• Letteratura Capracottese

Il miracolo del postiere


Una delle bellissime mattonelle in ceramica di Leo Giuliano.

Una bella mattina di aprile, nell'ufficio postale di Capracotta, il postiere Vittorio teneva tra le mani una lettera strana:

Mittente: Nessuno Destinatario: Carlo Aglio Indirizzo: Nessuno

Il francobollo e il timbro postale riconducevano a Treviso, la data di spedizione riportava alla fine di febbraio. Non potendola rispedire al mittente, la lettera andava distrutta, ma Vittorio la teneva in mano soppesandola, la fissava quasi ipnotizzato e pensava, pensava, pensava... la doveva aprire, aveva deciso. Con molta pazienza, facendo attenzione a non danneggiarne i lembi, l'aveva aperta. All'interno poche righe scritte in bella grafia: "Caro Carlo, la tua lontananza ci rattrista, i soldi che hai mandato sono arrivati, per il resto tutto bene".

Nessun riferimento a cose o persone, si poteva buttare nella stufa ma, continuando a fissare la busta e quel nome e cognome, il postiere decise di conservarla. A Capracotta l'inverno era passato da poco. Per lo spazzacamino Gian Carlo Scaglione, detto l'Abissino, il lavoro era tanto. In paese lo avevano soprannominato Abissino perché era completamente e costantemente nero di fuliggine sporco. Gian Carlo Scaglione, 38 anni, viveva solo in una casa malandata e piccola, dormiva con i topi a terra su un pagliericcio, non si lavava da decenni, mangiava solo pane cipolla e lardo, beveva soltanto acqua, la sua puzza lo precedeva di metri, non aveva amici. Si vantava di aver avuto molte donne quando aveva fatto il militare, in paese però tutti lo tenevano lontano, si parlava di lui solo quando bisognava pulire la ciummenèra. Tutti i denari che guadagnava, ed erano tanti, li custodiva in un bucco che portava sempre a tracolla e dal quale non si separava mai, nemmeno quando dormiva. Le mamme usavano terrorizzare i piccoli evocando l'immagine dell'uomo nero: "Se non mangi ti porto dall'Abissino! Se fai il cattivo ti verrà a prendere l'Abissino!". I bambini ne erano terrorizzati. Fu un pomeriggio quando, rientrando a casa dopo aver pulito l'ultima ciummenèra di quel giorno, Gian Carlo vide infilata per metà sotto il portone una cosa bianca e si chinò per raccoglierla: era una lettera. Aveva frequentato solo le scuole elementari, anche se non benissimo sapeva leggere e scrivere. La lettera era indirizzata a:

Giancarlo Scaglione via Torre Vecchia 7 Capracotta, Isernia

Era lui, proprio lui, aveva ricevuto una lettera! Mai successo prima. In alto a sinistra sulla busta c'era scritto:

Rosa De Giuli via M. Rossi Treviso

E sì che aveva fatto il militare a Treviso, ma in diciotto mesi non aveva conosciuto nessuno e soprattutto quella Rosa De Giuli, chi mai poteva essere? La busta era ben chiusa, il timbro sul francobollo diceva "Treviso 27 febbraio", aveva impiegato tanto per arrivare, ma chi cappero era quella Rosa?

Dopo attimi di indecisione aveva aperto la busta, all'interno un candido foglio arrecava scritto: "Caro Gian Carlo, sono passati tanti anni ma credimi, da quella volta sempre nel cuore ti ho tenuto. Finalmente ho trovato il coraggio di scriverti, ti confesso che tanto mi farebbe felice venire da te a quel paese tuo con quel nome strano e, perché no, restare lì sempre e per sempre con te. Ti bacio con affetto Gian Carlo, sempre tua, Rosa". In fondo al foglio erano incollati odorosi petali di rosa... Tale era stato lo stupore che per lunghi attimi era rimasto immobile, incapace di fare qualsiasi cosa. Una donna gli scriveva e pensava addirittura di andare a vivere con lui, ma chi mai poteva essere quella Rosa e poi, come avrebbe fatto ad accoglierla in quella casa, cosa avrebbe detto il paese, cosa avrebbe pensato lei vedendolo così conciato? Perché, perché, troppi perché affollavano la sua mente.

