• Letteratura Capracottese

Notizie dei terremoti negli Abruzzi ai principii del secolo XVIII


La Chiesa di S. Michele Arcangelo a L'Aquila.

Nell'anno 1703 nelle due ore della notte antecedente al 1° Gennaio, fu un terremoto così violento qui nell'Aquila, che se non fossero stati gli abitanti di questa città preservati miracolosamente dal nome SS. di Gesù di cui la stessa città ne solennizza particolare festa in San Bernardino suo Protettore sarebbero senza dubbio rimasti sepolti nelle rovine.

Venne detto tremuoto con vento e d'acqua impetuosissima. Precipitò in detto punto il Campanile e parte della facciata di San Pietro di Sassa, e parte della facciata di San Quinziano con qualche altro danno, ma prognostico di altre maggiori rovine si fecero in detta notte sentire da otto in dieci altre scosse sensibilissime. Replicò ai sedici di detto mese, su le 21 ora, un altro tremuoto più gagliardo del primo, facendo cascare diverse ciminiere lesionando notabilmente molti palazzi sontuosi, che appresso finirono di precipitare: distrusse la chiesa di San Pietro Coppito, e quella di Santa Maria di Roio; ed atterriti i cittadini, si ridussero alla campagna sotto le baracche con patimenti sopra del fango, freddi con incomodi grandissimi, sentendosi spianato affatto Montereale con tutte le terre e ville circonvicine. Ricorsero all'antidoto delle penitenze, per placare l'ira divina. Noi altri Cappuccini fummo li primi a far dimostrazioni, facendo otto giorni continui processioni con tre sermoni per volta, e questi si facevano nella piazza e nel ritorno al Convento ed il Popolo alla Croce, per non mettere il Popolo a pericolo nella Chiesa terminando le funzioni sempre con una disciplina in comune.

Cessata la scossa lasciava sempre la terra trabalzante sotto i piedi, argomento certo che ancor di bitumi ardevano le sue viscere, prognostico di altre scosse e danni maggiori, tanto più che la ruina cominciò nelle Chiese come difatti sortì.

Alli 2 di febbraio dello stesso anno 1703 su l'ora 18 fece un'altra scossa, di terremoto, così sensibile che in un breve Miserere rovinò la città quasi tutta, restando solo qualche fabbrica in piedi nel quartiere di Santa Maria di Paganica.

Il tremore della terra, i precipizi degli edifici, le grida dei semi vivi i pianti dei feriti, il timore della morte, e la perdita della luce, che restò offuscata più di due ore dalla polvere fecero un tuono d'abisso, ed uno spavento infernale.

I morti passarono il numero di 1.500, morendo la maggior parte nella chiesa di San Domenico, dove in quella mattina si faceva una comunione generale; sarebbero morti la maggior parte dei cittadini se antecedentemente non si trovavano aver fatte le baracche, dove si trovavano in quel tempo rifugiati.

Fra le SS. Chiese magnifico era il tempio dei PP. Celestini, di San Bernardino da Siena, di Santo Equizio, il Duomo, la Chiesa dei PP. Filippini e quella di San Domenico, che poi furono restaurate in diversa altra forma, senza campanili e cupole altissime e bellissime. Ma alcune Chiese furono rifabbricate ed alcune cupole basse a forma di tazze.

In tutti i Conventi dei Religiosi e Monasteri di Monache ne morirono parte e da altri rimasero feriti e storpiati, eccetto noi altri Cappuccini e Gesuiti, per grazia speciale di Dio.

