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Notizie sopra alcuni laghetti nelle valli del Sangro, del Sinello e del Trigno

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    Letteratura Capracottese
  • 13 ore fa
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Roberto Almagià

In una mia comunicazione preliminare intorno alle frane dell'Appennino centrale e meridionale, presentata al VI Congresso Geografico Italiano, ebbi occasione di ricordare i nomi di parecchi piccoli bacini lacustri sparsi qua e là a differenti altezze, nelle vallate del Sangro e del Trigno, esprimendo l'ipotesi che l'origine di alcuni tra essi potesse esser collegata al fenomeno delle frane, come lo è certamente quella dell'unico di questi laghi finora studiato, quello di Mingaccio presso Capracotta. Oggi, in seguito a un'escursione eseguita in val Sangro e in parte della val Trigno nell'agosto passato, sono in grado di dare su parecchi di tali laghetti più precisi ragguagli. Di quelli da me personalmente visitati tre appartengono al bacino idrografico del Sangro, due a quello del Sinello ed uno a quello del Trigno: tutti sono compresì nel quadrante 153 I (Villa S. Maria) della carta topografica d’Italia.

Lago Saletta

A circa due km. a sud-ovest di S. Angelo del Pesco, la pendice che scende lentamente alla riva destra del Sangro è interrotta da una breve depressione foggiata a piatto è racchiusa all'incirca dall'isoipsa di 730 m., la cui parte centrale è occupata da un piccolissimo bacino lacustre alla quota di 728 m. esattamente. Questo laghetto ha oggi una forma irregolarmente ellittica, coll'asse maggiore, diretta a un dipresso da ovest ad est, lunga 65 m. o poco più, e l'asse minore di 45 m.; lo specchio acqueo è però in buona parte invaso da piante palustri, del genere Sparganium (detto localmente oglia), che si affollano fittissime e alte sulle rive, le quali sono perciò in più punti malamente accessibili. Il lago una volta occupava un'area assai maggiore, forse tripla dell'attuale e le tracce delle antiche sponde sì veggono ovunque all'intorno; esso si vien rapidamente restringendo e colmando per opera appunto della vegetazione palustre; anche la sua profondità è oggi assai piccola e forse non supera un metro. Mi fu detto che esso è assai ricco di pesci (trote, capitoni) e che il comune di Castel del Giudice, cui il lago appartiene, cede annualmente in affitto il diritto di pesca; vi sì raccolgono anche in gran copia mignatte.

Quanto all'origine del lago, sul luogo mi fu narrata una delle solite leggende, alludente ad uno sprofondamento e a conseguente scomparsa di case e di una chiesa; io credo che debba ricollegarsi a fenomeni carsici, poiché il calcare secondario che forma la zona culminale dei monti Campo (1.645 m.) e S. Luca (1.575 m.), ricoperto più in basso dalle formazioni argillose dell'eocene, sporge tuttavia qua e là con numerosi sproni e spunzoni, dimostrando che il mantello di materiale argilloso è assai sottile: la formazione quindi di una cavità nel calcare può aver facilmente prodotto una depressìone nella sovrastante coperta argillosa in mezzo a cui sì trova il piccolissìmo lago.

A poco più di 3 km. a nord-est di S. Angelo del Pesco nel bosco chiamato La Canala mi fu detto esistere un altro minuscolo bacino, che sembra indicato anche sulla carta, ma che io non potei visitare: esso è denominato localmente Lago delle Cornacchie.

Laghi dell'Anitra

Con questo nome sono indicati sulla carta due bacini lacustri posti ai piedi del M. del Cerro, appartenente allo spartiacque Sangro-Trigno, tra Agnone e Pescopennataro. Mi vi recai il 13 Agosto, con persona pratica dei luoghi, da Agnone per una comoda mulattiera che, staccandosi dalla strada Agnone-Castiglione, sale al guado (passo) della Licia tra il M. del Cerro e il M. S. Onofrio (1.184 m. secondo la carta, dove manca però il nome del guado) e sarà tra breve sostituita dalla rotabile Agnone-Pescopennataro, ora in costruzione. Ma sopra i 900 metri ci colse di buon mattino una nebbia così fitta e persìstente che, giunti al guado, la mia guida stentò assai a trovare il sentiero che di là conduce, tra la macchia bassa, a una Vaccareccia (1.042 m. secondo la carta) posta in prossimità dei laghi. Di laghi peraltro non si parla dai pastori che quasi soli frequentano quella zona, i quali appellano la località col nome più giusto di Piano dell'Anitra. Trattasi invero di un vasto ripiano limitato a sud e sud-est da una rupe calcarea a picco e ad ovest dal pendio del M. la Morgia, ma aperto verso nord e nord-est, dove lo ricinge appena un orlo leggerissimamente rilevato che non figura neppure sulla carta. All'epoca in cui lo visitai, il piano era perfettamente asciutto e vi pascolavano greggi di buoi; nella stagione piovosa peraltro, poiché esso accoglie parte delle acque che scendono selvagge dalle pendici a sud ed a est, vi sì formano effettivamente, nelle parti più depresse, due stagni, all'incirca della forma e dimensioni indicate dalla carta, fra loro separati da un breve rialto elevato 5-6 m.

È da notare però che parte delle acque che scendono dai fianchi del M. del Cerro, prima di giungere al piano, si perde in due inghiottitoi (localmente detti inghiottibovi) che si trovano in prossimità dell'angolo sud-est del maggiore dei due laghetti, che ha forma grossolanamente triangolare. Ma in questi due laghetti o stagni temporanei l'acqua raggiunge appena, come rilevasi dalle tracce ben visibili sulla parete rocciosu a picco che limita a sud il piano, l'altezza di 50-60 cm.; ove la superi, le acque trovano sfogo, oltre l'orlo settentrionale, in un fosso, che, correndo verso nord, va a perdersi in un altro piano più vasto detto Padulone (è la parte eud e und-est della regione denominata sulla carta Prato Martello). Quest'ultimo perciò fino a qualche anno fa era per molti mesi un vero acquitrino, ma ora i pastori del luogo, all'intento di poterlo utilizzare come pascolo sul finir della primavera, vi hanno scavato un canale di scolo, che ne porta le acque al Rio delle Vespe e quindi al Sangro.

I due laghi dovrebbero dunque esser cancellati come tali dalla carta e sostituiti da un segno indicante gli stagni temporanei. Si avverta peraltro che anche in estate l'acqua deve trovarsì a profondità assai piccola sotto il piano; lo attesta tra l'altro l'esistenza di alcune porzioni di terreno, a contorno circolare e leggermente rilevato, come tumuli, che appaiono quasi pregne d'acqua sì che il piede trema camminanrdovi sopra; i pastori del luogo li chiamano col nome caratteristico di Tremolizzi ed hanno cura di tenerne lontani i buoi nel timore che corrano il rischio di sprofondare, come talvolta, a quanto mi assicurano, sì è verificato.


Roberto Almagià

Fonte: R. Almagià, Notizie sopra alcuni laghetti nelle valli del Sangro, del Sinello e del Trigno, in «Rivista Geografica Italiana», XV:9, novembre 1908.

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