"Domattina andrò con la lettera dal postiere, lui saprà consigliarmi", aveva pensato ad alta voce. L'indomani mattina di buon'ora si era recato dal postiere che quasi sembrava lo aspettasse. Subito gli aveva esposto le sue difficoltà riguardo la lettera ricevuta.

– Che vuoi che ti dica Abissino, non ho grande esperienza in fatto di donne, fossi in te chiederei consiglio al sarto Giovanni, vedrai, lui saprà dirti – gli aveva detto.

Rapido si diresse dal sarto il quale lo indirizzò dal vasaio che lo mandò dal farmacista che a sua volta lo accompagnò dal medico Peppe.

– Allora vediamo di cosa si tratta, dammi la lettera – disse il medico.

Abissino molto timidamente gli porse la lettera che nel frattempo non era più bianca bensì quasi nera.

– Dottó mi devi aiutare, non so proprio che fare.

Presa la lettera con la punta delle dita il medico iniziò a leggere. Seguirono lunghissimi attimi di silenzio.

– Dunque, da quanto capisco la suddetta Rosa cerca marito e mi sembra abbia scelto te. Di certo sarà una delle tante donne che hai conquistato quando hai fatto lì a Treviso il militare, dico bene? Con voce tremante Abissino, sapendo di mentire: – E certo dottó, ma chi se la ricorda, sono state così tante... – Non importa, non importa, adesso ti dico. Allora, dobbiamo procedere in questo modo: domattina stesso darò incarico al postiere di invitare con un telegramma la Rosa qui a Capracotta, le daremo appuntamento per il 30 maggio. Oggi è 4, quindi abbiamo 26 giorni per sistemare tutto il resto... – Che sarebbe tutto il resto dottó? – Stai zitto e ascolta: punto uno ti devi dare una bella ripulita, devi sembrare un cristiano e non un orso; punto due ti devi comprare un po' di vestiti nuovi da cristiano; punto tre devi sistemare quella casa che tieni, che più che una casa sembra una grotta; punto quattro dobbiamo organizzare una serata con un rinfresco e una bella serenata, tutto il paese dovrà fare una bellissima figura. Ci siamo capiti? – Inzomma dottó, ho capito abbastanza ma mi sembra che ci vogliono assai soldi, quasi quasi è meglio ca no. E poi dottó non ho capito, dite sempre dobbiamo, facciamo, ma significa che mi aiutate pure a pagare tutte le spese che siete detto? – Abissì per cortesia! Questa è una grande occasione per te e non puoi lasciarla andare! Quando dico "dobbiamo" vuol dire che io e gli altri del paese organizzeremo tutto, tu dovrai solo pagare, noi ti saremo sempre dietro, stai tranquillo. Ma sai che ti dico, il telegramma domattina al postiere glielo pago io, stai tranquillo. L'Abissino pareva convinto anche se il pensiero di tutti quei soldi che doveva sborsare non troppo gli piaceva. Salutò il dottor Peppe e andò via. L'indomani giorno, di buon'ora, i due fratelli muratori bussarono alla porta dell'Abissino:

– Che volete a quest'ora? – chiese scocciato quando li vide.

– Ci manda il dottor Peppe, ti dobbiamo sistemare casa – e così, scansandolo da un lato, entrarono e si misero subito all'opera.

Poi fu il turno dell'imbianchino, dell'idraulico, del falegname, del sarto e poi del barbiere. Dopo quindici giorni tutto era pronto, tutti erano stati pagati con grande dolore per l'Abissino. La casa, che prima era una caverna, si era trasformata in un gioiellino. Ma il lavoro meglio riuscito era stato quello del sarto e del barbiere che con grossa fatica avevano trasformato Gian Carlo, detto l'Abissino, in un cristiano normale. Nessuno lo riconosceva, alcuni pensavano addirittura che fosse forestiero, i bambini quando lo vedevano non scappavano via come prima e le donne del paese che mai lo avevano considerato, iniziavano ad avvicinarlo, alcune si mostravano anche vagamente interessate, era diventato proprio un bell'uomo.

Che dire, questo nuovo "essere" al Gian Carlo iniziava a piacere, ci si trovava bene in quegli abiti nuovi, puliti, profumati. A casa poi un bel letto matrimoniale lo accoglieva ogni sera, non mangiava più pane e lardo seduto a terra ma in cucina seduto ad un bel tavolo in legno pasta col sugo a pranzo e a cena.

