• Letteratura Capracottese

In questo "guazzabuglio" dell'anima mia


Le sorelle Lucia e Irene De Renzis alla Terra Vecchia nel 1975.

La storia delle persone racchiude l'essenza della vita ed il racconto, come un vento che spira leggero, alita sul personaggio e ne abbozza il volto, ora corrucciato ora lieto; ne fa uscire la voce, altisonante o flebile; ne delinea il sorriso, mite o scanzonato, o persino beffardo; ne traccia le maniere, rudi o principesche, sino a disegnare un bel ritratto costruito su una speciale impalcatura di parole e di emozioni.

Le parole poi, ben assestate e scelte, dipingono l'interiorità, delicato involucro con tutto il mondo di idee e di pensieri che, sole, danno gusto e forza al vivere.

È certo un'arte difficile, non bastano poche pennellate per dipingere un personaggio ma occorre ricreare il miracolo di un'esistenza che continua ad avere forza oltre il vissuto ed emoziona quanti siano disposti a ricordare e a raccontare...

Non occorre essere stati famosi o avere compiuto gesta eroiche per entrare nel mondo della parola che si trasforma in racconto e che diventa storia, tra le tante piccole ed infinite storie, che avrebbero potuto essere scelte e raccontate.

Lucia di Milione, così soprannominata per la corpulenta stazza del padre Emilio, detto anche Emilione, prima ancora che un personaggio, era una persona che merita di essere ricordata, non solo per l'imponenza ed altisonanza della sua voce, ma per uno stile di vita particolare ed insolito. Volendola dipingere con accuratezza si potrebbe definire quasi la protagonista di una fiaba senza tempo; il suo mondo, carico di simbolismo e di spiritualità, è stato compreso solo a distanza di molto tempo da quanti, allora bambini, sono cresciuti ed hanno compreso che, nonostante le apparenze, la vera bellezza promana solo dall'anima.

Ancora oggi la identifico con i miei ricordi di bambina e con le paure infantili.

Si trattava di paure alimentate certo dalla sua presenza fisica, che poteva incutere anche molto timore, dalla sua voce potente, altisonante e cavernosa, e dalla costante frequenza delle sue visite presso la casa materna di Capracotta, ove pare che Lucia fosse solita portare le mercanzie dei boschi, precorrendo i tempi con una insolita forma di vendita porta a porta!

Lucia, instancabile lavoratrice, partiva al mattino presto e - con una sorta di rituale sacro - percorreva le belle strade di paese ed i vicoli ed i sentieri, si addentrava nei boschi e si inerpicava sui monti per raccogliere erbe e verdure, per poi sceglierle e selezionarle con cura.

Nella preparazione della sua mercanzia, Lucia impiegava una particolare attenzione: preparava dei piccoli mazzetti, li porzionava e li consegnava alle famiglie del paese che, numerose, richiedevano i suoi prodotti. Lucia, anche bendata, avrebbe potuto percorrere i tracciati dei sentieri di montagna e, anche bendata, avrebbe potuto riconoscere la vegetazione di ogni località intorno a Capracotta.

Lei, con ritmo musicale e sincronico, seguiva il continuo avvicendarsi delle stagioni e l'alternarsi dei prodotti della terra e portava sul suo capo, come trofei da esibire, grandi ceste piene di fasci di legna e di prodotti sempre freschi. Si può persino immaginare quale fosse il suo portamento con un simile addobbo! «La rr...óbba méja se vénne da sòla!» così era solita declamare in dialetto stretto e con un moderno slogan pubblicitario degno della migliore delle imprese multinazionali!

Mamma ricorda sempre questa frase e, nel pronunciarla, quasi involontariamente, mima la voce di Lucia, che era di intonazione e spessore vocale inimmaginabili! Ancora la ricordo. Una sorta di tuono in un cielo sereno che produce le sue vibrazioni anche a distanza, creando sonorità e percussioni tutto intorno.

La voce di Lucia si sentiva da lontano; al solo sentire della sua voce, io e mia cugina Anna, ancora piccole, correvamo a nasconderci sotto il letto di zia Fernanda, nella parte ultima e forse più nascosta della casa.

Lì restavamo senza nemmeno parlare e cercavamo di respirare piano, non so dire per quanto tempo, finché l'eco del suo vociare piano piano andava ad affievolirsi. Prima di fare capolino da sotto il letto dovevamo avere la certezza che la povera Lucia avesse definitivamente abbandonato l'edificio, e persino il quartiere di San Giovanni, perché tanta era la paura che provavamo al suo cospetto.

Io, poi, a differenza di mia cugina Anna, avevo ancora più paura perché nonno Giulio era solito scherzare e spesso mi ripeteva che Lucia era una mia lontana parente (in effetti il cognome è lo stesso!) e che dunque da grande avrei assunto le sue sembianze e avrei girato per i boschi con il capo coperto di fascine.

Solo con il trascorrere del tempo, quando le paure infantili cedono il passo alla trama inspiegabile della vita, ho compreso quanto Lucia potesse avere sofferto ad essere considerata lo spauracchio dei bambini: un'anima mite con una voce grossa che può essere capita solo da grandi e solo da persone ben addestrate a superare le inutili parvenze!