Relazione storica sulla chiesa matrice di Capracotta
- Letteratura Capracottese
- 10 ago
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Il mio ringraziamento va ai convenuti, alle autorità civili e religiose, all'Amministrazione comunale da cui ho ricevuto il graditissimo invito a parteciparVi questa breve e spero non noiosa dissertazione.
Il ringraziamento più sentito, comunque, deve andare alla Telecom Italia la cui iniziativa è stata l'evento fonfamentale senza il quale questa serata non avrebbe mai avuto luogo.
Salda sulla roccia stai, Chiesa dei miei padri, io, ramingo vado sempre per il mondo, simile a foglia staccata dal mio ramo. Sbattuto dai venti della vita, sogno l'intreccio delle tue radici come braccia di madre congiunte nell'attesa.
Così un poeta capracottese (don Michele Di Lorenzo, NdR) ebbe a dire della nostra bella Chiesa Madre ed oggi parleremo di essa consci del valore artistico, ma anche affettivo, di questi sacri luoghi certi che alla rinascita economica di un popolo deve necessariamente preludere la rinascita culturale intesa anche come memoria storica, pena lo svilimento di ogni sacrificio e la perdita di tutti i valori ed i punti di riferimento.
La Chiesa Madre Collegiata di Capracotta sorge sulla parte più elevata del centro urbano, territorio chiamato dai locali "Terra Vecchia", cioè sede del primo insediamento di genti in questi luoghi. Tale nome risulta frequente presso le popolazioni molisane: Terravecchia è definito anche, ad esempio, il luogo sede del primo insediamento sannitico di Sæpinum.
Con buona approssimazione l'area della attuale Chiesa fu sempre destinata ad uso sacro: la Chiesa rinascimentale che la precedette sorgeva sulla stessa roccia. Tracce di essa rimangono anche nell'attuale edificio: i portali del campanile, su uno dei quali si nota un pregevole bassorilievo raffigurante il Cristo albero della Vita; i muri adiacenti alla torre, sede della legnaia della Chiesa barocca, il portale della cappella della Visitazione, le muraglie interne dell'attuale campanile dove sono ancora presenti le antiche buche delle campane.
Anche il Battistero, pregevole opera in noce decorato a foglie d'oro, restaurato nel 1980, ed il fonte battesimale in pietra locale sono sicuramente riconducibili alla chiesa arcaica.
Nel libro delle memorie ci sembra di intuire un suggestivo episodio: il Consiglio della Università (così era allora definito il comune) si riunì sul luogo della erigenda Chiesa per stabilire il trasloco dello stemma in pietra di Capracotta dal vecchio al nuovo edificio stabilendone la collocazione nel sito dove ora lo ammiriamo: il pilastro posto a sinistra dell'altare maggiore.
La chiesa diveniva pertanto non solo luogo delle funzioni sacre ma il custode del simbolo più alto di tutta una comunità e dunque tutrice delle sue tradizioni.
Nel 1673 la chiesa antica disponeva di tre navate, un altare maggiore e venti altari collaterali, un organo in "parte dorato", un campanile con quattro campane ed era anch'essa dedicata all'Assunta.
Due gli eventi scatenanti la ormai già presa decisione di un suo rinnova: la peste del 1656 che falciò 1.126 persone su una popolazione di circa 2.000 abitanti e l'invasione dei briganti del 9 luglio 1657 che, dopo aver saccheggiato l'intero paese, uccisero l'anziano sacerdote mentre celebrava la messa. Nacque così, su progetto del lombardo Carlo Piazzoli, il nuovo edificio barocco, a tre navate, lungo 35 metri e largo 18 al transetto, con una cupola la cui sommità venne posta a 15 metri e mezzo.
Le mura risultarono spesse da uno a tre metri in arenaria e malta.
Le capriate a sostegno del tetto costarono la distruzione di una intera foresta di abeti sita a nord del paese.
La facciata, in pietra locale ai cui lati erano previste delle statue, come anche sul basamento previsto sopra le scale del sagrato, fu alta 9 metri e larga 20, orientata a sud-est.
Venti metri il dislivello tra le mura ad ovest e i contrafforti posti ad est.
Il primo altare maggiore venne benedetto nel 1723 mentre tutto l'edificio venne consacrato nel 1725.
Il definitivo assetto architettonico tuttavia si compì tra il 1749 e il 1757.
Gli artigiani Del Sole di Pescocostanzo realizzarono gli stucchi dorati in oro zecchino che però, deterioratosi, fu sostituito con porporina alla fine del XIX secolo.