Ma la novità assoluta di cui fino ad allora ignorava l'esistenza era il bagno. Quel secchio di metallo che per anni era stato il suo water era ormai un ricordo da cancellare definitivamente. Un grazioso bagnetto con lavandino, water e piccola vasca da bagno, era pronto ad accoglierlo in qualsiasi momento della giornata. Aveva speso dolorosamente tanto, era vero, ma forse forse ne era valsa la pena. La mattina del 30 maggio alle 12:00 il camposantaro, su incarico del medico Peppe, era andato a prendere con la macchina la Rosa, che sarebbe giunta in treno alla stazione di Isernia. A Capracotta la signora avrebbe alloggiato nel piccolo albergo del paese. La stanza prescelta aveva un ampio balcone che affacciava sul giardino, il bagno in camera e un ampio letto matrimoniale.

– La matrimoniale costa di più ma se dopo la serenata va succedendo qualcosa, devi essere pronto. E finiscila di pensare sempre ai soldi! – aveva detto il medico quando l'Abissino si era lamentato per la spesa eccessiva. A quanto riferiva il camposantaro la Rosa era giunta in albergo alle 15:00, gran bella donna, molto timida, si era subito chiusa in camera. Per tutto il pomeriggio un viavai di gente nel giardino dell'albergo per preparare il banchetto. Al centro di una lunga tavolata troneggiava una dorata porchetta con limone in bocca, alle estremità due enormi prosciutti pronti per essere affettati e nel mezzo caciocavalli, ricotte, pecorini, salsicce d'ogni tipo e tanto altro ben di Dio. Accanto altri due tavoli più piccoli: su di uno tre damigiane di vino rosso, sull'altro dolci e torte a volontà.

– Dottó ma non è troppo assai tutta sta robba, chissà quanto mi costa! – si era rivolto preoccupato per la spesa Gian Carlo al dottore, ma questi, portandosi l'indice sulla labbra, lo aveva ammonito a stare zitto e aveva indicato il balcone.

– Stai zitto, vuoi che ti senta la Rosa?

– E vabbuó, così sia...

Alle otto precise Gian Carlo, con un meraviglioso mazzo di rose rosse e con uno splendido vestito nuovo, si trovava sotto il balcone in compagnia di due suonatori e d'un cantante neomelodico fatto venire apposta da Napoli: naturalmente ci aveva pensato il dottore. Alle loro spalle gran parte del paese attendeva l'inizio della serenata, stabilito per le otto e mezza. La serenata ebbe inizio, nello stesso momento si diede il via anche al rinfresco. La serenata andava avanti già da mezz'ora, di pari passo gli invitati banchettavano serenamente deliziandosi di tutto quel ben di Dio. Ma la Rosa tardava a mostrarsi. Da quasi un ora sotto il balcone, Gian Carlo, sempre con le sue rose in mano, il cantante a cantare, i suonatori a suonare, ma niente, non si affacciava nessuno. Il cantante era un vero portento, cantava e beveva vino senza sosta e più beveva più il volume della sua voce aumentava. Finalmente si era accesa la luce della camera, Gian Carlo aveva iniziato a tremare, si stava aprendo il balcone, eccola! Tutti i presenti avevano iniziato a urlare, era scoppiato un fortissimo applauso, la Rosa era apparsa sul balcone. Bionda, alta, labbra rosse, sese grosse e belle gambe sapientemente mostrate da una gonna che si fermava sopra il ginocchio. La donna salutava e mandava baci a tutti. Gian Carlo era rimasto impietrito ad osservarla.

Ma che stava succedendo? La Rosa si era infilata le mani dentro la camicetta e ne aveva estratto due grosse arance che aveva lanciato di sotto! Si stava strappando i capelli. In mano aveva una parrucca!

– Ma è il postiere! – aveva urlato Gian Carlo. Alle spalle di Gian Carlo un fragoroso applauso seguito da gioiose risate e urla di grandi e piccoli. Gian Carlo Scaglione, fu Carlo Aglio, non sarebbe più stato l'Abissino. Per lui era iniziata una vita nuova, una vita migliore, una vita da cristiano. Il miracolo del postiere si era compiuto.


Leo Giuliano