• Letteratura Capracottese

Ad perpetuam rei memoriam


Il masso di Monte Campo su cui Francesco di Borbone posò il piede.

Capracotta a' 30 Settembre 1824.

Sull'idea di doversi condurre nella tenuta di Montedimezzo Sua Altezza Reale, il Duca di Calabria, Francesco Borbone, il Primogenito di Ferdinando Primo, il Nipote di Carlo e di Enrico, era mestieri doversi procedere allo stabilimento di un luogo elevato, che potesse rendere soddisfazione alle manifestate voglie della Persona Reale.

Incaricato all'uopo l'amministratore de' di lei beni, S. E. il Marchese Cappelli, per constituire un punto di un vasto visibile orizzonte, riuscì molto bene ad alcuni galantuomini di questo Comune di far fissare per lo Spettatore Reale, che sola pur anche fosse capace a renderla ripieno nel desio, la nostra montagna del Campo.

Non indugio alcuno, non lasso di tempo vi fù, per l'ordine di prepararsi la strada, dal sig. Intendente della Provincia il Principe Spinelli. Non indugio quindi, nella esecuzione, per parte del Sindaco del Comune, D. Leonardantonio Falconi.

E doppoiché un nuovo suolo doveva battersi da calzamenta sì Maestose, si giudicò essenziale da tutt'i Proprietarj del Comune, di dover loro assistere all'impresa della strada, quale da' Confini di Vastogirardi, per la volta della Forcatura, fino al Campo, per mezzo dell'abitato, divenne rotabile in tre giorni, col lavoro forzato di tutt'i Zappatori, e Forestieri, e Paesani, con sorpresa per altro, e meraviglia di tutti; mentre basti il ragionare che la sola salita al Campo, nel tratto del passato, abbenché troppo libera a' Becchi, ed Irci pure angustiosa doveva giudicarsi per gli Homini.

Eseguitosi da S.A.R. il primo disegno della gita in Montedimezzo a' 11 spirante (del che questi impiegati, ne furono spettatori, quando nel piacere di baciarle la mano, furono di là vicino bene accolti) si aspettava dal Cielo la grazia di darle corso, per l’esecuzione del suddetto proggetto. Ma che?

Muovensi a dirotta pioggia le nubi nel Lunedì tredeci, e vento impetuoso nel dì seguente, sembra che non permettessero consuolo a questi abitanti per godere la [...]: sembra che non dovessero pacarsi, pria del ritorno in Napoli, giusta le Sovrane risoluzioni, del di lei Augusto Genitore.

In sì barbarie dolente esposti, chi sarà mai che consoli questa popolazione?

In sì orrida confusione sorge l'aurora, e pare che rendi la calma all’annunzio del nuovo giorno. Effimere idee di guasto produssero i nembi turbinosi. A renderlo quindi ebbrifestoso, si cominciò con tintinnio de' Sacri Bronzi nell'alba, per le disposizioni di benemeriti Galantuomini.

Fù di questi benanche la cura al comparire dell'Astro Maggiore di far guarnire le Mura del Paese (già d'ordine pria imbiancate) de' più fini tappeti quivi esistentino. Videsi finalmente comparire nella Forcatura alle quindeci ore Italiane, quando rinnovandosi il suono espulsivo, e solenne delle Campane, si portarono fuori dell'abitato il Rev.do Capitolo della Collegiata, e il Corpo degl'Impiegati, Giudiziario, Amministrativo, e Civico, con tutto il Popolo. Un'ordine però, proibisce al Clero farsi ivi trovare; ma bensì nella Porta della Madrice Collegiale Chiesa, al che incontanente fù data esecuzione.

Giunto per la fine a cavallo in S. Antonio, che fù dal Sindaco presentato un fiore su d'una coppa d'Argento. Lo ringraziò, lo gradì, e con benigno cuore si fè da tutti baciare la mano, mentre che la Plebe eccheggiava: "Viva il Re! Viva S.A.R.! Viva il Duca di Calabria!".