Il colore antico delle pareti fu azzurrino.
Il tocco civettuolo venne dalle delicate figure degli angeli che, in numero di quaranta, fanno capolino da ogni dove, reggendo anche dei medaglioni dorati dedicati a vari santi.
Gli altari del transetto, sullo stile del Borromini, dedicati all'Assunta ed a san Sebastiano, patrono della comunità, vennero realizzati il primo dal Piazzoli medesimo, e l'altro da Mattia Pizzella.
Il Colombo, autore del gruppo ligneo della Visitazione, il cui disegno o modifica viene attribuito a Francesco Solimena, realizzò anche l'altare della Immacolata che è l'unico in legno.
Altre opere pregevoli comparvero numerose, contrariamente alle affermazioni fatte da alcuni critici: il dipinto dell'Ultima Cena posto sotto l'organo ed anch'esso ricondotto al Solimena autore di un altro olio collocato sopra l'ingresso oggi purtroppo scomparso, il pregevolissimo coro ligneo dorato con i suoi 17 stalli, simbolo del benessere e dell'autorità del Collegio, l'olio del XVIII secolo posto sopra il battistero raffigurante sant'Anna con Maria bambina.
Un cenno merita un delicato tondo ad olio conservato in Sacrestia raffigurante la Natività, sicuramente attribuibile ad autore locale del XVIII secolo, parte centrale di una tela più grande distrutta dal tempo, con figure dalle fattezze aggraziate, dolcemente illuminate dalla luce che si irradia dalla figura del bambinello.
Una graziosa pittura floreale con colomba, allegoria dello Spirito Santo, compare al di sotto delle rozze e consunte scale di accesso alla cantoria.
La definitiva consacrazione si svolse il 14 settembre 1725 dopo alterne vicissitudini con la curia triventina: l'allora vescovo non aveva perdonato alle confraternite capracottesi il fermo contrasto ai suoi tentativi di intromissione nella gestione dei cospicui patrimoni laici in loro possesso.
Furono proprio questi patrimoni, messi insieme con notevole sforzo da tutta la comunità, che consentirono la costruzione della Chiesa e permisero la sua costante manutenzione e i continui abbellimenti.
Il contrasto tra la curia e la parrocchia finì addirittura presso i tribunali di Napoli e di Madrid!
Nel frattempo il novello altare venne benedetto il 23 dicembre del 1748.
Il vescovo, benché messo alle strette anche dalla legge, proibì la consacrazione del fonte battesimale, si oppose alla benedizione dell'altare del santo patrono e, cosa inaudita, pose il veto all'uso delle cripte su cui poggiava l'edificio quali sepolture dei defunti.
Il Campanelli, storico locale dei primi del Novecento, fa notare che allora il paese non disponeva di un cimitero.
Questi veti vennero tolti nel 1749. Il contrato, tuttavia, terminò solo con l'avvento del nuovo vescovo.
Nel 1754 l'officina di Biagio Salvati, napoletano, installò l'ennesimo altare maggiore, l'attuale, in marmo intarsiato con il tabernacolo sormontato da due angeli e il bellissimo paliotto raffigurante l'Assunta. La stessa mano realizzò anche la balaustra.
Nel 1756 la Chiesa fu riconosciuta "Collegiata" e tale titolo, pur se effettivamente onorifico, durò con alterne vicende fino al 1867 quando con l'avvento del Regno d'Italia i patrimoni laici delle confraternite e del collegio vennero incamerati dallo Stato.
Interessante, per i raffinati intenditori, è l'archivio storico delle pergamene: raccolta di bolle, atti, certificazioni di autenticità delle reliquie, corrispondenza tra la Collegiata e altre istituzioni, turnazione degli organisti e loro compensi per l'accompagnamento delle funzioni. Alcuni istromenti del XVI secolo sono scritti su pelle conciata.
Cenno a parte merita l'organo.
Costruito tra il 1750 e il 1779, dotato di 700 canne distribuite su dodici registri più contrabassi, è tra gli strumenti più pregevoli realizzati dalla famiglia D'Onofrio di Poggio Sannita. Ha forse inglobato in sé l'organo della chiesa arcaica. Altra ipotesi è che l'organo antico sia stato collocato nella cappella della Visitazione che infatti disponeva fino a tempi recenti di un proprio organo oggi scomparso.
In particolare il progettista sarebbe Luca D'Onofrio che lo avrebbe battezzato con il nome di "Principalone" sia per le dimensioni che per la cospicua dotazione dei registri.