Noi altri Cappuccini mantenemmo diverse famiglie nobili, che avevano le baracche vicino al Convento e molte altre persone, con vino e pane ed altra poca provvisione che era in Convento da otto giorni continui, soccorrendo tutti nei bisogni spirituali e corporali. Nella nostra chiesa di San Michele benché cadesse tutta la lamia della Chiesa e vi restasse sepolta la Signora Marchesa Maria Alfieri ed un suo servitore che vollero uscir fuori dalla cappella dove si trovavano ad ascoltare la messa, furono però dissepolti vivi senza lesione alcuna, e solo la detta Signora restò un poco offesa nella testa che in breve guarì. Tutte e tre le cappelle e la sacrestia, e coro restarono in piedi, e benché vi restassero alcune piccole fessure furono subito rattoppate con calce. L'arco maestro del Capo Altare cade tutto, rimanendo miracolosamente preservato tutto il detto Capo Altare di legno col Quadro. Cadde ancora nel nostro convento di San Michele, la Comunità che stava sopra la porta Battitoia e parte del tetto del dormitojo sopra il refettorio, il quale perché portava pericolo di rovinare fu sgravato del peso delle celle che vi soprastavano, e furono poi rifabbricate di mattoni, essendo prima fatta di spogne e che vennero le dette celle più spaziose di prima per essere fatte di mattone sopra mattone; ma prima fu fortificata la muraglia madre del Refettorio con la scarpa come si vede. Cadde ancora il campanile con buona parte delle mura dell'orto, che furono rifabbricate di creta cavata dal medesimo orto e fu fatta l'arricciatura dentro e fuori di calce. Nella selva del convento di San Michele furono fatte con le pietre delle mura della Città e con legna venute da Tornimparte due calcare, che vennero perfettamente; una scaricò 700, e un'altra 1.000 quartare di calce, con la quale si restaurò il convento.

Fu fatta una Baracca nell'orto di mezzo con 12 stanze, refettorio ecc. e la Chiesa vicino, nella quale dì e notte si officiava come prima e si facevano tutte le solite funzioni; nella detta Baracca vi stemmo 8 mesi con molti patimenti e benché nel Convento vi fossero rimaste stanze abitabili, non di meno i frati pel timore rimasto non assicurarono a rientrar dentro, perché i Tremuoti spesso si facevano sentire e continuarono le scosse, che di quando in quando si replicavano per 4 anni in circa senza fare però altro danno e far cadere mai più una breccia, ancorché si trovassero molte mura cadenti. Nell'anno 1705 fu rifatto dai nostri Maestri l'arco dell'altare maggiore. Nel 1706 fu fatta la scarpa del Refettorio dai medesimi maestri, cioè fra Gabriele di Capracotta, e fra Antonio d'Ascoli; e nel medesimo anno da fra Felice di Teramo e tre altri suoi discepoli fu fatto il tabernacolo, dove nella parte di dietro vi feci ancora io una breve relazione e ve l’affissi con la colla. Lo stesso maestro fece anche il Tabernacolo di San Giuseppe il qual convento non fu lesionato in nessuna maniera dal Tremuoto, e solo nella cornice della Chiesa si fece una lunga ma piccola fessura, ed un'altra vicino all'arco maestro, e solo caddero alcune poche mure dell'orto prefabbricato medesimamente di creta con l'arricciatura di calce.

Nell'anno 1706 fece ai tre di novembre, giorno di Mercoledì su l'ora 21 un'altra scossa orribile di Tremuoto, che in termine di un Pater Noster diroccò tutta la città di Sulmona, con le Chiese principali, Convento di religiosi e Monasteri di Monache.

Caso assai più deplorabile di questo dell'Aquila, quale ebbe antecedentemente molti avvisi dal Cielo, e si trovavano i Cittadini con qualche spirituale per le Processioni, sermoni sentiti e comunioni antecedente fatte e che attualmente facevano, e sentirono molti luoghi alli 14 e 16 Gennaio già detto; ma la povera città di Sulmona con le altre terre vicine che diroccarono, furono colte all'improvviso senza che esse lo pensassero, perché da due anni a quella parte, benché spesso si fossero fatte sentire alcune piccole scosse, non avevano fatto altro danno di quelli dell'Aquila. In Sulmona morirono quasi la metà delle genti. Il nostro Convento restò intatto, cascò solo il Campanile si ruppe la campana. I nostri Frati restarono tutti preservati miracolosamente come pure quelli di Tocco, di Caramanico, di Manoppello, della Guardia, del Gesso benché le dette terre restassero spianate ed il Convento di Tocco, e della Guardia restassero mezzo distrutti e rovinati, cadendo in ambedue i Refettori con tutto il Dormitorio che gli soprastava, facendo altri danni notabilissimi. Nell'anno 1708 fu dato principio alla lamia di San Michele, quale per avere le muraglie maestre patito notabilmente non poteva sostenersi in esse, se non le si facevano 8 pilastri.

Fonte: Notizie dei terremoti negli Abruzzi ai principii del secolo XVIII, in «Bollettino della Società di Storia Patria "Anton Ludovico Antinori" negli Abruzzi», XVIII:2-14, L'Aquila, agosto 1906.

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