassèlle (cicoria). Nascondeva, nella tasca dei suoi pantaloni, delle monetine da 5 e 10 lire, che puntualmente ci regalava. Ricordo benissimo le interminabili partite a scopa che facevamo assieme, in cui il più delle volte, a mia insaputa, mi lasciava vincere.

Porto nel cuore un rimorso che non riesco a perdonarmi. Quasi ogni mattina gli radevo la barba, ma un giorno, non so perché, non volli farlo; lui mi guardò e, con aria bonaria, mi disse solo: «Mascalzone!».

La mattina dopo ripartii per Roma, per tornare al lavoro. La sera stessa mi giunse la notizia che nonno Gaetano era morto. Scoppiai a piangere per la vergogna e questa cosa tuttora mi fa male... Magari potessi tornare indietro solo per un attimo!

Credo tuttavia che egli mi avesse perdonato.

Mio nonno morì l'11 settembre 1978 e in tanti dissero che, alcuni giorni prima, al passaggio della processione in onore della Madonna di Loreto, avesse chiesto alla Vergine Maria:

Madonna, fàmme murì alla casa méja!

La Madonna lo aveva accontentato.


Nicola Carnevale

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