Luca D'Onofrio avrebbe realizzato contemporaneamente anche il "medio", collocato nella Cattedrale di Trivento, ed il "principale", disposto nella chiesa di Poggio Sannita. I D'Onofrio realizzarono strumenti in Molise, Abruzzo, Campania e Puglia.
La loro recente riscoperta ha permesso il recupero di strumenti di pregevolissima fattura e suono molto vivo. Il Principalone, in particolare, presenta una disposizione fonica particolarmente interessante dal punto di vista organologico, e potremmo definirlo uno degli strumenti più importanti dell'Italia Centrale.
La cassa e la bella cantoria sono state realizzate da artigiani locali.
Innumerevoli sono le generazioni di organisti, di cui è presente traccia sin dal 1645, che sì sono alternati alla consolle degli organi della Chiesa dell'Assunta e moltissime le composizioni di autori locali che si sono plasmarte sula disponibilità fonica di questi strumenti: non ultima la celebre "Pastorale" cara ai Capracottesi.
L'antico organo pertanto si pone come opera d'arte forse la più bella di tutta la Collegiata, sicuramente la più grande, certamente l'ultima ancora da restaurare e conservare da un grave ed incombente degrado. In questa sede lanciamo l'ennesimo appello per una rapida risoluzione di questo annoso problema, tormentati anche da come si parli bene delle opere d'arte altrui e si tralasci di valorizzare quelle presenti in casa propria, confidando anche nell'aiuto che la Telecom ha iniziato ad offrirci con l'attuale iniziativa.
La perdita della voce del Principalone rappresenterebbe, infatti il solito trionfo dell'indifferenza e della grassa ignoranza.
Nel 1913 i nuovi restauri ristrutturarono l'antico pavimento in pietra rimuovendo le lapidi e gli ingressi alle sepolture ormai non più in uso.
Le inumazioni, fino alla inaugurazione dell'attuale cimitero nel 1880, avvennero sotto il presbiterio per il Clero, sotto gli altari per le famiglie che li avevano in custodia, nelle fosse sotto le navate per il popolo.
Nel 1880 era stato restaurato il campanile ma la cuspide venne realizzata in epoca più tarda; una curiosità: la cuspide provvisoria in lastre di piombo venne portata via dalla furia della bufera.
Nel 1943 la chiesa, insieme a pochi altri edifici rimasti integri, accolse al suo interno le famiglie dei capracottesi cacciate via dalle loro abitazioni dall'incendio appiccato dalle truppe tedesche in ritirata.
Il primo restauro moderno avvenne nel 1954 ed il successivo, nel 1983, ha dato alla chiesa il definitivo assetto.
Per concludere due riflessioni.
La prima è tratta dal Campanelli: «E un uguale dovere hanno pure i nostri conterranei. Essi, in paese o lontani, non devono dimenticare giammai... che il tempio ci rimane quale superbio retaggio di lavoro e di fede dei nostri antenati, lavoro e fede che non devono andare disfatti o logorati da ignobile trascuratezza dei tardi discendenti, questi che ben volentieri offrono ogni anno non trascurabili contributi a feste in onore dei santi prediletti, non lesineranno un lieve obolo in più per la chiesa che quei santi accoglie, e coloro che diligentemente vanno in giro a raccogliere quei contributi ricorderanno che sarà opera meritoria riservare una parte degli oboli ad un fondo che possa servire per nuove decorazioni della chiesa anziché profonderli tutti nel fumo degli spari, nelle strombazzature di bande, spesso negazione dell'armonia e nei vaniloquii gridati dal pulpito che lasciano il tempo che trovano».
La seconda è di chi vi parla. Vi abbiamo descritto i luoghi, elencato gli eventi, mostrato gli spazi. Ma non potremo mai riferirVi i pensieri, le gioie ed i dolori di una comunità che oggi corrono lungo i fili del telefono, ma che allora servirono a tenere insieme delle pietre e dei pezzi di legno per farne una chiesa.
Testimone severo di quelle vicissitudini resta questo tempio consegnatoci dai nostri avi in quella eterna staffetta che è la vita. Se non saremo capaci di conservare e trasmettere a nostra volta questo testimone compromettendone, quindi, la sua corsa nella storia, forse non saremo maledetti ma non meriteremo neppure di essere ricordati.
Francesco Di Nardo
Fonte. F. Di Nardo, Presentazione elenco ufficiale degli abbonati al servizio telefonico della Provincia di Isernia, Capracotta, 23 settembre 1995.