Procedendo così in Piazza tra il clamore de' suoi, scorge il quadro di S. M. di lei Augusto Genitore, e per rispetto si cava il Cappello. Giunto in Chiesa, ove si era esposto il Venerabile, si genuflesse, ed aspettò quivi con tutta la divozione, fino a che si ebbero terminati i cantici di lode, colla benedizione del Santissimo, data dal R.ndo Arciprete D. Vincenzo Maria Campanelli. Osservò la Chiesa, e sortendovi si fè dare il braccio dal Principe di Cellamare, di lei Gentiluomo di Camera, per fino alla Porta, che chiamano.

Montato di bel nuovo a cavallo progredì fino al giù della summentovata Montagna, da dove, come ancora nello scendere procedette a piedi, togliendosi il Vestito di castoro blù chiaro, e rivestendosi di Giubbone largo di color Siviglia.

Giunto all'insù volle circostanziatamente osservare il Regno in parte, nella perfetta serenità. Da tutti, e di ogni condizione richiedeva chi constituisse quel tal punto, quell'altro ec. A tutti permetteva familiarità: con tutti quasi conversava.

A rendere quindi gaja, e giojosa testimonianza del piacere incontratovi, volle sulla tenera erbetta, fra cespugli del faggio sedere, per prendere a modo di cibo, ciocché si avea fatto preparare in Montedimezzo. Ne gradì tanto, che lieto, e faceto mostravasi in quel tempo con tutti; ed in tal modo, parlava ad alcuni Giovani Galantuomini, che pel desio di prestarle omaggio, salivano a piedi là nel Campo.

Sceso quindi, e non procedendo per la strada degli abeti (come era stato stabilito), tergiversò per quella del ritorno. Comandò che il Parroco, il Sindaco, e Comandante Civico si facessero trovare in mezzo della Piazza. Quivi rese testimonianza di sue virtù, con delle largizioni.

Diede al Parroco ducati ventisei per i Poveri; al Sindaco dieciotto per i lavoratori della strada; al Comandante ventiquattro pel corpo civico. Fece osservare i Pubblici Edificj, come strade, fontane e per conoscere come si governava da' suoi impiegati. Ne uscì quindi col desio di ritornare nel futuro anno, anzi pernottare nel Paese, perlocché fece osservare de' Palazzi che potessero in qualche modo riceverlo.

Se metterà in esecuzione il disegno, non mi renderà pena prendere di nuovo la penna, essendo tra i vivi. Spiacemi solo che troppo angusta, ristretta, e limitatamente, non mi permettono degli proporzionati encomj alle rare Virtù della Persona Reale.

Il di lei seguito non fù composto che dal Principe di Cellammare, Marchese Cappelli, il Chiavo d'acciaro Viglia, il Chirurgo Maggiore e due Guardiani.

La di lei scioltezza stoica fù vessillo di una ben fondata Filosofia. L'amor filiale co' suoi, dimostrava al certo quella clemenza che ne comporrebbe lo Scettro. La bontà scovriva nel fondo del cuore una bassa umiltà che formavano, in un serto il Prezioso Diadema coronatore del di lei Maestoso Capo. La dabbenaggine finalmente ne constituirebbe il Real Mantello. Tutto fregiato di virtù, tutto sfolgorante di pregi, tutto risplendente di soprannaturali dommi fan giustamente eccheggiare esultando: "Viva il Re! Viva il Principe Reale!".

Di Gennaro del 1825 fù elevato al Trono per la repentina morte di suo Padre.


Bernardo Falconi

Fonte: N. Mosca, Libro delle memorie, o dei ricordi, Capracotta 1742.

© 2015-2020 Letteratura Capracottese di Francesco Mendozzi

Via San Sebastiano, 6 - 86082 Capracotta (IS)

*** Contattami ***